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Pillola abortiva. A Parma già usata da 175 donne

Pillola abortiva. A Parma già usata da 175 donne
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Monica Tiezzi

Fino a sera tarda nessuna «fumata». Riunione fiume dell'Agenzia italiana del farmaco, arrivata dopo un iter durato due anni: l'ultima prima delle ferie del consiglio di amministrazione, per approvare o meno la commercializzazione della pillola abortiva Ru486 prodotta dalla francese Exelgyn. Il summit, cominciato alle 17, alle 23 era ancora in corso.
Comunque finisca si tratta di una decisione contestatissima, che chiama in causa non solo la medicina, ma anche   politica, etica e   religione. La pillola si basa sull'azione di uno steroide sull'ormone che mantiene l'embrione, progesterone, e ne provoca l'espulsione senza bisogno di un intervento chirurgico.
 Nell'azienda ospedaliero-universitaria di Parma il protocollo per l'uso  della Ru486 è attivo dal 2006, anno in cui la pillola abortiva fu somministrata a 32 pazienti. Nel 2007 le donne trattate con il farmaco dell'azienda francese Exelgyn sono state 43 e 60 nel 2008. Per fare un confronto, le donne che hanno fatto ricorso alla «tradizionale» interruzione della gravidanza (ossia l'aborto chirurgico) sono state nel 2008, al Maggiore, oltre   400.
«Quest'anno finora abbiamo trattato 40 donne con la pillola abortiva - dice Bruno Ferrari del reparto di Ostetricia e ginecologia del Maggiore, responsabile del progetto regionale Ru486 cui hanno aderito solo alcuni ospedali dell'Emilia-Romagna   - I risultati? Buoni, con una percentuale di successo   fra il 92 e il 96%».
  Il metodo farmacologico di  interruzione della  gravidanza   viene espressamente chiesto   da alcune donne intimorite, spiega Ferrari, dall'intervento chirurgico e dalle procedure di anestesia. «La pillola ad alcune sembra un metodo più ‘naturale’, somigliante a una mestruazione, e che non richiede ricovero. Anche i tempi sono diversi: la Ru486 può essere somministrata solo fra i 42 e i 49  giorni dall'ultima mestruazione, l'aborto chirurgico si può eseguire invece   fino al novantesimo giorno.  Credo che le donne debbano essere libere di scegliere, anche in base alle indicazioni mediche, se optare per l'aborto chirurgico o farmacologico». Ferrari valuta quindi positivamente la commercializzazione in Italia della pillola abortiva, «che così   - sostiene  - sarebbe messa a disposizione delle farmacie ospedaliere. Pensi che adesso dobbiamo mandare,  di volta in volta,  per ogni paziente,  un corriere alla Exelgyn di  Parigi  per poter avere una confezione che contiene tre pillole. E siamo autorizzati ad usarne solo una: le altre due vengono distrutte».
 Ma il trattamento con la Ru486 non presenta rischi? «In 14 giorni vediamo la paziente quattro volte, e la prassi prevede  che a volte si  trattenga in ospedale per alcune ore in osservazione. Mi sembra un protocollo attento. Non dimentichiamo che tre milioni di donne al mondo all'anno  usano questa pillola».
Dubbi sull'uso della Ru486  vengono   dal  primario dell'Ostetricia e ginecologia del Maggiore,   Giovanni Battista Nardelli. Che punta il dito sul rischio di interrompere, ad esempio, una gravidanza extrauterina: «In questo caso la somministrazione della Ru486 rischia di provocare una grave emorragia», spiega il primario. O sull'uso delle prostaglandine  che vanno somministrate dopo la pillola per indurre le contrazioni che devono favorire l'espulsione dell'aborto: «Sbagliare il dosaggio può essere letale».
«Non sono favorevole a questa procedura - conclude il primario - perchè non credo che tuteli adeguatamente la salute della paziente. L'esperienza insegna che non tutto è prevedibile, che ci dobbiamo sempre aspettare incidenti di percorso, e nel caso della Ru486 questi incidenti possono avvenire, ad esempio, a casa della paziente. Quanti ginecologi del territorio sono addestrati a gestire procedure ed emergenze del genere?».
  Intanto  dati confortanti vengono dall'ultimo rapporto sull'interruzione volontaria delle gravidanze -  presentata mercoledì in Parlamento dal sottosegretario al Welfare Eugenia Roccella - che registra il calo più sensibile degli ultimi 11 anni. Nel 2008 gli aborti in Italia sono stati 121.406: il 4,1 in meno di gravidanze interrotte ogni mille donne rispetto al 2007, il 48,3 in meno rispetto al 1982.  In Emilia Romagna gli aborti nel 2008 sono stati 11.124, l'1,3% in meno del 2007.  E tra le donne che abortiscono crescono le straniere: dal 3,4% delle non italiane dipende il 32,3% di aborti.
Dati pienamente in linea con quelli parmigiani. «Il 70% delle donne che vengono ad abortire al Maggiore sono straniere: nordafricane, e a seguire le immigrate dall'Est Europa e  le sudamericane», dice Ferrari.   Un grosso problema che evidenzia, secondo Ferrari, «un'emarginazione sanitaria, oltre che sociale, di queste donne. Molte di loro sono irregolari e clandestine, e quindi tagliate fuori dai servizi socio-sanitari,  come i consultori».

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