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Felice Campanello. Il mondo che vive nella scrittura

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Bruno Rossi

Queste righe sulla scomparsa di Felice Campanello, dovrebbe scriverle lui, sì, proprio lui, Felice.
Perché nessuno fra quanti conosco sa scrivere, come sapeva lui, mescolando (Felice avrebbe detto shakerando) la tristezza degli addii con una lunare ironia. Nell'ultima pagina del suo libro che più gli somigliava («L'albero che diventò un'aquila», pubblicato da Guanda nel '97) aveva appunto versato la sua inconfondibile surreale ironia. Ne ricordo  l'inizio: «Qualunque  cosa mi succeda, se la  vita si fermasse, mi raccomando: un po' di prudenza. Mettetemi pure nella cassa, come si fa di solito, ma d'ogni tanto agitate, shakerate, anzi. Dopo qualche scossone, chissà che non mi risvegli e chieda un caffè e un bicchiere di vino bianco fresco di cantina. Ma se proprio non dovessi riaprire gli occhi e l'unica soluzione fosse il cimitero, la lapide col mio nome e cognome, e le due date fatali, di ingresso e di uscita, ho un favore da chiedervi. Quando verrete a trovarmi versate del vino attorno alla tomba. Due, tre bicchieri, non di più. Da morto non bisogna bere tanto; quel che basta per dimenticare di essere sottoterra e per sopportare il freddo che fa nella bara».

 M'accorgo di avere commesso un peccato giornalistico che non sarebbe perdonato a un giovane cronista. Non ho messo all'inizio di questo povero articolo, la notizia. La triste notizia. Felice Campanello, scrittore, giornalista, piemontese di Alba, ma molto legato a Parma, è morto la sera di mercoledì. I funerali si svolgono oggi, alle 14, 30, ad Alba. Lascia la moglie e due figli. Uno è un bravissimo avvocato di Torino. L'altro lavora alla «Stampa». Era nato a Bra il 25 novembre del '29. Ma era Alba la sua vera città. Il suo primo impiego era stato da «liquorista». Diceva che gli sembrava di essere finito in una trappola di alchimie, stupefatto dalla varietà di liquori che avrebbero dovuto entrare nella sua vita. Dall'Alchermes al Maraschino, al Doppio Kummel. La sera stessa della sua assunzione sentì dalla finestra il fischio di un treno. Un suggerimento ineludibile. Prese la valigia e saltò in carrozza.

  Il suo mondo erano le parole scritte. Le parole che aveva nell'anima e che ritrovava tra gli amici, primo fra tutti Beppe Fenoglio. Un mondo che fece suo nei giornali. Nella «Gazzetta del Popolo» di Torino, in una rivista dell'Olivetti, nel «Giorno» (dal '60, negli anni splendenti del quotidiano), nella «Domenica del Corriere», nella «Gazzetta di Parma». Articoli e libri. Il primo credo sia stato «I re Soli», una serie di ritratti di imprenditori votati alle eccellenze dell'alimentazione. L'alimentazione, le sue storie, i suoi problemi, le sue buone e oneste ingegnerie: erano gli argomenti tra i quali si muovevano i suoi scritti. Altro libro con un titolo-manifesto, «La buona Italia». Nessuna parola rubata dal vecchio lessico della cucina. Un modo fresco, vivace (oggi copiato da tanti) di parlare di quel che ci arriva nel piatto.  Nell'84 l'entrata in Parmalat, «addetto alla comunicazione», ma soprattutto presenza della cultura nell'azienda. Appartiene alle sue cure appassionate, la ventina di libri-strenna, col marchio dell'impresa di Collecchio. Il suo amore per la letteratura si esprimeva in racconti brevi, sospesi in una atmosfera da Chagall, ma ancorati a uomini e cose della realtà quotidiana. Molte di queste luccicanti storie sono raccolte nel libro già ricordato, «L'albero che diventò un'aquila».

Credo che per darne un'idea sia utile rivedere alcuni titoli, «Un uomo affumicato», «I professori nell'armadio», «Col salame in paradiso», «Il farmacista che morì sognando un fritto misto». Sembra il compendio della sua esistenza un altro titolo, «Vivere e morire in  una miniera di parole». Felice sembrava, com'è stato scritto, «un uomo a disagio nel labirinto della vita». Un'ombra cupa, spesso, nel volto. Ma era un amico più che gradevole. Anche quando incespicava nel suo frequente, improvviso (e di solito incomprensibile) sentirsi offeso. Anche nelle amabilissime baruffe  con Ubaldo Bertoli. E nelle lettere, anche furibonde, che scriveva agli amici. Credo che Giorgio Orlandini ne abbia ricevute quasi trecento. Andrebbero, almeno in parte, pubblicate. Nella premessa all' «Albero che diventò un'aquila», Franco Gorreri scrisse: «Felice Campanello ha sempre avuto un'idea fissa che tutt'oggi ripete agli amici: essere uno scrittore minore postumo». Ecco, se ancora può guardare ai suoi amici, questa raccolta di lettere lo farebbe contento, perché pubblicata davvero postuma come sarebbe purtroppo oggi.

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