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Garofano, Cogne e Taormina: l'intervista dei giorni scorsi alla Gazzetta di Parma

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Gabriele  Balestrazzi  (dalla Gazzetta di Parma 30-10-2009)

Non è un'intervista come le altre, se la sede è quella dei Ris nel Palazzo Ducale. Perfino l'offerta di un caffè, a forza di racconti in cronaca e scene di tv, ti ispira il dubbio surreale che quella tazzina, come in alcuni episodi della fiction, possa poi essere prelevata da guanti bianchi e finire nel laboratorio a fianco per ricavarne il dna.

Ma questo non è il Palazzo Ducale delle suggestioni della fiction. Questo è il vero laboratorio dei veri Ris di Parma, dove il colonnello Luciano Garofano ed i suoi uomini da 15 anni mettono la loro scienza al servizio di vere indagini su veri delitti. Qui, ad esempio, da un pezzo di scotch appallottolato fu ricavata l'impronta che illuse di salvare Tommy, e che comunque aprì la strada per arrivare ai suoi rapitori. Dopo 15 anni, forse il colonnello Garofano sta per lasciare questa «casa» parmigiana: «Non c'è ancora niente di nuovo», previene lui la prima inevitabile domanda dopo la decisione a lui sfavorevole del Consiglio di Stato. Ma oggi siamo qui per un altro motivo: per parlare di un libro («Il processo imperfetto» scritto per Rizzoli) che è una moviola di carta sul caso Cogne: «un libro scritto per legittima difesa», per usare la felice definizione del collega e giallista parmigiano Valerio Varesi. La difesa e lo sfogo che Luciano Garofano ha dovuto tenere dentro per quasi sei anni.

«Mentre l'avvocato Carlo Taormina - spiega - portava avanti una difesa di Anna Maria Franzoni molto aggressiva e mediatica, io mi vedevo offeso e delegittimato da affermazioni pubbliche, spesso televisive, incomplete o imprecise. E non potevo difendermi dagli attacchi scorretti rivolti al nostro lavoro e a me personalmente, per il rispetto del segreto istruttorio abbinato alla nota riservatezza dell'Arma». Il tutto, amplificato dalla cassa di risonanza dei media: il cosiddetto processo in tv, dove però «si rischia la negazione del contraddittorio. E quindi occorrerebbe molta più cautela, come anche sul caso di Garlasco». Riavvolgiamo allora questa moviola, fino a quel 30 gennaio 2002 in cui una telefonata dalla Val d'Aosta avverte della morte di un bambino, con qualche aspetto oscuro che richiede l'intervento dei Ris. «Facendo un rapido calcolo - ricorda Garofano - saremmo arrivati a Cogne quando già era buio. Così si decise di rinviare il nostro sopralluogo al giorno dopo per avere le giuste condizioni di luce ed organizzarci al meglio rispetto ad un caso che sapevamo già molto delicato e complesso. E nel frattempo, fu fondamentale il lavoro dei colleghi di Cogne per preservare e conservare intatta la scena dell'evento: purtroppo non avviene sempre così». «Il giorno dopo - prosegue - come sempre siamo entrati nella casa senza pregiudizi, e cercando tutte le tracce possibili. Abbiamo ovviamente utilizzato gli strumenti e le tecniche di cui ci serviamo, dal Crimescope al Luminol, e fondamentale è stato l'aiuto della BPA (vedi articolo a parte), che ci ha permesso in particolare di ricostruire la posizione dell'aggressore, e di appurare che l'omicida indossava il pigiama rinvenuto sul letto».

Una ricostruzione che, nello sviluppo delle indagini e del procedimento, oltre che passare al vaglio dei magistrati («che ci hanno seguito con fiducia, anche quando potevano nascere dubbi di fronte all'offensiva mediatica»), si è poi confrontata con esperti italiani e anche internazionali. Ma che, soprattutto, ha dovuto fronteggiare «le bordate esplosive dell'avvocato Taormina (il contenzioso Taormina-Garofano non è ancora terminato, ndr). A un certo punto sembrava che i Ris avessero sbagliato tutto, e solo il nostro consolidato pedigree, unito allo scrupolo del lavoro fatto, ci ha consentito di superare le obiezioni». Grazie anche ad una ulteriore iniziativa: la camera-bis di Cogne ricostruita a Palazzo Ducale. «Molti colleghi stranieri, che già conoscevano le tecniche da noi utilizzate a Cogne, si sono quasi stupiti, perchè non lo ritenevano necessario. Ma per noi è stato un ulteriore scrupolo: riprodurre a Parma le condizioni del delitto ci ha consentito di porci in maniera neutrale rispetto alle ipotesi della difesa, secondo cui l'aggressore aveva colpito Samuele lateralmente e non restando di fronte». Sono occorsi sei anni per arrivare alla condanna della Franzoni in Cassazione, e al riconoscimento definitivo del lavoro dei Ris. Che cosa ha provato quel giorno Luciano Garofano? «In Cassazione, in realtà, davo il verdetto ormai quasi per scontato. Ero più teso al momento della prima sentenza, anche se ci sentivamo sicuri del nostro lavoro».

Ma qui, e anche nella conclusione del libro, lo scienziato lascia il posto all'uomo, che non dimentica l'interiore tragedia di Annamaria. E ascoltare quelle parole mentre il colonnello mi mostra quella camera-bis ricostruita dai fratelli Rosselli, falegnami parmigiani, le rende ancora più toccanti: «Quello che è successo quando Annamaria ha guardato negli occhi il piccolo, solo lei può raccontarlo. Forse un giorno troverà il coraggio». Già: l'unica domanda alla quale neppure la scienza dei Ris può trovare risposta. Scienza e crimine Il comandante dei Ris di Parma, colonnello Luciano Garofano.

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