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Editoriale - L'attentatore suggestionato da una campagna di veleni

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EDITORIALE 
 
Giuliano Molossi

Due mesi fa, il 13 otto­bre scorso, in un'in­tervista al «Corriere della sera», Giampaolo Pansa diceva: « C'è un brutto clima in questo Paese. Sento aria di anni Settanta. Non dico che sia la stessa, però, come i vec­chi cani da caccia, vengo mes­so in allarme. Ci sono due blocchi che si odiano, che si combattono senza esclusione di colpi. Vedo in giro molto pregiudizio, cose gridate senza riscontri, condanne morali pronunciate senza autorità.
  Vedo l'imperversare dei cattivi maestri, quelli che scrivono che Berlusconi è come Musso­lini, che la democrazia sta mo­rendo, che non c'è più libertà di stampa. E' ora di fermarsi».
  Ieri, nuovamente interpellato dal «Corriere» dopo i fatti di piazza Duomo, Pansa, ancora più preoccupato di due mesi fa, rincara la dose: «Qui si ri­schia, dice, un altro caso Ca­labresi ».
  Il commissario Luigi Calabre­si, vittima di una infame cam­pagna d'odio, accusato ingiu­stamente di essere il respon­sabile della morte dell'anar­chico Pinelli, fu ucciso nel maggio del '72 da due espo­nenti di Lotta Continua. Il giorno dopo il quotidiano del movimento dell'ultrasinistra titolò: «Giustizia è fatta».
  Berlusconi rischia di fare la fi­ne di Calabresi? Secondo Pan­sa sì. E non solo lui, se non si abbassano al più presto i toni, da ambo le parti, se non fini­sce questo clima avvelenato di odio politico.
  Potrebbero sembrare esagera­zioni, qualcuno potrebbe cer­care di ridimensionare l'acca­duto dicendo che Massimo Tartaglia, l'aggressore del pre­mier, è uno psicolabile in cura da dieci anni e non un estre­mista dei centri sociali, non un attivista dell'ultrasinistra.
 

Ma se questo squilibrato è an­dato in piazza Duomo per compiere il suo gesto, lo ha fatto, come ha dovuto ammet­tere anche il padre, perché suggestionato dalla campagna d'odio contro il «nemico» Ber­lusconi, uno che per molti non è l'avversario politico da scon­figgere con le armi della de­mocrazia ma è il «diavolo» da abbattere, da eliminare, da cancellare. Se si dice che Ber­lusconi non è semplicemente un premier da mandare a casa con il voto, ma lo si dipinge come un capomafia, come il mandante delle stragi, come un dittatore fascista che me­rita di far la fine del duce, non c'è troppo da stupirsi se poi uno, con qualche rotella in meno, una domenica mattina esce di casa per vestire i panni del giustiziere.
  Negli ultimi mesi le minacce di morte al premier si sono mol­tiplicate sul web, e anche dopo l'aggressione di domenica sera sono decine di migliaia quelli che inneggiano all'attentatore, che aprono fans club intitolati a lui, che brindano al suo ge­sto. E, quel che è peggio, su «Facebook», il più popolare social network del mondo, so­no comparse anche le foto, corredate di scritte minaccio­se, degli agenti e dei funziona­ri della Digos di Milano inter­venuti per bloccare l'aggresso­re. E chi ha fatto questo non è un burlone, come quelli che vorrebbero «Tartaglia santo subito», ma è invece uno di quei militanti dei centri sociali dell'ultrasinistra che ricorda­no molto da vicino le imprese dei loro «padri» nei primi an­ni Settanta.
 
Allora non c'era Internet, e per le minacce bastavano le scritte sui muri o sui ciclo­stilati, ma la sostanza è la stessa. In questo clima, men­tre tutti dovrebbero condan­nare, senza giustificazioni di sorta, un inqualificabile gesto di violenza che avrebbe anche potuto avere conseguenze molto più gravi, c'è anche chi, come Di Pietro, ha l'ipocrisia e il cattivo gusto di esprimere la sua solidarietà al premier per poi aggiungere che però è sta­to lui che se l'è andata a cer­care. E se lo squilibrato, inve­ce di scagliare contro Berlu­sconi una miniatura del Duo­mo di Milano gli avesse spa­rato in faccia, Di Pietro avreb­be detto le stesse cose?
  Niente può giustificare la vio­lenza. E ha ragione chi, come Mario Calabresi, figlio del com­missario ucciso e oggi direttore de «La Stampa», scrive che «ci sono momenti in cui bisogne­rebbe abolire due parole: ma e però. L'aggressione di un uo­mo, in questo caso di un primo ministro, è uno di quelli».

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  • mauro

    15 Dicembre @ 20.09

    c'e' una cosa che pero sfugge " il soggetto che ha suggestionato l'attentore e' la corte costituzionale" lo aveva detto la vittma. un po piu' di precisione non guasterebbe.

    Rispondi

  • mauro

    15 Dicembre @ 19.04

    un bell' articolo, bravo direttore e quelli della gazzetta per primi dovrebbero mandarlo a memoria. un aggressione si condanna senza se e senza ma.... non la favoletta che spesso ci raccontate che se la maggioranza della gente la pensa in un certo modo..e beh mica possiamo dire che siano tutti dei criminali

    Rispondi

  • Giorgio Russo

    15 Dicembre @ 12.38

    Concordo pienamente con quanto scritto nell'articolo. Approfitto per fare gli Auguri di una buona e pronta guarigione al Presidente del Consiglio dei Ministri Italiano Onorevole Silvio Berlusconi.

    Rispondi

  • Ermanno

    15 Dicembre @ 12.18

    Bravo Direttore, condivido. Aggiungo, se permette, una cosa. E' evidente che Berlusconi esagera e mostra poca conoscenza delle regole costituzionali quando parla di "partito dei giudici". La Corte Costituzionale non agisce per scopi politici ma per la difesa della Costituzione della Repubblica: se una legge non la rispetta è giusto che venga bocciata. E' però altrettanto evidente che il parlamento italiano sia tra i più deboli tra le democrazie occidentali a causa del potere detenuto da organismi di controllo che, molto spesso, vanno ben oltre il proprio compito esprimendo giudizi su cose non di loro competenza. Non ultimo il pronunciamento dell'altro giorno del CSM su una vicenda alla quale è totalmente estraneo. Berlusconi o non-Berlusconi questo è un problema che deve essere affrontato con urgenza. Berlusconi, forse mal consigliato, ha scelto il modo peggiore per evidenziarlo davanti ai rappresentanti del Partito Popolare Europeo a Bonn. Di Pietro, vista la sua provenienza, dovrebbe esserne altrettanto consapevole e intervenire. Da politico di maggioranza potrebbe un giorno trovarsi ad affrontare lo stesso problema. Personalmente, viste le sue ultime affermazioni, spero il più tardi possibile.

    Rispondi

  • argante

    15 Dicembre @ 09.55

    I commenti su fatti ignobili non avranno pace e il solo risultato sarà una querelle infinita e ben lontana da defniirne l'essenza. Tutti noi siamo artefici di condotte non sempre ossequiose di quel diritto naturale che dovrebbe governare il nostro arbitrio. Faccio riferimento a quella necessaria educazione nel lessico, nel comportamento che deve appartenere all'uomo sociale, consapevole del proprio ruolo singolo ancorchè proietato e individulizzato in una società poliedrica, sempre piu' diversa e diversificata. La sofferenza di un uomo, ancorchè presidente del Consiglio è la sola che mi ha colpito; la sua grande apparente" potenza" si è poi rilevata una fragilità comune a tutti gli uomin. Il volto tumefatto e l'immagine della lesione patita ha fatto il giro del mondo,ma nulla è stato detto su quella circostanza che ha reso mortale chi forse, a torto o a ragione, si ritiene o piuttosto viene indicato come "invincibile". Il presidente Berlusconi è vittima di quella consolidata insofferenza dell'altro, di quel cinismo consolidato che rende l'uomo infelice, incapace di porsi nella sua immane concretezza. Noi siamo spesso cio' che gli altri vogliono; dovremmo riflettere, di contro sulle nostre sofferenze interiori, sulla nostra incapacità a comunicare, a vivere insieme quella socialità necessaria ed egualitaria in quanto individui, capaci di portare ciascuno di noi, in ogni ordine e grado ,un contributo utile al miglioramento della quotidianità Siamo lontani da noi stessi, non ci amiamo piu', abbiamo perduto da tempo il senso delle cose e la visione di accadimenti di siffatta violenza, genera solo vittime che a loro volta diventano, gioco forza, autori inconsapevoli di altrettanta violenza. Forse quel gesto, solo per restare in tema, è la manifestazione di una difesa attiva di una società , quella attuale, che teme la solitudine, e sopravvive con una incapacità di autodifesa, di adeguata autoprotezione, frutto di una condizione psicologica deficitaria di debolezza culturale e sociale. Voglio solo ricordare che tutti, nessuno escluso puo' diventare un criminale, magari facendo della pazzia solo lo strumento per commettere crimini, asuspicando in una riconosciuta incapacità di intendere e di volere, per poter ancora una volta accontentare tutti coloro i quali vorrebbero vivere irresponsabilmaente. Non aggiungo altro se non sollecitare lo spirito nobile di tutti gli uomini a parteciparlo e condividerlo con tutti. Diventiamo noi stessi profeti attivi per una società amabile e sostenibile a misura di tutti, laddove il diverso da noi, dalle nostre idee politiche possa essere visto come espressione di integrazione prima culturale e non già singola. E' la conoscenza di noi stessi, nel profondo che rende l'uomo libero di comprendere l'altro così da amarlo e apprezzarlo nella sua mortale umanità Grazie

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