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Come figli «veri» I ragazzini dell'istituto Biondi

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 Chiara Pozzati

Cosa significa famiglia? Per molti il calore di un abbraccio, per altri un vuoto latente. Ed è proprio per questi ultimi che si lotta all’istituto Biondi.
 La casa della comunità che quest'anno è stata insignita del Premio Sant'Ilario è un grazioso palazzo color crema che  accoglie bimbi e ragazzini in difficoltà. Attualmente sono 22 i piccoli che varcano la soglia dell’edificio dopo aver premuto il campanello «Orsoline». Undici di loro sono stati tolti alle loro famiglie e temporaneamente affidati a questa comunità, mentre gli altri undici vengono seguiti da educatori e volontari durante le ore pomeridiane e fino all’ora di cena. Per questioni normative e  burocratiche, i primi compaiono sui fascicoli come «ospiti residenziali», mentre gli altri fanno parte della categoria «semi-residenziale»: in realtà di ospiti non ce ne sono, al Biondi si parla di famiglia.
 La maggior parte dei ragazzi che vive lì si porta sulle spalle storie familiari complicate e dolorose, ma se questi ragazzi trovano giorno dopo giorno la forza di andare avanti col sorriso lo devono solo a loro stessi e alla loro nuova, temporanea, famiglia.
 Chi lo dice che per essere mamma bisogna per forza partorire un figlio? Basta guardare negli occhi suor Iride Cordioli per accorgersi che è una madre a tutti gli effetti. La superiora si è mostrata in un primo momento riluttante all’idea del servizio da pubblicare sul giornale: «Non ho piacere che i miei ragazzi finiscano sotto i riflettori - spiega nella piccola sala d’aspetto, subito dopo l’ingresso - hanno sofferto abbastanza e tutti i giorni se la vedono con i  pregiudizi della gente. Alcuni compagni di classe, ad  esempio, non fanno che rimarcare il fatto che loro non hanno un vero papà e una vera mamma, visto che a scuola li va a prendere una di noi... e questo mi fa malissimo. E fa male anche a loro».
 Poi i suoi penetranti occhi azzurri si addolciscono, e comincia il racconto. «Abbiamo in affido temporaneo due gruppi di ragazzini: uno composto da sei femmine, l’altro da due maschietti e tre bimbe. Accogliamo ragazze dai 6 ai 18 anni, mentre ci prendiamo cura dei maschietti fino alla soglia degli 11 anni. Per ovvi motivi non possiamo crescere a così stretto contatto maschi e femmine, d'altronde la struttura è quella che è. Poi ci dedichiamo a un altro gruppo di ragazzini e ragazzine che si fermano da noi durante il pomeriggio, ma rientrano a casa o appena prima o subito dopo cena». Insieme studiano, giocano, guardano la tv, ridono e imparano che possono tornare a fidarsi degli adulti e ad affidarsi a loro. 
In quei quattro piani di casa è racchiuso il mondo: bimbi che vengono da Russia, Albania, Tunisia, ma anche da paesi del Parmense  «e, comunque, se si considera unicamente il luogo di nascita: su undici ragazzi residenziali, sette sono italiani».
 L’istituto infatti accoglie quattro ragazzini con entrambi i genitori italiani, tre nati in Italia ma frutto di matrimoni misti e quattro di origini straniere. Diverso invece per i semi-residenziali: «Quasi tutti stranieri». 
Suor Iride spiega con una semplicità disarmante che «il loro fardello più pesante non ha nulla a che vedere con la nazionalità: vengono discriminati perché stanno qui».  
 L’edificio su quattro piani è stato restaurato da poco: al primo, oltre all’ingresso, si trova un ampio salone-refettorio, mentre al secondo ci sono diverse aule studio (con tanto di piccoli banchi di scuola), una cucina, una sala da pranzo e un salottino. Al terzo e all’ultimo piano le camere da letto dei ragazzi che vivono lì, stanze in cui poter studiare, piccoli salotti e una cucina. 
C'è chi guarda incuriosito, chi scocciato (è il momento dei cartoni animati), chi fa merenda, chi racconta del suo sport preferito e chi distoglie lo sguardo e si rifugia nei libri. Eccoli i «figli del Biondi»: ridono e scherzano come tutti gli altri ma, al contrario di tanti coetanei, hanno saputo risollevarsi da un destino che li ha colpiti dove erano più vulnerabili: tra le mura domestiche. Negli affetti più cari.

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