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Bullismo e scuola - L'associazione LiberaMente: "Cerchiamo di stimolare relazioni positive fra i ragazzi"

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L'episodio di Medesano ha riproposto il problema del bullismo. E l'associazione LiberaMente ci ha inviato una riflessione, a sua volta arricchita dalle considerazioni di alcune ragazze che presso LiberaMente stanno svolgendo uno stage. Ecco il testo:

“Undicenne pestato”, “ragazzo indiano ucciso”, “ragazza stuprata”... perché nel 2010 questi episodi sono sempre più ricorrenti?Qual'è la posizione degli adulti e delle istituzioni durante questi tragici episodi di violenza?
Secondo noi, la giustizia italiana dovrebbe prendere provvedimenti più severi,radicali ed equi nei confronti di chiunque commetta atti devianti,qualunque sia il “colore della pelle”.
Troppe volte chi di dovere rimane indifferente e non prende posizione, preferendo il silenzio alla lotta per l'affermazione della giustizia.
Questo atteggiamento si ripercuote molto spesso nelle famiglie delle vittime che si sentono così abbandonate dalla società e sono costrette a prendere decisioni estreme,come per esempio ritirare definitivamente il figlio da scuola a causa delle continue aggressioni.
Ciò che va sottolineato,inoltre, è che, continuare a fare differenze tra extracomunitari e italiani non porta a nulla  di positivo anzi alimenta  pregiudizi e casi di razzismo.
Dobbiamo metterci in testa che i reati vengono commessi allo stesso modo e nella stessa quantità da chiunque.
Di fronte a questo fatto viene da chiedersi: dov'era l'autista quando il ragazzino ha subito la violenza? perché nessuno ha fatto niente?è giusto che nonostante siano state informate tutte le autorità nei mesi precedenti, nessuno abbia agito di conseguenza?
Forse questo si sarebbe potuto evitare se fosse stato presente un educatore affianco all'autista a sorvegliare gli studenti visto che era un pullman di servizio scolastico;non è possibile che il dirigente scolastico abbia solamente informato le famiglie  di quello che stava accadendo,tramite una circolare,avrebbe dovuto prendere provvedimenti più mirati ai “bulli “dato che era risaputa la loro identità.
Certamente le cause principali di questi fenomeni sono numerose: la società di oggi troppo frenetica e impersonale fa si che tra le persone vi sia meno coesione e solidarietà di fronte a questi problemi e di conseguenza poche sono le soluzioni immediate che possono essere applicate.
Si chiede a noi giovani di prendere delle decisioni e di prendere posizione  di fronte a situazioni di questo tipo, ci si chiede di lottare e denunciare questi atti, ci fanno seguire percorsi e laboratori per riconoscere e combattere la violenza, ma gli adulti dove sono?? chi ci dovrebbe sostenere con chi ci dovremmo alleare?
Irene P., Ilaria M., e Lorena M.,  A. Sanvitale

Mi piacerebbe partire proprio da questa riflessione fatta da tre ragazze in stage nella nostra associazione, rispetto all’ultimo grave fatto di bullismo avvenuto a Medesano.
Negli ultimi anni la scuola sembra investita da problematiche educative particolarmente urgenti: aumento dei disturbi della condotta e dell’aggressività anche nelle fasce d’età più giovani, diffusione del bullismo e dei comportamenti devianti, inibizione sociale ecc. costituendo, di conseguenza, una delle maggiori sfide per le politiche sociali, scolastiche e sanitarie del ventunesimo secolo. Ma cos’è il bullismo?
Il bullismo costituisce una manifestazione d’aggressività fra le più deleterie e distruttive. Due sono le caratteristiche che lo contraddistinguono: da un lato l’asimmetria di forze tra le due figure direttamente coinvolte nel fenomeno, il bullo e la vittima, dall’altro la sua ripetitività nel tempo. Tale asimmetria di forze rende più probabile il ripetersi dell’aggressione del più forte verso il più debole, e tale pratica rende i coetanei sempre meno pari: più potente il bullo e più debole la vittima. Il bullo si configura come un soggetto caratterizzato da aggressività e scarsa empatia, da una buona opinione di Sé, da un atteggiamento positivo verso la violenza. Al contrario, la vittima tende a chiudersi in atteggiamenti ansiosi e insicuri e a produrre un’immagine di se negativa, in quanto persona inetta e di poco valore. È importante sottolineare che il semplice ricorso all’aggressività non differenzia di per sé i ruoli antitetici e complementari del bullo e della vittima: anche le vittime possono far ricorso a condotte aggressive. Si distinguono, infatti, fra vittime passive e vittime provocatrici. Le condotte da bullo invece possono assumere diverse forme, di tipo diretto, come attacchi fisici, pugni calci e atterramenti, minacce e prese in giro; o indiretto, come dicerie e atteggiamenti d’esclusione, che intrappolano la vittima ponendola in una luce negativa, condannandola all’isolamento. Ultimo ma non meno importante è il cyber-bullismo, ovvero tutte quelle prepotenze o pettegolezzi diffamanti che in questi tempi, caratterizzati da internet e telefonini, passano attraverso  sms, facebook e youtube, pare che 3 studenti su 100 siano vittime di violenza “tecnologica”. Le manifestazioni di bullismo dipendono dall’età e dal genere. Le vittime indicano che la maggior parte dei prepotenti è di sesso maschile e della stessa età del soggetto. Nelle ragazze il problema delle prepotenze si verifica in modo diverso, secondo modalità più sottili e nascoste che non tendono a stabilire una gerarchia di potere esplicita e chiaramente riconoscibile, ma che al contrario, in casi estremi possono addirittura confondersi con relazioni d’amicizia. Il bullismo spesso trova sostegno nel contesto del gruppo dei coetanei, in modo particolare della classe. Spesso il bullo può contare sulla collaborazione di altri compagni o su astanti che non intervengono e approvano tacitamente. A sostegno dell’azione esercitata dal bullo è stata individuata la complicità da un lato di compagni che partecipano direttamente al compimento dell’azione di sopraffazione, dall’altro quella di soggetti che incitano e sostengono emotivamente il bullo, e infine quella di chi con la propria indifferenza, contribuisce a far calare il velo del silenzio e dell’omertà. Il bullismo è un fenomeno che colpisce tutta l’Italia senza distinzioni di fasce sociali e di provenienza.
 

Le persone coinvolte sono bambini delle scuole elementari dai 7-8 anni, fino a ragazzi di 14-18 anni delle scuole superiori.
La scuola dunque che dovrebbe essere palestra di apprendimento per la vita,nasconde,  nel suo tessuto di relazioni tra coetanei una cultura di violenza avvolte non immediatamente riconosciuta. Le sfide più grandi che i ragazzi devono affrontare oggigiorno, sembrano essere dunque i processi di inserimento nel gruppo dei coetanei e l’intreccio di relazioni con gli adulti. Il bisogno di “sentirsi parte”, di essere accolti e valorizzati, spesso deve essere pagato a caro prezzo da chi per la prima volta accede agli spazi di vita della scuola. C’è da sottolineare inoltre che non necessariamente i ragazzi, che si comportano da bulli, sono immersi in situazioni di disagio socio- economico, anche se queste variabili posso avere il loro peso. È vero però che avvolte, risentono di condizioni di malessere familiare, di solitudine, di mancanza di ascolto e talvolta di violenza quotidiana. I comportamenti di prevaricazione dunque sono spesso manifestazione e risultato di frustrazioni represse che i ragazzi cercano di negare e a cui reagiscono.
La scuola, a questa età, diventa luogo di competizione, di affermazione e di riconoscimento. Fare parte del gruppo e avere un ruolo in esso, è questione vitale. Se questi obiettivi appaiono difficilmente raggiungibili con le normali strategie, i potenziali bulli cercano di contrastare l’ansia provocata dalla scarsa autostima, che finisce per ricadere poi sul rendimento scolastico, e vivono la paura del fallimento e dell’esclusione proprio là dove occorrerebbe dimostrare di avere capacità di rispondere alle richieste degli adulti e di essere accolti dai compagni. I comportamenti di prevaricazione rappresentano allora un possibile modo per riscattarsi da una situazione che altrimenti renderebbe perdenti. Il risultato perseguito è essere temuti  e riuscire ad imporsi con mezzi diversi da quelli comunemente diffusi, ostentando spavalderia e sicurezza, conquistandosi così un ruolo forte e di leader di fronte ad adulti e compagni. Tutto ciò non fa che alimentare l’aggressività e l’impulsività, con il rischio che si inneschi un circolo vizioso che finisce per turbare il clima scolastico, rendendo difficili le relazioni fra i ragazzi e mettendo in crisi gli adulti. Purtroppo è solo quando il problema acquista dimensioni preoccupanti che si cerca di correre ai ripari, trascurando di prevenirlo.
Come associazione, Liberamente, affronta queste tematiche nelle scuole con i giovani, ma anche con le famiglie e con gli insegnanti. La parola chiave è “prevenzione”. I nostri interventi educativi prevedono incontri con ragazzi, insegnanti ma anche genitori in cui gli obbiettivi sono molteplici. Viene posta particolare attenzione sull’abilità di riconoscere le emozioni, la capacità di comunicare emozioni e sentimenti, la consapevolezza dei diritti della persona e il rispetto degli altri, il tema delle discriminazioni dirette e indirette rispetto ad un contesto di sempre maggiori trasformazioni sociali e demografiche, con l’obiettivo di garantire a tutti i cittadini i propri diritti.

Sono stati effettuati percorsi educativi nelle classi, in cui si è parlato delle dinamiche che portano alla violenza, di come riconoscerla nelle sue diverse sfaccettature e delle strategie d’intervento per affrontarla,  partendo dal presupposto che non si risponde a violenza con violenza e che le frasi “fatti valere” piuttosto che “non badarci cosa vuoi che sia”non debbano esistere in queste dinamiche, perché non fanno che incrementare un’aggressività che non possiamo accettare, e non rispondono al profondo disagio che i ragazzi provano. Sono stati attivati anche percorsi di apprendimento cooperativo e di attività positive comuni, per promuovere e favorire la mentalità del rispetto, della collaborazione e della solidarietà fra i ragazzi; incontri tra insegnanti e genitori, affinché, anche loro non rimangano soli. Gli obiettivi che tutti noi dovremmo perseguire, lontani dall’alimentare ancora l’odio e la violenza, sono: cercare di creare un ambiente scolastico, extrascolastico e familiare caratterizzato da affetto, interessi positivi e coinvolgimento emotivo degli adulti, stabilire allo stesso tempo limiti fermi ai comportamenti inaccettabili di sopraffazione e di prevaricazione e quindi cercare di avere anche come adulti un comportamento autorevole ma allo stesso tempo empatico. I ragazzi dal canto loro devono essere stimolati a stabilire relazioni positive che si basino sull’ascolto attivo e su un atteggiamento assertivo e non possono e non devono essere lasciati da soli in questo percorso così difficile da affrontare. Per combattere questo allarmante fenomeno, è fondamentale intervenire precocemente finché sussistono le condizioni per modificare gli atteggiamenti inadeguati.
 

Marilena Masuri (Associazione Liberamente)
 

 

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  • Luigi

    17 Febbraio @ 11.11

    E' tutto tempo perso, la buona educazione la si insegna facendo presente cio' che è possibile fare e a cosa si và incontro se non si rispettano le regole di buona convivenza...punto !

    Rispondi

  • giuliana

    12 Febbraio @ 13.35

    Tante parole, troppe. Ne manca una, l'unica che, come da copione, non esiste nel vocabolario di tutte queste associazioni che macinano soprattutto chiacchiere tese ad una colpevolizzazione generalizzata, compresa quella delle vittime. Non ho trovato scritta la parola DOVERE, l'unica alla quale si potrebbe collegare un effetto deterrente: DOVERE di comportarsi con rispetto nei confronti di tutti. In caso contrario, PUNIZIONE, sia per il ragazzo coinvolto che per la famiglia, unica e direttta responsabile legale del comportamento del minore. E' una vergogna che non si riesca a debellare un fenomeno di cui le autorità scolastiche sono a conoscenza, e che, anzi, venga da loro tollerato, dato ormai per scontato e inevitabile. E se se si provasse a fare una seria indagine in tutte le scuole ? Quante sono le autorità scolastiche che preferiscono il silenzio per non offuscare il buon nome della scuola e non intervengono rendendosi complici degli atti di bullismo? E' possibile che non sappiano quanto succede dentro e fuori dalle aule? Tutti ne sono al corrente. Tutti tranne loro, naturalmente. Altra domanda: come mai non sono bastati cinque giorni di ospedale per il ragazzino di Medesano per far scattare indagini da parte delle forze dell'ordine? Forse i medici non hanno proceduto con una denuncia?

    Rispondi

  • massimo

    11 Febbraio @ 14.49

    resta il fatto che negli ultimi due episodi gravi successi a parma e provincia i protagonisti erano gruppi di stranieri. Atteggiamenti aggressivi che rischiano di diffondersi ad altre classi sociali e culturali. La mela bacata va tolta e chiuso il discorso. Ci vogliono strumenti legislativi perché anche se c'é un educatore (che contano non contano niente ) se non esiste un deterrente economico, comportamentale i fatti si riproporranno. Propongo il ritiro del permesso di soggiorno per i genitori che hanno figli violenti e che hanno comportamente pericolosi e contemporaneamente un appoggio alle madri sole che statisticamente sono quelle che hanno figli violenti (maschi).

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