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La Chiesa ai tempi di internet, gli stranieri e la "città aperta", le vocazioni e i giovani: intervista al vescovo

La Chiesa ai tempi di internet, gli stranieri e la "città aperta", le vocazioni e i giovani: intervista al vescovo
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 Gabriele Balestrazzi

E' la stanza nella quale ho avuto il piacere di tante interviste, e di qualche chiacchierata a microfoni spenti, con monsignor Cocchi e monsignor Bonicelli. La finestra si affaccia su una piazza che riesce a incantare ogni volta, e che oggi al fascino del Duomo (col campanile dell'Angiol d'òr ancora “incartato”) e del Battistero aggiunge quello dell'insolita neve di marzo che la ricopre quasi per intero. “Monsignor Cocchi me lo aveva detto – mi racconterà a fine incontro monsignor Solmi – che Parma cambia a seconda del tempo, ed ha sempre una bellezza diversa”.

Sono qui proprio a conoscere il vescovo Enrico, ormai da quasi due anni pastore della nostra città. Il vescovo “della porta accanto”: non solo perchè arriva dalla vicinissima Modena, ma perchè è sembrato fin qui conquistare la stima dei parmigiani, giorno dopo giorno, con il sorriso e con una dolce discrezione, ma anche con messaggi chiari e concreti. Gli stessi che sembra subito porre alla base dell'intervista, che è destinata al nostro sito e quindi a quel web in cui le informazioni sembrano ancor più mescolarsi e confondersi: “In effetti spesso il giornalismo appiattisce - mi dice subito monsignor Solmi – le informazioni sulla Chiesa, senza andare a capire quello che c'è dietro”. Sincero e chiaro, fin da subito: “Sì – ammette – credo di avere un temperamento rispettoso, e spero accogliente, ma sono anche diretto e schietto. Il sorriso, così come i silenzi, per essere autentici e non solo strategie devono veicolare quello che una persona pensa, i suoi giudizi. Non bisogna essere doppi, ma allo stesso tempo la verità non è un pesce da sbattere in faccia”.

E con queste premesse, che risposte ha trovato a Parma? “Adesso Parma è la mia città, una bella città che devo mettere insieme al mio modo di essere. A volte ho l'esigenza di lavorare su di me per capire quello che c'è di sostanza vera e profonda e quello che invece è appariscente. Io sono un contadino. Preferisco fare le conferenze stampa sui fatti compiuti, non il contrario. E per questo mi prendo l'impegno di seguire le cose per vedere a cosa porteranno: voglio vedere che cosa arriverà nel piatto della gente”.

“Se si opera sinceramente per il bene della gente, credo si possa e si debba camminare insieme: procedere separati non aiuta le finalità. Io credo che a Parma ci sia ancora una coscienza della città che cerca prima di tutto il bene e non gli interessi di parte, e che non ci si sia ancora iscrittti a una politica che non ha più il senso dello Stato, del bene Comune”.

Internet e le nuove tecnologie sono un aiuto o un ulteriore ostacolo sul cammino della Chiesa? Lei ha invitato i fedeli a contattarla anche attraverso un indirizzo mail. “Sicuramente possono facilitare le comunicazioni, e le stesse relazioni di lavoro. Ma in quanto strumenti sono soggetti all'uso che ognuno ne fa. E soprattutto, si tratta di vedere se uno ha qualcosa da comunicare".

Nella festa del Patrono ha invitato a essere “città aperta”: aperta a che cosa, soprattutto? “Il mio invito di Sant'Ilario era soprattutto per i giovani: un invito ad aprirsi alla verità, alla legalità... Ma dico città aperta anche a una revisione profonda, che diventa in particolare apertura ai nuovi parmigiani. La Parma del 2020 nascerà da un dialogo vero fra le culture, da un ascolto reciproco nella verità, dal ritrovarci insieme...” . Però – provo a interrompere – anche attraverso i commenti che quotidianamente arrivano a gazzettadiparma.it su questo tema emerge che le diffidenze non sono solo di una parte più estrema, a volte venata di razzismo, ma sono le diffidenze anche di tante persone “tranquille”, che però temono di vedere minata da una “invasione” forse troppo rapida e massiccia le caratteristiche che per decenni hanno contraddistinto il convivere parmigiano. “Occorre stare attenti a non cadere nei miti, a non mantenere il riferimento nell'immaginario ad archetipi ora sempre più evanescenti. Se invece si parla di una identità fatta – certamente – di tradizioni, ma anche di un lavoro continuo su di sé e sulle proprie radici che devono essere attualizzate, allora il problema cade. La parmigianità va costruita di giorno in giorno con scelte e azioni molto precise. E chiediamoci anche dove collocare fenomeni come il vandalismo, la dipendenza di molti giovani perbene quelle forme di evasione magari lecite ma che rischiano di diventare vuote e non costruttive”.

Una paura nella paura è quella di chi teme un futuro islamizzato. Che dialogo avete, a livello di diocesi, con quella comunità? “Nella diocesi c'è un gruppo – al quale partecipa il vicario don Mazzolini - che segue questo dialogo al pari di quello con altre religioni. Da non confondere con il percorso ecumenico che riguarda le religioni cristiane. Trovo doveroso che gli islamici abbiano la possibilità di esercitare il loro culto a Parma, come in tutto il Paese, nel rispetto delle leggi. E allo stesso modo chiedo fermamente che questo avvenga anche nei Paesi islamici nei confronti dei cattolici, purtroppo spesso perseguitati e uccisi. Un tema grande, con le varie espressioni islamiche, è poi quello antropologico: il valore del matrimonio, della donna, dei figli, e la concezione di Stato e di laicità”.

Il vostro “mestiere”, che ovviamente non è un normale mestiere ma letteralmente una vocazione, non va di moda, anche se proprio nei mesi scorsi lei ha potuto annunciare un paio di nuovi ingressi in Seminario. Ci sono parole per invitare oggi un giovane a percorrere questa strada? “Ai giovani in generale io auguro la capacità di entrare in se stessi. Una esperienza forte di dono di sé è valida per tutti: se su questo humus attecchisce la chiamata di Dio alla vita consacrata, posso dire che Dio ha in serbo per ogni giovane una vocazione molto superiore all'attesa di felicità che un giovane pensa o si augura”. E nell'attesa di nuove vocazioni, c'è il rischio di una emergenza nella gestione delle parrocchie, che restano un punto di riferimento per un quartiere o una frazione? “Le parrocchie della diocesi sono 316: inevitabilmente dovremo andare verso forme nuove di cura pastorale e di presenza. Le Chiese non sono solo i preti: credo che molte comunità cristiane possano produrre tante e tali risorse da restare vive anche dove non vi sia un parroco residente: sicuramente è una delle sfide dei prossimi anni”.

Inevitabile chiudere questa intervista parlando dei giovani. Immagino le abbia fatto particolarmente piacere la loro partecipazione agli incontri tenuti in alcune parrocchie cittadine: che cosa chiede e che cosa spera di offrire ai ragazzi della nostra città?                    “Credo che i giovani di Parma siano pieni di tante domande e di tante attese. Il mio impegno di vescovo e di uomo è quello di sollecitare e sostenere questa crescita, per la società e per la chiesa. Non nego che sono contento di vedere la loro partecipazione agli incontri del martedì e in altre occasioni, così come stiamo preparando la Giornata diocesana della gioventù per sabato 27. Ma, non me ne vogliano, tutto questo deve servire per una crescita loro e per edificare una chiesa giovane, e che si contraddistingue da frutti ben riscontrabili: nuove famiglie, giovani che entrano in seminario... Se posso usare una immagine sportiva, quando la “beneamata” (è il soprannome dell'Inter, di cui il vescovo è sempre stato tifoso) segna subito, sono contento e allo stesso tempo preoccupato: mi interessa vincere la partita”. E qui torna la concretezza del vescovo-contadino, che però forse martedì sera tradirà questa sua natura, nella sfida fra l'allenatore-contadino e quasi conterraneo Ancelotti e il più frizzante Mourinho della "beneamata" Inter. Ma in realtà, martedì sera, monsignor Solmi sarà “in campo” a Sant'Andrea di Antognano, per un altro dei suoi martedì con i giovani: è quella la vera partita che il vescovo di Parma, con tanti sorrisi ma senza sconti per sé e per gli altri, spera di vincere.


 


 

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  • massimo

    15 Marzo @ 16.50

    piú che aperta la cittá é sventrata

    Rispondi

  • Maria Chiara

    15 Marzo @ 13.52

    Grazie Vescovo Enrico!!! Lei è una grande persona e i "Martedì del Vescovo" mi stanno dando tanto!!! Davvero grazie per il suo impegno e la sua attenzione verso noi giovani!!!

    Rispondi

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