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Don Severino è tornato dall'inferno del Cile

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di Mara Varoli

Si siede nella panchina del sagrato per fare la fotografia. Ha le mani congiunte don Severino e un po' si commuove, dietro al sorriso tirato dal flash: «Sì, sono contento di essere partito, ma anche di essere tornato. Qui, c'è tutta la mia famiglia».
Prima uno e poi l'altro, anche a passo veloce: arriva la gente di Gaione, mamme con bambini, signori con il cappotto, ma anche stranieri che in questa piccola frazione hanno trovato «casa». Una grande famiglia che riabbraccia il suo parroco, a 80 anni rientrato dal Cile e scampato al terribile terremoto.
«Sono un po' stanco, ho fatto 25 mila chilometri e alla mia età». Un mese tra il Brasile e Santiago del Cile. Un mese tra quella «povertà» che don Severino definisce dignitosa: «Vivono nelle baracche, ma i bambini sono molto curati. Neanche del terremoto hanno più paura». 
Don Severino Petazzini il 18 febbraio scorso è partito per San Paolo: «E' stata un'occasione - dice -: in questa stagione, i voli costano meno e così ne abbiamo approfittato». Insieme a suor Neuza Dos Santos e a suor Iolanda Ribeira De Silva, entrambe cilene ed entrambe di Villa Paganini, questo piccolo grande prete di campagna ha fatto le valigie per visitare le strutture dell'Istituto San Giovanni Battista precursore. «Una possibilità», così ha sussurrato don Severino.  Due, i giorni nella periferia di San Paolo, tra chi vive nelle favelas, sotto il comando di pochi, e con padre Silvano Rossi, che lì si è costruito una missione, fondando quattro cappelle, in una zona dove non sempre si può entrare, «certamente, la parte più depressa del Brasile». E qui si ferma, preferisce non scendere in particolari. «A Santiago, invece, dovevamo rimanere una settimana - continua don Severino - e invece poi, colpa del terremoto, siamo rimasti dieci giorni. Erano le 3,40 di sabato 27 febbraio: un sabato terribile. Mi trovavo nella periferia di Santiago: casupole fatiscenti e gente povera, ma dignitosa. C'è chi lavora e c'è chi vive di espediente. Ma i bambini, quelli - sottolinea - sono molto curati e vanno tutti a scuola. Anche i cani pur restando randagi sono molto rispettati». 
«Noi - ricorda - dormivamo  in una baracca per metà  legno e per metà muratura, di proprietà della diocesi di San Bernardo. Le giornate erano molto varie: visitavamo le chiese, i santuari, anche sulle Ande, e poi incontravamo la gente e i bambini. Oltre le preghiere, che venivano recitate a volte in italiano e a volte in spagnolo e portoghese. E io seguivo piano piano».
Poi, quei primi trenta secondi di inferno, dentro quella baracca: «Sembrava che il soffitto mi cadesse in testa, ma per fortuna era di legno e ha retto. Ci siamo radunati in cucina e abbiamo aspettato. Ma nessuno si è spaventato: la gente lì è pronta, lo sa di vivere in una zona altamente sismica. Poveri, consapevoli, ma non rassegnati. Certo, da quella prima scossa ne abbiamo subite altre cento. Le pareti in muratura delle baracche e delle chiese sono crollate e il rettore del seminario, dove un giorno mi trovavo a pranzo, nonostante tutto, mi ha detto: «Niente, niente, non è niente». Il terrore lì, non esiste». Dieci giorni a Santiago, con la terra che trema e i muri che crollano, quindi a Curitiba e a Cascavel nel Paranà del Brasile, la regione più industrializzata. «Città nuove, ordinate, un altro mondo - sorride don Severino -. Eravamo sempre nelle case della congregazione e nelle varie parrocchie della missione, ma lì la situazione era molto più vivibile». E prima di tornare, un'altra foto che rimarrà tra le pagine di questo diario. E' scattata con Andrea Caselli, anche lui di Gaione, ma in Cile per lavoro. «Precisamente a Concepción, la zona più colpita dal terremoto. Andrea, infatti, era molto spaventato. Così avendo saputo il giorno e l'orario della mia partenza, è arrivato all'aeroporto per abbracciarmi. E si è messo a piangere». Don Severino è stanco: «Va bene così?». Non ha più voglia di parlare. E' appena arrivato e non sta nella pelle: «Ho portato tanti ricordini per i miei parrocchiani». Così, con il suo taccuino, esce in fretta dalla porticina della canonica, quasi in fuga, ma qualcuno lo ferma: «Don, cosa fa? Non siamo più a Santiago. Si metta almeno la giacca». E il «don» torna sui suoi passi e ubbidisce a testa china: malvolentieri, però.   
 

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