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Giovani, ricchi e occupati: ecco i nuovi schiavi della droga

Giovani, ricchi e occupati: ecco i nuovi schiavi della droga
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 Daria Beverini 
 

«Stare fuori senza le droghe? Dentro mi sento annoiato, una noia mortale, senza forza di ca­rattere ». E’ questa la spiegazio­ne che un ragazzo ha dato della sua tossicodipendenza ai medici del Sert, nel momento in cui ha deciso di liberarsi dalla sua pri­gione. Pochi giorni fa però, quel ragazzo ha avuto una ricaduta. E ancora: «L'alcol è la droga ideale: prima ti fa mollare i freni ini­bitori, poi ti stordisce. Ieri sera ho visto mio padre: ho deside­rato che fosse morto. Così avrei cominciato a vivere». A parlare questa volta è una ragazza ap­partenente a una famiglia bene­stante, a cui è il padre a offrire la cocaina. Oppure: «Non riuscivo ad avere rapporti sessuali. L’an­drologo mi disse che soffrivo di ansia da prestazione. Una sera casualmente ho fumato eroina e tutto è andato a meraviglia, così ho continuato a usarla». Peccato però che oggi questo ragazzo, ventunenne, sia schiavo della di­pendenza e che il sesso non lo interessi nemmeno più.
  E' raccontando stralci della vi­ta dei suoi pazienti che Maina Antonioni, direttrice del Sert di Parma, apre l’incontro «Uso, abuso, dipendenza», organizza­to dall’Avis Montebello-Cittadel­la. «Pensiamo sempre ai tossico­dipendenti come a persone ap­partenenti a basse classi sociali, ma oggi non è più così spiega Maina Antonioni . Si tratta spes­so di persone abbienti, professio­nisti".

L'articolo completo sulla Gazzetta di Parma 29-3

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  • Giorgio G.

    31 Marzo @ 14.16

    Aziende, allarme manager drogati di Alessandra Pasotti * Sono più le imprese che le scuole a chiedere aiuto all’Asl di Milano per problemi con le tossicodipendenze. Sono loro i nuovi "tossici": fumano eroina prima di andare al lavoro e tirano di cocaina anche nei bagni Producono reddito, pagano le tasse, ricoprono posizioni strategiche o semplicemente impiegatizie, hanno una famiglia, amici. E fanno uso di droga: fumano eroina prima di andare al lavoro, tirano coca nei bagni, girano con hashish e marijuana nel portafogli. La droga non è solo un'emergenza giovanile. Basta dare un'occhiata alle decine di richieste di «intervento formativo» ricevute dall'Asl di Milano da parte delle aziende. Più di quelle ricevute dalle scuole. Perché? L'altro giorno nel capoluogo lombardo è stata ricoverata una donna intossicata da cannabinoide sintetico acquistato via Internet: non si tratta di una ventenne in cerca di sballo, ma di una signora di 55 anni. A Milano lo scenario privilegiato per fare formazione sulla tossicodipendenza sono gli uffici. Perché l'uso delle droghe sul posto di lavoro non è mai stato così trasversale e diffuso. Tanto da far dire a Riccardo Gatti, responsabile per l'Asl cittadina del reparto prevenzione droga: «La vera emergenza educativa non è sui ragazzi, ma sugli adulti, su quei genitori ultra-quarantenni che in fondo hanno sempre tollerato un certo tipo di droghe, come la canna. Tra qualche anno avremo l'allarme droga tra i pensionati. Chissà se manderemo in comunità anche loro, continuando a chiamarli ragazzi». Riservatezza assoluta, per ovvi motivi, su quali siano le aziende che hanno richiesto l'intervento dell'Asl. «Quando entriamo in azienda è inutile fare conferenze - spiega Gatti -. Non servirebbe a nulla. Noi puntiamo sulla formazione. Parliamo con la direzione aziendale, ma anche con i rappresentanti sindacali. Spieghiamo loro come agganciare le persone che si sospetta facciano uso di droghe, cosa dire loro e dove indirizzarle per farsi curare». Fino a una decina di anni fa un progetto di questo genere sarebbe stato impensabile. Oggi le aziende si ritrovano a fare i conti con gli effetti di una tossicodipendenza non più agganciata all'emarginazione, ma all'interno dei loro stessi uffici. «Il tossicodipendente è una persona normale che nel 70 per cento dei casi ha un posto di lavoro fisso. L'idea che nessuno se ne accorga è sbagliata. In realtà sono molteplici le possibilità di accorgersi dell'uso di droga di un dipendente: assenteismo, mancato rendimento, progetti lavorativi inevasi - racconta Gatti -. Tutto ciò per le aziende comporta aumento del contenzioso, dei conflitti legali e delle misure disciplinari. Situazioni che non sono a costo zero». L'inaffidabilità dei manager drogati è al primo posto nella graduatoria dei danni che provocano alle loro aziende, secondo una ricerca datata 2003, ma ancora attualissima. «Io credo che i rischi siano soprattutto due - dice ancora Gatti -. Il primo riguarda la produttività, il lavoro: basta pensare che l'abuso di cocaina può condurre ad uno stato che viene definito “submaniacale” nel quale ogni cosa diventa più semplice, le capacità critica e di giudizio sono affievolite, quelle decisionali alterate. Immaginate le conseguenze di strategie aziendali decise in queste condizioni». Conseguenze che riguarderebbero moltissime persone, anche esterne all'azienda, se la scelta alterata arrivasse, per esempio, da parte di chi lavora in una banca d'investimenti. «Il secondo rischio - prosegue Gatti - è legato alla fornitura delle sostanze stupefacenti. Chi rifornisce i manager di droga, attraverso questa via potrebbe tenerli in scacco. Chiedere loro qualche favore, farsi raccontare strategie che dovrebbero restare segrete. Insomma, per la criminalità questa può essere una strada per entrare nel mondo di imprese e finanza e controllarlo in modo soft». Da doping della vita quotidiana a narco-benessere: il perché manager, ma anche impiegati o operai facciano uso di droghe è racchiuso in questo segmento motivazionale. Ma quali sono gli stupefacenti che vanno per la maggiore tra gli adulti? «La cocaina è l'unica capace di tener testa alla cannabis - spiega il responsabile Asl -, è così diffusa che ormai il mercato è saturo. Nella nostra previsione al 2012 abbiamo stimato che la coca sarà la droga che crescerà di meno rispetto alle altre con un aumento stimato solo del 4 per cento, ma a conti fatti in Italia vorrà dire che saranno 700mila gli individui che la consumeranno, ossia il 2,2 per cento della popolazione»

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  • Giorgio G.

    31 Marzo @ 10.57

    ITALIA - Sindacato di polizia penitenziaria: no a carcere per immigrazione e tossicodipendenze "L'attuale sovraffollamento va a discapito delle condizioni detentive e delle condizioni lavorative delle donne e degli uomini della Polizia penitenziaria che lavorano nella prima linea delle sezioni detentive". E' quanto ricorda Donato Capece, segretario del Sappe che sta svolgendo il consiglio nazionale ad Abano Terme. "Se il carcere e' in larga misura destinato a raccogliere il disagio sociale, e' evidente come la societa' dei reclusi non possa che essere lo specchio della societa' degli uomini liberi. In altri termini, sembra che lo Stato badi solo ad assicurare il contenimento all'interno delle strutture penitenziarie". Per il Sappe, "e' giunta l'ora di ripensare la repressione penale mettendo da un lato i fatti ritenuti di un disvalore sociale di tale gravita' da imporre una reazione dello Stato con la misura estrema che e' il carcere, e dall'altro, anche mantenendo la rilevanza penale, indicare le condotte per le quali non e' necessario il carcere ipotizzando sanzioni diverse. E' chiaro che una opzione di questo tipo dovrebbe ridisegnare il sistema a partire dalle norme in materia di immigrazione e dalla individuazione delle risorse per affrontare il tema delle dipendenze e dei disturbi mentali fuori dal carcere".

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  • Giorgio G.

    30 Marzo @ 11.03

    Cara Edi, quanto ho scritto a riguardo di reumatismi e problemi alle vie respiratorie era la mia risposta allo scherzoso commento del divertente Vercingetorige (ma se ti interessano dei riferimenti scientifici a riguardo sarei ben lieto di procurateli). Quando si parla di dipendenza, nessuno tira mai fuori i costi che lo stato si accolla per trattare queste persone, che attualmente, non solo non sono curate, ma spesso finiscono in carcere. Si stima che tra il 30 e il 40% delle carceri siano riempite da tossicodipendenti e questo grazie alla legge fini-giovanardi, che ha addirittura peggiorato la situazione carceraria post indulto. L' indulto è servito a garantire l' impunità ai tanzi e cragnotti, per riempire nuovamente le carceri di tossicodipendenti, che ora sono doppiamente colpiti a causa di un comma sulla recidiva che aumenta le pene. Quindi se un tossicodipendente finisce in carcere, esce e ricade nel tunnel, la legge lo manda di nuovo in carcere con pena aumentata. Se quindi vogliamo parlare dell' argomento bisogna a questo punto, per forza, puntare il dito contro questa legge, che è causa della maggiore diffusione di droghe pesanti (dalla sua approvazione l' uso di cocaina in italia è esploso), dell' esplosione del numero dei carcerati tossicodipendenti e della riduzione dei fondi destinati ai centri di recupero pubblici e privati. La legge fini giovanardi non è neppure stata discussa, ma approvata come parte del decreto sulla sicurezza delle olimpiadi invernali. Questa è la serietà con cui la politica italiana affronta il tema tossicodipendenza e questa è la politica dello spreco che gli italiani chiacchieroni si stanno ritrovando. Spese senza fondo, per politiche disastrose. Vogliamo smettere di parlare di "problemi di dipendenza" e iniziare a parlare di "soluzioni alle dipendenze"?

    Rispondi

  • ad

    30 Marzo @ 10.34

    Signori Vi prego, non peggioriamo una situazione già compromessa. E' legale vendere armi, ma grazie al cielo è necessario il porto d'armi, il quale prevede un'istruzione ad hoc ed è lì che bisogna puntare. Se vogliamo una libertà dobbiamo guadagnarcela. Siamo pronti, da genitori, ad istruire dei ragazzi all'utilizzo di hascis, cocaina, eroina, LSD, e tutti gli altri o vogliamo che provino l'ebrezza di una canna? Cosa desiderate per i vostri figli? Avremo il tempo e la tempra per seguirli fino a quella soglia? Saremo in grado di leggere come la loro mente viene poco alla volta e legalmente, deviata? Siamo in un epoca dove il medico di base si permette di prescrivere benzodiazepine con la stessa semplicità con cui prescrive nimesulide e senza avere la capacità di capirne gli effetti e senza avere il tempo di seguire il paziente. E chi seguirà il paziente? La famiglia. Quindi Vi chiedo: Siete pronti a vedervi togliere un figlio dall'ignoranza sua stessa prima, vostra prima ancora e dei medici successivamente? Rispondete col cuore e tenetevi ben saldi alla risposta che io la mia la conosco e la difendo. Purtroppo non ho letto l'articolo, mi spiace, lavoro fuori dalla mia città, ma conosco i problemi degli psicofarmaci e della cocaina. Al sert non sono in grado di risolvere un problema di dipendenza che è uno. La cocaina è una droga, la cannabis è un'altra droga ma non parliamo delle due accomunandole: non siamo sciocchi. Cercate di capire: provate anche solo guardando il grafico http://it.wikipedia.org/wiki/Stupefacente. l'utilizzo di una droga deriva da uno stato mentale ma quello che ne esce spesso è un problema psichiatrico difficilmente risolvibile.

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  • michele

    30 Marzo @ 07.38

    Giorgio...si parla di problemi di dipendenza e tu tiri fuori la cura dei reumatismi, che è proprio la patologia tipica di ogni adolescente, no? Poi che il fumo (qualsiasi) possa far bene alle vie respiratorie è proprio una barzelletta. Ma secondo te chi si oppone ad un medico che prescrive medicine? nessuno. A meno che tu non abbia il medico con ambulatorio all'aperto in piazzale della pace... "

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