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Il «federalismo sanitario» sulla Ru486 non convince

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Pino Agnetti 

Chi è ideologicamente pro e contro l’aborto non gradirà.  Ma chi è onestamente dalla parte della legge e della salute delle donne, probabilmente sì. La pillola abortiva, dunque, è arrivata. In realtà c’era già, tanto che il suo utilizzo era stato autorizzato fin dal 9 dicembre scorso, giorno della pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale del via libera alla immissione in commercio della Ru486. Mentre la sua sperimentazione in alcune regioni, compresa la nostra, ha avuto inizio quasi cinque anni fa. Allora, perché siamo di nuovo alle barricate? Tutto nasce dal fatto che il farmaco - commercializzato da tempo in diverse nazioni fra cui Gran Bretagna, Francia e Svezia  -  da noi può essere somministrato per legge solo in una struttura ospedaliera pubblica. E comunque, entro e non oltre la settima settimana di gravidanza. Fin qui, tutti d’accordo. Ma solo fin qui, appunto. Da un lato, infatti, l’Agenzia italiana del Farmaco (Aifa) e il Consiglio Superiore di Sanità (il massimo organismo scientifico del Ministero della Salute) sono del parere che l’intero percorso abortivo debba avvenire in regime di ricovero ospedaliero. Secondo tale impostazione, la donna deve restare sotto osservazione per almeno tre giorni (le pillole da assumere sono due a distanza di 48 ore una dall’altra) ed essere dimessa solo ad aborto avvenuto. Ciò, per consentire ai medici di accertare che le sue condizioni le consentano di rientrare a casa senza nessun problema per la sua salute. Una precauzione sostanzialmente inutile, anzi un ostacolo creato ad arte solo per scoraggiare il ricorso alla pillola abortiva, secondo altri. I quali ritengono che, una volta assunta la prima pillola in regime di day-hospital, la donna possa allontanarsi dall’ospedale semplicemente firmando l’ordine di dimissioni (come avviene per qualunque altro ricovero). Per farvi rientro in seguito e completare, sempre in regime di day-hospital, il percorso abortivo. Esattamente la scelta compiuta (d’accordo con le autorità medico-sanitarie locali) dalla giovane donna di Bari che, primo caso in Italia, in questi giorni ha assunto la pillola abortiva in forma per così dire ordinaria e non più sperimentale. Ebbene, basta tutto ciò a giustificare lo scatenarsi di una nuova “guerra di religione” pro o contro l’aborto, pro o contro la libertà delle donne? A noi pare di no. A guardare meglio le cose, infatti, si scopre che il tanto avversato (da alcuni) parere del Consiglio Superiore di Sanità è stato elaborato quando ministro della Salute era la “sinistra”  -  perché del Pd  - Livia Turco. E che la “rossa” Toscana, al pari del Piemonte del neo-governatore leghista Cota, ha scelto la via del ricovero fino ad aborto ultimato. Da parte sua, l’Emilia-Romagna ha ribadito di voler tirare dritto con il proprio modello basato sul “day-hospital”. Per carità, ognuno avrà le sue brave ragioni. Ma tutto questo “federalismo sanitario” su una materia tanto delicata, francamente, non convince. E se fosse proprio Parma a lanciare un segnale per uscire dall’impasse? Per chiedere, cioè, che a prevalere siano solo le ragioni della legge (la 194 che non va né abolita, né revisionata ma semmai applicata nella sua interezza) e della salute delle donne? Proviamoci. E chissà che qualcuno, in questo Paese devastato dalle “guerre di religione”, una volta tanto non ascolti. 

                                                                                      

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