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In carrozza, si parte: ecco l' "altra velocità"

In carrozza, si parte: ecco l' "altra velocità"
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Stefano Rotta
 

Nove treni ad «altra velocità», 360 chilometri di ferrovie parmensi, 8 ore no stop di stazioni e strade ferrate nel Ducato. Emissioni: zero. Minuti di ritardo accumulati: zero. Non cinque, sei, dieci, in una mezza giornata: nemmeno uno.
Convogli puliti o comunque dignitosi, personale disponibile, efficienza: l’altra faccia di Trenitalia, in un piccolo «interrail» locale, partito alle 13.02 da Parma (il 30 aprile) e concluso alla stessa «Temporary Station» alle 20.55; di mezzo Salsomaggiore, Busseto, Fidenza, Fornovo, Borgo Val di Taro e Casalmaggiore. Benvenuti a bordo, non allacciate le cinture.

Parma-Salso
«In gergo, le chiamiamo corsette», spiega il macchinista del Minuetto. L’Emilia, stando in cabina, si apre in due parti ai 160 orari di un nuovissimo treno locale. Uno degli otto diretti che fanno la spola fra il capoluogo e il centro termale. «Corsetta», però, rende più l’affetto del personale, di quanto effettivamente, in termini numerici, inizino a pesare questi collegamenti: il treno è pieno, ma non affollato. Un po’ per l’orario, è popolato di ragazzini che escono da scuola, lavoratori part-time e persone diretti all’ospedale di Vaio. La regione Emilia Romagna ha investito molte risorse in un progetto che sta dando i suoi frutti.
Per la prima volta, oggi saranno moltissime, passiamo il ghiareto del Taro. Dice Uno che «quando si interrompono i binari, arriva un messaggio d’emergenza a tutti i treni. Ma il giorno in cui questo ponte crollò, per la piena del fiume, i binari rimasero sospesi e intatti. E quindi conseguenze inimmaginabili, se fosse passato un treno in quei frangenti».
Passata Fidenza, si imbocca la storica ferrovia costruita nel Ventennio per raggiungere le terme. Qui, racconta l’uomo alla guida del convoglio – resteranno tutti anonimi, come vuole l’azienda, Trenitalia - «resistono alcuni degli ultimi segnali semaforici, non luminosi, nella rete italiana». La maglia principale funziona con i classici segnali «rosso» e «verde»: qui no, fino al capolinea ferroviario di Salso, ci sono ancora vecchi legni, interpretabili solo dagli addetti ai lavori.
Il treno è leggero, interamente bloccato (monoconvoglio, di fatto), trasporta 250 persone in tutto confort, con aria condizionata, aree per la socializzazione, posti per le bici, comunicazioni varie ai passeggeri, prese per i computer e bagni puliti. Sembra di essere in Europa.

Salso-Fidenza-Busseto
Il treno che torna, è lo stesso: ogni mezzora collega Fidenza e Salso. Con il numero pari verso nord, dispari verso sud, come tutti i treni italiani. A bordo c’è tempo per illustrare i moderni sistemi di controllo dei mezzi, fra segnali satellitari e bottoni per allarmare, in un certo raggio, tutti gli altri treni, in caso di pericolo. Sempre in cabina: davanti un leggero saliscendi, a destra persone in attesa sulla banchina della fermata «Vaio Ospedale», sulla sinistra un gruppo di neri intenti a seminare. Nove chilometri, sette minuti, siamo di nuovo in Borgo San Donnino.
Il nostro secondo «Caronte» racconta, portando treno e passeggeri da Fidenza a Cremona, quanto siano difficili da gestire i treni della sera, «qui in Emilia neppure così tanto, ma in Lombardia, fra Bergamo e Brescia, c’è il Far West, calata la luce». Come se la cava il personale femminile? «Guardi, non sottovaluti le donne di Trenitalia. Sanno farsi rispettare, le nostre colleghe, e difendersi nel modo giusto, se è il caso».  A bordo c’è anche il macchinista marinaio, tatuaggio sul braccio, orecchino, storie. Lo incontriamo sul treno gemello, dispari, dopo una scampagnata nelle vie di Busseto. «Biglietti, prego».  Questa volta, in carrozza, con una ragazza delle terre Verdiane. Il biglietto, di un euro e settanta, lo offre lei. Perché se non hai contanti, e non ti trovi in una grande città, Trenitalia non viene incontro: le stazioni sono quasi tutte «impresenziate», e le macchinette accettano solo denaro di carta, non elettronico. Niente bancomat, carte di credito, lungo gran parte della rete. E nemmeno a bordo treno.
Si siede e racconta. «Potrei scrivere un libro. Nel 1980, primi anni di servizio, lavoravo sul mitico Belgrado-Parigi; treni di 22 vetture, a bordo contrabbando di jeans, calze da donna, scippi, aria pesante. A Verona mi sono trovato un uomo ibernato sotto il convoglio, fra carrello e rotaie. Un pezzo di ghiaccio, ma vivo: scappava dal Comunismo». Non solo, «un’altra volta ho trovato, su questi vagoni, un violoncello enorme. Quasi intrasportabile. Era di un artista straniera che avrebbe suonato quella sera a Cremona; e lo strumento, preziosissimo, viaggiava avanti e indietro da Parma».
E poi, una più leggera: «A Desenzano, sempre in quegli anni, un signore venne da me terrorizzato: “ho dimenticato la famiglia a Milano, mi aiuti”. Niente cellulari, negli anni Ottanta. Ho avvisato la Polfer, ma mi chiedo ancora come non accorgersi per cento chilometri che mancavano moglie e figli!» 

Fidenza-Fornovo
Per tirare in ballo Pascoli, in carrozza c’è un «odorino amaro» di gasolio. Ma è bello, sembra di essere in pieno Novecento, con questa littorina diesel, nei campi di cereali fra Fidenza e Fornovo. Prendiamo il collegamento delle 16.21, a bordo non c’è la solita ressa di studenti. Troviamo invece Vilma, bidella all’Itis di Fidenza, pendolare da venti anni per Borgotaro. La prende con filosofia, dice che «gli orari sono fatti male, troppe attese sui binari per i cambi, però meno male che hanno messo questo trenino. D’estate è caldissimo, ma non ci si può lamentare. Riesco a leggere, a rilassarmi, guardo il bel paesaggio. Se riesco a pendolare, è solo grazie ai comuni, all’impegno dei sindaci».
La ferrovia è una privata, la Fer. Anche qui siamo in cabina: c’è un bel clima. Attento, ma sereno; si suona il clacson, dal suono adorabile, con una certa gioia. In mezzo alla campagna, «al largo» di Noceto, troviamo il vecchio paesaggio italiano, le stradicciole strette, gli incroci a raso, i passaggi a livello. E le stazioni dimenticate, abbandonate, frequentate e utilizzate più dagli extracomunitari; sono loro a non voler mettere la parola fine su questi tratti ferroviari battuti da pochi treni al giorno. E qualche ragazzino senza patente. Fra stalle e robinie, entriamo in Valtaro.

Fornovo-Borgotaro
Venerdì sera, il popolo dei trolley lo fa quassù l’happy hour. Verso Pontremoli, Borgotaro, Bedonia. Dopo una settimana di lavoro, di università: semplicemente, di città. L’aria salendo si fa più fina, il fiume gioca a comparire e scomparire, fresco di disgelo, avvinghiandosi con la ferrovia, la statale della Cisa e l’autostrada «A15». Il controllore scende a Solignano, fischia forte: finiscono così i giorni feriali di molti parmigiani d’adozione. Sulle pensiline, verso casa, in montagna. Terre di pendolari, e non da oggi. Il treno fa tutte le fermate, eccetto le antiche Selva del Boschetto e Rocca Murata. Su quest’ultima, snobbata dal traffico ferroviario, bisogna spendere una parola: in pura tradizione italiana, sopravvive una bella osteria sui binari, dove mangiare tagliatelle coi funghi del posto.
E’ un treno di lunghe chiacchierate, verso la Toscana, di tanti ragazzi, di operai e impiegati. Fuori i germani reali planano fra le lingue del Taro, nelle gole. Un gran bel pezzo d’Italia.
A Ostia Parmense, in stazione, c’è una bella panca intagliata nel legno, più avanti, a Borgotaro, scendono frotte di persone, dileguandosi in pochi minuti. Anche qui, impossibile usare carte magnetiche. Il personale, a bordo, capisce: prometto di fare il biglietto all’arrivo. Questo, nel bene e nel male, non succede su nessun’altro treno d’Europa.

Borgotaro-Parma
Numero pari, di nuovo verso Nord. Questo treno, a quest’ora, ha il sapore di viaggiare sull’Autosole il giorno di Ferragosto, in direzione Milano. Non c’è nessuno. Diamo un’occhiata ai bagni, sono discretamente lindi. Niente di eccezionale, ma neanche brutture. Anzi, fuori dal finestrino, dal bagno, le montagne danno il meglio di loro.
E’ l’ultimo sole. Le lingue d’acqua, sotto, nel Taro, si fanno di platino. In treno, quattro gatti, si legge molto. I l«regionale» che va fuori regione, in città, è pronto a caricare altre valige, altri zaini e altre ventiquattrore. Di chi ha lavorato fino all’ultimo.

Parma-Casalmaggiore
Binario 7, per Brescia. La conoscono tutti, questa littorina. Avanti e indietro fra il Ducato e le Prealpi. Facce nere, di colore e di rabbia; e mani disegnate dal lavoro in stalla. Binario unico.
Viaggia per terre basse, passando per uno degli snodi periferici della rete del Nord Italia, Piadena. Gasolio, rigorosamente, con 4mila litri a bordo. Macchina degli anni Settanta, ricorda un po’ la «Locomotiva» di Francesco Guccini. Automotrice diesel, accelera con molta calma: la porta un ex militare, viene dal Genio Ferrovieri, Esercito Italiano, con la qualifica di macchinista.  Nel 1999 il congedo, e via, sul ferro. Per anni la Chivasso-Aosta, con le stazione presenziate dai colleghi dell’esercito. «Sembrava di essere in guerra», ricorda. A proposito: oggi tutto è gestito in «telecomando» da Cremona, dove opera il dirigente centrale. La figura del ferroviere, in stazione, è quasi del tutto tramontata.  Procediamo verso la Bassa parmense, fra Torrile, Colorno e Mezzani, sbuffando fumina nera. Due macchine, quattro motori, di cui due fuori servizio. Uno perde acqua, l’altro rimane sempre accelerato.
Il Po è uno specchio d’acqua dipinto a olio, lo passiamo adagio, sul ponte di ferro sopra le Canottieri. Eccoci, per la prima volta, all’«estero». Lombardia, terra cremonese. Bar Buffet, dentro la stazione, muri in legno, tante foto, articoli di giornale appesi, gente che beve. Mi offrono una birra, prima ancora che tiri fuori il taccuino. Mi seggo, sul piazzale, dentro un crocchio di uomini di Po: frasi categoriche, divisione metafisica sull’Inter e il catenaccio; mi offrono un’altra birra. Come nelle stazioni del Südtirol. Ma siamo a Casalmagiùr.
 

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