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Editoriale - Dovere di informare, diritto di sapere

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di Giuliano Molossi

Non è una bella legge quella che il Parlamento si appresta a votare sulle intercettazioni. E non lo è perché, invece di proibire e punire severamente, come sarebbe giusto, la sola pubblicazione di intercettazioni telefoniche ininfluenti ai fini delle indagini, impedisce ai giornalisti di fare il loro mestiere, che è quello di informare. Vietando infatti di dare notizie su qualsiasi atto processuale, anche se già noto alle parti, sino alla fine dell'udienza preliminare, metterà la stampa nell'impossibilità di mettere al corrente i lettori delle inchieste giudiziarie. Allo stesso tempo, ponendo altri limiti alla possibilità dei magistrati di mettere sotto controllo il telefono di un indagato, la nuova legge ostacolerà le indagini. Finora bastavano i «gravi indizi» per intercettare qualcuno; d'ora in poi il pm dovrà dimostrare di avere in mano elementi concreti che provino la sua responsabilità. Domanda: ma se non può ascoltarne le conversazioni, come farà a stabilirne la colpevolezza? Nascondendosi sotto il suo letto? O infilandosi nell'armadio come l'amante delle barzellette?
Bisogna riconoscere che il far west delle intercettazioni andava regolamentato per mettere un freno agli abusi che pressoché quotidianamente infangano cittadini estranei alle indagini. Le intercettazioni dovrebbero essere uno strumento per accertare se un reato è stato commesso, non per mettere in piazza le abitudini sessuali di una certa persona o le sue frequentazioni. Ma anziché limitarsi a tutelare la privacy, imponendo ad esempio alle Procure di distruggere le trascrizioni che non hanno rilevanza penale, il ddl che da lunedì tornerà all'esame della commissione giustizia del Senato rischia di mettere il bavaglio a magistrati e giornalisti. E' mai possibile che non si riesca a contemperare le sacrosante esigenze di riservatezza e di privacy con quelle altrettanto importanti delle indagini giudiziarie? Non si comprende che se questa legge venisse approvata così com'è oggi, gli unici a brindare sarebbero quelli che hanno la coscienza sporca, quelli che hanno qualcosa da nascondere? Si punisca duramente, con multe salate e perfino con pene detentive, il giornalismo spazzatura ma senza fare di ogni erba un fascio, senza colpire chi fa solo il suo dovere di informare l'opinione pubblica che c'è una certa inchiesta su una certa persona. Attendere la fine delle indagini preliminari significa aspettare anni prima di poter scrivere una sola riga. Per citare solo l'ultimo caso, i giornali non avrebbero potuto pubblicare nulla dell'inchiesta sugli appalti del G8, la gente non saprebbe niente delle imprese di Balducci, di Anemone e di tutta la «cricca».
Ieri il governo ha deciso di ritirare l'emendamento che aggrava le pene per i giornalisti nel caso della pubblicazione di un atto vietato. Il senatore Centaro, relatore del provvedimento a Palazzo Madama, ha detto: «Penso che questo possa stemperare tante polemiche». Si sbaglia. I giornalisti non temono di venir condannati a 2 anni piuttosto che a 2 mesi. Temono un'altra cosa: di non poter più scrivere che una qualsiasi persona, politico o no, potente o no, è indagata dalla magistratura. Il punto è solo questo. La stampa ha il dovere di informare? La gente ha il diritto di sapere?

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  • sabcarrera

    22 Maggio @ 13.17

    Ci sono molti affari loschi che i giornalisti potrebbero pubblicare senza ricorrere a fare gli spioni ma non hanoo il coraggio o sono al soldo di chi ha il potere economico.

    Rispondi

  • Andrea

    22 Maggio @ 05.49

    Egregio sig. Giuliano Molossi, stupisce che il direttore di un quotidiano come la Gazzetta di Parma, che si è sempre tenuta alla larga da iniziative di giornalismo di inchiesta e di denuncia e che troppo spesso si è nascosta dietro alla cronaca secondaria per non informare i lettori sui temi primari della politica, del sociale e del malaffare.Non si preoccupi, la legge bavaglio in corso di appprovazione non le impedirà di pubblicare ancore pedissequamente le solite notiziole di provincia e le foto del porcino da tre chili trovato nei boschi di Borgotaro. Cordialmente.

    Rispondi

  • pier luigi

    22 Maggio @ 00.14

    Non entro nel merito del fondo e delle libertà, mi ricollego a quanto detto da lisasimpson alle 14.31 del 21.05.2010: calipari vittima esaltata come eroe per aver salvato la sgrena, pagherei per essere un 'buon giornalista' e andare a fondo di quanto è successo. Perchè era in quel posto, era comandato da chi, tutto è stato messo a tacere incolpando un militare per aver fatto il proprio dovere e bisognerà aspettare anni e anni per sapere la Verità. Nel frattempo, caso strano la vedova si è presentata nelle file del pd, quelli stessi in cui, forse, credeva anche quel povero agente, offertosi per la missione che doveva essere segreta per tutti, tutto questo non è stato raccontato e non lo sarà mai anche se, forse, esistono intercettazioni ma nessuno le cerca! Anche questo è giornalismo al negativo.

    Rispondi

  • ERIO

    21 Maggio @ 19.18

    E no , caro G.B. , Lisa Simpson o no ,Lei si sta arrampicando sui vetri. L'editoriale del direttore è condivisibile in minima parte e la Sua mi pare una difesa d'ufficio, come poco originale ( è scritta su tutti i media) la vicenda Parmalat ,cosi' non si parla del rovescio della medaglia. Le faccio un esempio,ottobre 2.005 arrestati i vertici e i proprietari della clinica San Carlo,( ricorda lo strombazzemento dei giornali e gli innumerevoli speciiali televisivi ? ) ,per tutti i media erano dei mostri da condannare. Aprile 2.010 tutti assolti, ma nel frattempo uno è morto di crepacuore e i proprietari sono in rovina e privati della loro legittima clinica dal 1955. Ha visto una riga una di scuse su un qualche giornale? Chi li ripaga di una vita rovinata per sempre? Nota bene , anche in questi casi le carriere di quei P.M. proseguono senza intoppi ad avanzamenti di carriera e stipendio.

    Rispondi

  • gazzettadiparma.it

    21 Maggio @ 17.55

    Spillo, il fatto è che io sono d'accordo con lei. Ma sono d'accordo su ciò che lei dice, che è diverso da ciò di cui stiamo parlando noi giornalisti. Allora provo a spiegarmi meglio. Gli eccessi (o peggio) di cui lei dice sono esistiti davvero. I titoli di giornale sono davvero qualcosa da maneggiare con cautela, nè mi nascondo dietro al fatto che un giornale spesso riporta la decisione di un altro (indagato, rinviato a giudizio, condannato in primo grado). Il problema, e in questo lei ha pienamente ragione, è che poi magari la persona viene assolta (o prosciolta), ma a quel punto il danno è già fatto. E noi giornalisti, anche questo è vero, spesso non siamo nemmeno capaci di chiedere scusa (o lo facciamo in piccolo, con molto meno spazio della notizia iniziale). Fin qui, ripeto, ha ragione lei, e spesso abbiamo torto noi giornalisti. - Ma la cosa di cui si parla in questi giorni non è questa, o non è solo questa. E'un provvedimento che, se adottato nel modo fin qui ventilato, farebbe sì che Scajola fosse ancora ministro. E un conto è ricordarsi e ricordare che Scajola non è stato ancora condannato da nessuno, ma un altro conto è dire che - con una legge che ci impedisse di conoscere la vicenda Anemone - sarebbe giusto averlo ancora come ministro. E anche l'esempio Parmalat, che ho già citato, dovrebbe farci riflettere. - Allora, provando a tirar le somme, dovremmo riuscire a conciliare le due esigenze: impedire (come giustamente dice lei) che i mass media possano rovinare senza motivo la vita e l'immagine di una persona, ma impedire anche (come giustamente sosteniamo noi) che partendo magari da un principio giusto si vada a limitare la libertà di stampa, che non è un privilegio di noi giornalisti ma è un diritto anche e soprattutto di voi cittadini. Soprattutto (posso dirlo senza sollevare polemiche?) in un Paese in cui chi ci governa è già abbastanza , e forse fin troppo, attrezzato anche in fatto di organi di informazione. Spero che su questa base ci possa essere un terreno comune con lei e con tutti i lettori, nell'interesse comune di chi fa e di chi riceve informazione."

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