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La vita delle famiglie «arcobaleno»: tra quotidianità e paure

600 questionari a Parma: pregiudizi più diffusi tra i medici, assistenti sociali più «aperti»

Famiglie «arcobaleno»: tra quotidianità e paure
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«Davvero noi psicologi dobbiamo ancora replicare a chi dice che i bambini che crescono con genitori dello stesso sesso sviluppano problemi particolari?». Se lo chiede – lo chiede – con uno sbuffo tra amarezza e impazienza, Marina Everri. E se davvero bisogna ancora rispondere, «abbiamo a disposizione un corpus di 40 anni di ricerche internazionali. Per i bambini è normalità crescere in un contesto che ha consentito loro di avere amore: conta la capacità genitoriale, dunque. La diversità emerge solamente quando il mondo attorno ti fa sentire carente di qualcosa. Come accadeva ai figli di separati della mia generazione».

E infatti parte da parecchie domande «oltre» il libro a tema «famiglie arcobaleno» che firma come curatrice, in libreria a fine mese. Si intitola «Genitori come gli altri e tra gli altri- Essere genitori omosessuali in Italia», è edito da Mimesis Milano e l'idea era studiare i processi della omogenitorialità da una prospettiva di vita quotidiana. Il volume è una raccolta di contributi di diversi professionisti che fanno ricerca sul tema, per parlare - spiega - di come funzionano le famiglie nella loro vita di tutti i giorni - «e c'è la conferma che i meccanismi sono gli stessi di quelle eterosessuali» -, di come si rapportano con il mondo esterno e che cosa effettivamente trovano nei servizi e nelle istituzioni con le quali entrano in contatto: ginecologi, pediatri, operatori dei servizi sociali, educatrici.

Piacentina, laurea a Parma «quando il Dipartimento di psicologia era appena nato: piccolo ma sempre orientato a un approccio sullo sviluppo degli individui e sul loro rapporto con il sociale», una mentore come Laura Fruggeri, collaborazioni con Luisa Molinari e Tiziana Mancini all'unità di psicologia ora parte del Lass, è da 10 anni che Marina Everri collabora con la nostra Università: tirocini, post laurea tra Parma e gli Usa, il dottorato, l'assegno di ricerca e – l'anno scorso – il premio europeo che l'ha portata alla London School of Economics.

Racconta di una lunga tradizione parmigiana di studi, progetti e tesi di laurea sul tema delle relazioni familiari e dello sviluppo dei bambini, con particolare attenzione alle diverse forme delle famiglie contemporanee, in particolare in relazione alle unioni omosessuali. E dell'urgenza – oggi - di rispondere alle domande di questi genitori: oggi che in Italia l'omogenitorialità è realtà piuttosto recente, che il contesto – nonostante il passo avanti della Cirinnà - resta discriminante, che i figli sono ancora piccoli e per questo le paure sono più grandi e incombenti.

«Purtroppo abbiamo potuto fare un numero limitato di interviste: quindici e prevalentemente a coppie di donne lesbiche perché ad oggi è più facile che siano loro ad avere figli. Numeri piccoli anche per la scelta di focalizzarci sulle famiglie a fondazione omogenitoriale: non quelle che si sono ricomposte o che hanno figli da un precedente matrimonio eterosessuale, ma quelle che hanno iniziato un percorso di famiglia insieme sin dall'inizio». E per studiare la loro quotidianità, la loro crescita, la scelta di avere figli, il rapportarsi all'interno e all'esterno, hanno realizzato anche videoregistrazioni a casa, nei momenti di condivisione come i pasti.

«Questi genitori si chiedono come parlare alle educatrici del nido, come rispondere agli amici dei figli. E come parlare a loro: i figli. Sono famiglie che sin dall'origine vivono paure e preoccupazioni per il futuro, qui in Italia. Sono minoranze e devono affrontare sfide non indifferenti: il pregiudizio, la discriminazione, l'omofobia interiorizzata. E in più – emerge bene dal nostro lavoro- hanno anche paure simili a tutti gli altri genitori: sarà un bravo padre o una brava madre? Che mondo gli consegnerò? Abbiamo trovato tante sovrapposizioni tra queste donne e i genitori eterosessuali. Ma con l'aggravante della discriminazione», spiega.

«Vivendo spesso fuori dall'Italia – conclude, accennando a legge Cirinna e stepchild adoption - mi è sempre più chiaro come i nostri dibattiti siano ideologicamente orientati. Invece l'ideologia va lasciata fuori, lasciando invece parlare le storie di vita». Storie che già esistono. «E noi dobbiamo sostenere queste persone perché possano vivere il loro progetto di vita, di coppia, di genitorialità nel miglior modo possibile».

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Omogenitorialità: pregiudizi più diffusi tra i medici, assistenti sociali più «aperti»
Ci sono le interviste alle famiglie, ma anche 600 questionari raccolti in diversi servizi di Parma all'interno di un progetto coordinato da Laura Fruggeri e Tiziana Mancini, a cui hanno risposto altrettanti professionisti che incrociano nella quotidianità le famiglie omogenitoriali: ginecologi, pediatri, operatori dei servizi sociali, educatrici.
«E' urgente e necessario il coinvolgimento dei servizi e dei professionisti su questo tema – dice la psicologa Marina Everri -: e abbiamo voluto capire a che punto siamo, quanto, ad esempio, conoscono sul tema dell'omogenitorialità e come stanno affrontando questa realtà crescente».
I questionari, ancora in fase di elaborazione, hanno dato un primo responso: «Ci dicono che il pregiudizio è ancora diffuso soprattutto in campo sanitario in particolare per quanto concerne il tema dell' «avere figli» da parte di coppie omosessuali. E infatti nelle interviste abbiamo raccolto episodi di donne che sono state rifiutate da alcuni ginecologi nel momento in cui hanno dichiarato che la loro famiglia era omogenitoriale. Sembra invece che gli operatori “più aperti” siano invece gli assistenti sociali. Non è un caso: sono quelli che hanno avuto maggiore contatto e maggiore conoscenza di queste realtà in questi ultimi anni. E hanno visto da vicino la loro quotidiana “normalità”».
Gli educatori, invece, sembrano avere una posizione intermedia in merito.
«Questi primi risultati - spiega Everri -complessivamente segnalano come sia necessario prima di tutto informare e fornire strumenti agli operatori, che indubbiamente, si trovano di fronte ad una sfida tutt'altro che semplice: dotarsi di nuovi modelli e strumenti operativi per accogliere i nuovi bisogni portati dalle famiglie contemporanee. Il volume in uscita, in questo senso, speriamo possa fornire spunti utili di riflessione e di intervento». ​ C.C.

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