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Integrazione, lettera aperta di Tagliani: "Si deve fare ancora tanto"

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Questa la lettera aperta scritta dal segretario confederale Cgil Parma con delega alle Politiche per l'immigrazione Raffaele Tagliani:

"Dall’ultimo rapporto Cnel, ampiamente commentato dalla stampa locale, Parma risulta prima nella classifica delle province italiane per l’integrazione socio–occupazionale degli stranieri. Anche la nostra Regione detiene il primato rispetto alle altre regioni italiane. I residenti immigrati, nell’ultimo anno, hanno superato quota 50mila (e costituiscono l’11,4% della popolazione), con un incremento di 4mila unità.
Una analisi politica seria direbbe che un dato è conseguente dell’altro: se un territorio ha più capacità d’inclusione – offre risposte mediamente più positive su temi come casa, scuola, lavoro, livelli di devianza, reddito, ecc – per forza di cose attira più immigrazione.
Viene da pensare che coloro che denunciano sdegnosamente tale risultato preferirebbero una provincia dove vi è più discriminazione, una scuola che respinge i bambini stranieri, e dove il tasso di delinquenza è più elevato. Vero è che vi è sul territorio un “cartello elettorale” che sembra voler cavalcare sentimenti xenofobi che le statistiche Cnel smentiscono clamorosamente – più stranieri ovvero più criminalità –, perseguendo obiettivi indecenti e criminogeni.
Tutto bene quindi? Facile cadere nella retorica degli opposti estremi: se siamo primi per integrazione nessuna critica è possibile.
Invece no. Proviamo a parlarne senza intenti polemici ma con libertà di analisi.
Intanto, nonostante la classifica ci premi, i dati in assoluto dimostrano che le disuguaglianze sono molto evidenti e la parità di condizione tra un cittadino italiano e un residente straniero è ancora molto lontana da ottenere.
È offensivo rimarcarlo? O qualcuno vorrebbe che tale differenziale non si colmasse mai? Certo il solito cartello elettorale spinge in tal senso ma questi soggetti sono il frutto più deleterio del nostro tempo.
Percentualmente lo straniero – anche nel nostro territorio – è sottoposto a sfruttamento maggiore nel mondo del lavoro. Più soggetto al ricatto del lavoro nero – se non si accettano condizioni anche sotto il livello dei diritti si perde il lavoro e senza lavoro si perde il permesso di soggiorno e senza questo si precipita nella illegalità e clandestinità. Più soggetto, per le medesime ragioni, ad infortuni troppo spesso non denunciati (e quindi non risarciti).
Aggiungiamo che l’infiltrazione mafiosa anche nella nostra provincia ci mostra un fenomeno in crescita: aziende in mani malavitose che sfruttano il lavoro straniero usando ogni mezzo di violenza e intimidazione.
Il sindacato fatica ad essere incisivo su questo punto se la città e le sue istituzioni mistificano o sottovalutano l’evidenza.
Fra l’altro in condizioni di crisi economica e occupazionale gravi come le attuali, la carenza di coraggio, eufemisticamente parlando, delle istituzioni locali rischia di aggravare certi fenomeni e di non avviare una operazione verità che gioverebbe a questo territorio. La Cgil bussa, aspettiamo risposte.
Un altro punto sul quale faremmo bene a riflettere seriamente è il tema che la nostra città e le sue istituzioni hanno posto al centro del proprio operare e del loro apparire, quello della sicurezza urbana. Parma è artefice della “Carta di Parma” dove il degrado urbano spesso è coniugato anche con l’assenza di regole forti e di integrazione degli stranieri.
Fa bene quella istituzione che coglie il bisogno di sicurezza per il proprio cittadino. Bene anche richiedere il rispetto di regole e norme di convivenza e legalità. Che però questo rispetto di regole si applichi unicamente a chi disturba in alcune piazzette e quartieri, solo casualmente frequentato da immigrati, o che l’alcol e il rumore abbiano un segno di pericolosità sociale diverso se distribuito da caffè creativi piuttosto che da market etnici; o che il divieto di bere da una certa ora in avanti valga per certe vie e non per altre, altrettanto “alcoliche”, evidenzia un retropensiero istituzionale dal sapore amaro per non dire malevolo.
Meglio sarebbe che lo sforzo maggiore, magari non esclusivo, di legalità venisse impiegato per contrastare illegalità meno evidenti, a volte sottovalutate, ma non per questo meno pericolose dei cosiddetti reati comuni: reati economico-finanziari; sfruttamento del lavoro nero e traffici illeciti legati anche agli appalti pubblici; riciclaggio, usura, estorsioni; sfruttamento della prostituzione; sfruttamento della immigrazione clandestina. Campi d’azione dove una istituzione locale può e deve intervenire, magari ottenendo meno visibilità immediata, ma con reali e concreti obiettivi.
Carente e ancora superficiale risulta l’impegno di questo territorio sul tema dell’accoglienza. Acuto e ancora irrisolto per quanto riguarda i richiedenti asilo e i rifugiati, altrettanto per quanto riguarda gli indigenti, i nuovi poveri. Si tratta certamente di un problema non solo per gli stranieri ma ovviamente il loro status, come sempre accade, amplifica i disagi e i drammi.
La rete familiare assente e il pericolo della “clandestinità di ritorno” non hanno ancora ricevuto risposte adeguate. L’Emporio sociale, nato recentemente grazie all’intelligenza e sensibilità del variegato mondo del volontariato, affronta l’emergenza delle famiglie cadute nell’indigenza. La sfida per un territorio civile come vuole essere il nostro è il recupero, il reinserimento nella società dei liberi. La sfida per le istituzioni locali è la capacità di scegliere dove impegnarsi e dove investire soldi pubblici. Banalizziamo: meno vetrina e più retrobottega? Fino ad ora solo molte luci.
Infine il tema della partecipazione democratica e della cittadinanza. In consulte, parlamentini, tavoli di cittadinanza e immigrazioni, negli ultimi anni tutte le istituzioni si sono cimentati, senza mai generare una vera e reale integrazione. Male non fanno certamente; enfatizzarli fa sorridere.
L’integrazione, o un avvio di questa, può darsi solo cominciando a riconoscere parità di doveri e diritti. Le proprie radici, le proprie identità non si possono – e non si devono – sradicare, cancellare. Non è compito di una istituzione laica individuare culture o religioni di stato. È solo nel rispetto e nell’identificazione di una Carta Costituzionale, di regole di convivenza civile veramente comuni, che può nascere un processo di appartenenza e di responsabilità individuale e collettiva.
Sentirsi soggetto attivo con obblighi, doveri, libertà e diritti.
È solo con il superamento del “tabù” del diritto di voto che si può costruire una società multietnica, nella quale ci si riconosca in codici comuni. Una istituzione locale forse non può decidere autonomamente. Può però affermarlo civilmente. Politicamente. È troppo?"

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  • massimo

    15 Luglio @ 22.56

    c'è da fare di più per gli italiani prima di tutto

    Rispondi

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