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Il pediatra Volta scrive al Papa: "Più ruoli per le donne nella Chiesa"

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Era una lettera privata quella che il pediatra parmigiano Alessandro Volta, responsabile della Pediatria di Comunità e del Servizio Neonatale all'ospedale di Montecchio  ed ex consigliere comunale, aveva spedito il 20 giugno scorso a Papa Francesco. Ma all'indomani dell'incontro e l'abbraccio tra Papa Bergoglio e l'arcivescova luterana di Uppsala, primate della Chiesa Svedese, ha deciso di rendere pubbliche le sue riflessioni. "Spero così di dare un contributo a un tema che all'interno delle comunità cattoliche è, a mio avviso, troppo debole e sottovalutato".

Ecco la sua lettera.

"Caro Papa Francesco,

ho avuto molti dubbi se scriverLe questa lettera, poi ho pensato che Lei ha l’età di mio papà e che avrei potuto rivolgermi a Lei come a un padre. Ho 56 anni, vivo a Parma, faccio il pediatra, ho quattro figli uno dei quali in affido. La fede in Cristo ha guidato la mia vita. A differenza di quanto è successo a molti  amici e parenti,  nel corso degli anni la mia fede si è rafforzata, è diventata più matura e profonda per merito delle vicende della vita. La mia partecipazione alla vita ecclesiale è sempre stata molto attiva e ho assunto ruoli associativi di responsabilità nell’ambito della mia diocesi.

Negli ultimi anni avverto però un disagio sempre più profondo, in grado di mettere in dubbio la mia partecipazione, convinta e attiva, alla Chiesa Cattolica. Mi riferisco alla ‘questione femminile’ e al ruolo delle donne nelle nostre comunità e nei vertici ecclesiastici. Provo imbarazzo e rabbia assieme nel vedere la ricchezza e i doni che perdiamo nel tenere tante donne, laiche e religiose, ai margini, affidando loro ruoli accessori e subalterni. Ogni giorno incontro donne che potrebbero adeguatamente svolgere i compiti pastorali da sempre affidati esclusivamente agli uomini, donne in grado di arricchire le nostre comunità con idee e riflessioni significative (anche l’approfondimento teologico attende da secoli di arricchirsi della visione femminile), invece le fermiamo al ruolo di catechiste, lettori e accoliti dell’eucarestia. Oltre questa soglia per loro non è possibile andare.

Nella nostra attuale società persiste ancora una asimmetria di genere nociva, in grado di produrre discriminazione e, nei casi più estremi, gravi episodi di violenze e soprusi nei confronti delle donne. Fortunatamente la struttura patriarcale e l’esercizio del potere maschile nella nostra società sta lentamente cambiando. La Chiesa Cattolica continua fortunatamente a esercitare un ruolo importante nella regolazione dei rapporti sociali e umani, riconoscere alle donne funzioni egualitarie a quelle degli uomini offrirebbe un contributo fondamentale alla attuale società civile. Gli effetti positivi coinvolgerebbero diversi livelli, dentro le famiglie nella relazione di coppia, tra le giovani generazioni, nell’ambito educativo, negli ambienti lavorativi e nei diversi contesti istituzionali. Un libro comparso in questi giorni in libreria si intitola “Dio odia le donne”; è una provocazione (anzi, una bestemmia), sappiamo benissimo che non è vero, Dio ama ogni creatura indipendentemente dal genere, ma forse è la Chiesa che, con la sua storia, deve difendersi da questa accusa.

Negli anni ho seguito le riflessioni relative al diaconato e al sacerdozio femminile (dal documento Inter insigniores del 1977 alla lettera apostolica Ordinatio sacerdotalis del  1994 e le più recenti dichiarazioni di Papa Benedetto del 2010), ma sinceramente le tesi presentate mi sono sempre apparse molto deboli e poco convincenti, sia dal punto di vista laico sia da quello teologico. L’argomento della Tradizione vale per il ruolo delle donne, ma non per molti altri aspetti liturgici e della prassi religiosa, che nel tempo hanno visto profondi e utili cambiamenti (ad esempio l’uso della lingua corrente e la lettura personale della Parola).

Altre confessioni cristiane, pur con percorsi lunghi e difficili, hanno deciso di non privare le loro comunità dei doni e della ricchezza femminile, senza per questo minare in alcun modo le loro radici che restano saldamente ancorate alla stessa Parola alla quale anche noi ci riferiamo; penso ad esempio alla Chiesa Valdese Metodista che nella mia città è da tempo guidata da donne di grande energia e valore.

Allora torno a parlarLe da figlio, felice di essere nato e cresciuto battezzato, ma in difficoltà a sentirmi parte di una famiglia che non tratta con giustizia tutti i propri figli. In questi anni la Sua umanità e misericordia ha dato segni visibili, la sua capacità di ascolto è stata straordinaria, il Sinodo sulla famiglia unico per metodologia e forma. Se le donne di questo pianeta, in questo momento della storia dell’umanità, hanno doni da portare alla Chiesa, perché non dare inizio a una riflessione e a un dibattito serio e ufficiale?

La ringrazio per l’ascolto e l’abbraccio come un figlio."

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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