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Facciamo chiarezza sugli inceneritori. E basta facilonerie e clima del sospetto

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Un gruppo di cittadini di Parma ha chiesto un parere scientifico sui termovalorizzatori allo Iefe, istituto di ricerca su energia e ambiente dell'Università Bocconi. Il gruppo chiedeva dati che valutassero le conseguenze di un inceneritore su salute e ambiente. Risponde il prof. Antonio Massarutto, spiegando che sull'incenerimento dei rifiuti «grava ancora un clima di sospetto del tutto ingiustificato». Massarutto invia alla Gazzetta di Parma la risposta ai suoi interlocutori, affinché sia «utile al dibattito in corso nella vostra città. Questo anche al fine di evitare eventuali strumentalizzazioni».

Gentili cittadini di Parma, volentieri rispondo, a nome dello Iefe, alla vostra richiesta. I risultati dello studio cui fa riferimento, che è stato realizzato dal collega prof. Arturo Lorenzoni, NON devono essere estrapolati fuori dal contesto in cui lo studio è stato effettuato, il cui fine era quello di comparare i costi di generazione elettrica da fonti alternative e NON quello di valutare le opzioni per lo smaltimento dei rifiuti. Riassumo quindi la nostra posizione riguardo all’incenerimento o termovalorizzazione che dir si voglia (uso il plurale perché quanto sto per scrivere deriva da una lunga esperienza collettiva di ricerca presso lo Iefe). Innanzitutto, sgomberiamo il campo dalla questione ambientale. Un inceneritore progettato correttamente con le migliori tecnologie comporta emissioni estremamente basse e comparabili con quelle di qualsiasi altro impianto industriale nel quale avvengano processi di combustione. Anche gli studi epidemiologici più recenti lo confermano – mentre segnalano spesso problemi con i vecchi impianti. Testimonianza di questo è il fatto che in tutta Europa – parliamo di Austria, Svezia, Germania, Olanda: paesi non certo sospettabili di scarsa coscienza ambientale e lassismo normativo – i termovalorizzatori si costruiscono in centro città anche per meglio sfruttare la cogenerazione di calore per il teleriscaldamento. Faccio notare che, in questo ultimo caso, le emissioni dell’inceneritore dovrebbero essere calcolate sottraendo quelle risparmiate negli impianti di riscaldamento domestici – e il risultato potrebbe sorprendere: in molti casi può essere addirittura negativo, nel senso che le emissioni aggiuntive sono più che compensate dalla riduzione di quelle preesistenti. Lo spauracchio della diossina, come tutti gli spauracchi, deve essere valutato bene. Le quantità in gioco sono irrisorie; pro capite equivalgono al fumo di un paio di sigarette al giorno. Anche le sigarette emettono diossina. Per non parlare dei caminetti casalinghi. La diossina si forma dalla combustione di materiali che contengono cloro, qualora la combustione non riesca a raggiungere determinate temperature. E un po’ di cloro si trova dappertutto. Ma in queste quantità non fa male a nessuno.

Aggiungo che, se si vuole essere onesti fino in fondo, non ci si può limitare a dire che “l’inceneritore inquina”, ma bisognerebbe valutare se inquina più o meno delle altre alternative disponibili per trattare i rifiuti. Lo stesso riciclaggio spinto all’estremo comporta emissioni del tutto comparabili con quelle del camino di un inceneritore (si pensi solo ai mezzi impegnati nella raccolta differenziata porta a porta). E in questi termini, il bilancio ambientale è molto meno sfavorevole all’incenerimento di quanto si pensi. Maggiori particolari tra qualche mese, quando sarà terminato lo studio che stiamo svolgendo in collaborazione con il Politecnico di Milano, basato sulla metodologia della life-cycle analysis. Venendo alla convenienza economica, bisogna prestare attenzione al fatto che l’inceneritore non è né solo una centrale elettrica né solo un impianto per smaltire i rifiuti, ma è le due cose insieme. La sua convenienza va perciò valutata considerando quattro voci di ricavo: quelli derivanti dall’energia recuperata e ceduta alla rete, gli eventuali sussidi forniti alla generazione di energia da fonti alternative al petrolio, le tariffe pagate da chi conferisce i rifiuti, le tariffe pagate da chi riceve il calore per il teleriscaldamento. I primi dipendono dal mercato elettrico. Sull’opportunità dei secondi si può discutere, come si può discutere anche della forma con cui sono corrisposti (contributi CIP6, certificati verdi etc). I terzi, che sono comunque quelli decisivi, dipendono anche dal costo delle modalità alternative di smaltimento o recupero. I quarti, a loro volta, saranno influenzati dai prezzi dei combustibili alternativi. Tengo a precisare che il confronto tra recupero energetico e recupero materiale, al di là degli aspetti ambientali (sui quali, ripeto, non è così ovvio stabilire cosa sia meglio fare) dovrebbe tener conto di tutti i sussidi. Anche il riciclaggio viene infatti pesantemente sussidiato, sebbene il cittadino non se ne accorga (i contributi che le imprese produttrici pagano al CONAI o ai vari consorzi obbligatori finiscono ricaricati sui prezzi di vendita dei prodotti). Le nostre valutazioni ci suggeriscono che, eliminati dal conto i contributi CIP6 e affini, l’incenerimento conserva comunque una convenienza economica rispetto a scenari di riciclo estremi. NOTA BENE: non stiamo dicendo che si deve incenerire tutto, ma che ci serve un sistema equilibrato, orientativamente con un 30-60% di raccolta differenziata (i valori della forchetta variano a seconda dei casi, es. in funzione della densità abitativa); mentre l’impianto di incenerimento del rifiuto tal quale (non pretrattato) si giustifica se si riescono a raggiungere scale produttive elevate (1000-1500 t/giorno), altrimenti conviene trasformarli meccanicamente (le famose “ecoballe”) per essere bruciati con maggiore convenienza in un impianto ad hoc. Ancora una volta è soprattutto la densità insediativa a fare la differenza. Gli scenari a “rifiuti zero” che oggi vanno molto di moda sono praticabili in determinati contesti (non proprio zero, ma insomma), non in tutti. In ogni caso, “rifiuti zero” implica comunque che i flussi di materiali derivanti dai rifiuti finiscano da qualche parte, con impatti non necessariamente trascurabili. Segnalo che anche nella ridente Treviso, spesso citata come esempio di gestione virtuosa, tutto il cdr e il compost prodotti non vengono affatto recuperati, ma finiscono in qualche discarica autorizzata per rifiuti speciali.

Il famoso centro recupero di Vedelago ricicla tutti i rifiuti che gli vengono conferiti, ma non tutti i rifiuti di Treviso possono essere conferiti a Vedelago. Se posso scegliere quali rifiuti ricevere e quali no, sono capace anche io di riciclare il 100%. Gli strateghi del riciclaggio esasperato, come Walter Ganapini – del quale peraltro mi ritengo buon amico – dovrebbero avere l’onestà di ammettere che i loro “schemi logistici” hanno una falla: se i materiali avviati ai vari cicli di recupero poi non trovano mercato, diventano dei rifiuti speciali che dovranno a loro volta essere smaltiti. Ma siccome per i rifiuti speciali non vale il “principio di autosufficienza” ma solo l’obbligo di rivolgersi a un operatore accreditato e autorizzato (dovunque collocato), nei fatti questi materiali, che non vuole nessuno, prendono la strada delle discariche sparpagliate in mezza Italia. Ecco spiegato in parte - almeno per quel che riguarda gli urbani – il cosiddetto scandalo dei rifiuti del nord inviati al sud (dico cosiddetto, perché si tratta di un accorgimento del tutto legale, anche se forse il legislatore non aveva in mente proprio questo). In conclusione, attenzione alle facilonerie e ai partiti presi. Sull’incenerimento grava ancora un clima di sospetto del tutto ingiustificato. Se sulle emissioni dai camini si concentrano da 30 anni studi epidemiologici di varia natura, se il legislatore impone degli standard estremamente accurati (molto più rigorosi che per altri impianti industriali!), altrettanto non può dirsi per le altre forme di smaltimento che un certo ambientalismo di maniera ha promosso a soluzioni ecologiche, spesso sulla base di considerazioni del tutto prive di rigore scientifico. Se a queste soluzioni alternative si volesse fare il pelo e il contropelo come si fa per gli inceneritori, potremmo scoprirne delle belle. D’altra parte, l’unica vera alternativa a tutto ciò è non produrre nessun tipo di rifiuti. Condivido l'anelito a promuovere la salute e un corretto stile di vita, ma per quello che mi riguarda penso che un corretto incenerimento con recupero di energia e calore sia anche un corretto stile di vita.

Antonio Massarutto Università di Udine e Iefe - Università Bocconi

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