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Venturi: "Lascio un Maggiore più grande e forte"

Venturi: "Lascio un Maggiore più grande e forte"
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Monica Tiezzi
D al primo ottobre andrà a dirigere il più grande ospedale della Regione, il Sant'Orsola-Malpighi dove - come medico - aveva mosso i primi passi. Sergio Venturi, 57 anni, originario di Vergato, non nasconde la soddisfazione per un incarico prestigioso che lo riporta alle sue radici bolognesi. Ma ugualmente non nasconde il rammarico di lasciare  il Maggiore,  che ha diretto   dal 2002.  Nel tracciare il bilancio di otto anni di lavoro parla di successi e difficoltà. E si toglie qualche sassolino dalle scarpe.
Quali le realizzazioni di cui va più orgoglioso e quali quelle meno riuscite?
«Forse chi viene da fuori, o chi verrà dopo di me, noterà elementi di criticità che io ora non vedo. Chiunque lavora qui ha la consapevolezza che in otto anni molte cose sono migliorate. Oggi le stanze a sei letti sono  in gran parte  un ricordo.  E   otto anni fa il Maggiore non riceveva  tutte le lettere di elogio che anche la Gazzetta pubblica periodicamente. Certo, non è   facile razionalizzare un ospedale  cresciuto  per decine di anni con edifici che si sono affastellati   senza una direttrice univoca. Ma la realizzazione del  programma siglato nel 2003  con  Regione, Università e Provincia è completato o in via di completamento. Manca il Padiglione Barbieri, che sarà pronto fra un anno e mezzo, e il quarto lotto della Piastra tecnica dove traslocheranno le ultime funzioni universitarie. E poi c'è l'ospedale dei bambini che va avanti sia nella parte edilizia che nella formazione del personale».
Dispiaciuto che non sarà lei ad inaugurarlo?
«Sì, anche se verrò   a vedere la sua realizzazione. E'  un progetto rivoluzionario che ho seguito dall'inizio e cui tengo molto, basato sulla centralità del bambino, e che necessita di un ripensamento organizzativo. Vorrei ricordare l'apporto fondamentale dei privati, Pizzarotti per la parte costruttiva e  Luca Barilla che ha sponsorizzato  cinque  borse di studio per pediatri, e che spero continuerà a definire le linee di sviluppo del reparto. Con l'aiuto del  Comune, con finanziamenti da Stato e Regione e con l'apporto di risorse dell'azienda siamo riusciti a far partire il progetto: è la mia eredità più bella».
Molti l'hanno accusata di privilegiare le mura alle persone. I sindacati ad esempio sostengono che al Maggiore ci sono gli   stipendi più bassi  fra le altre aziende sanitarie della Regione, e molti medici sostengono di non sentirsi valorizzati e incentivati.
«Oggi abbiamo 450 dipendenti in più rispetto al 2003; siamo l'azienda della provincia cresciuta di più a livello occupazionale, e in anni economicamente non facili. Abbiamo fatto sforzi consistenti per riadeguare  gli stipendi   e sono anni che non ci sono scioperi importanti.  Magari a Bologna trovassi le relazioni sindacali che ho oggi a Parma... Credo però che in un  ospedale  l'innovazione non possa essere un optional e che il sindacato debba essere pronto ad accettare questa sfida nelle contrattazioni, mentre   collegi ed   ordini professionali devono diventare fra i protagonisti dell'innovazione».
Altra accusa che le è stata mossa: aver rottamato le eccellenze  trasformando l'ospedale in una grande astanteria.
  «Rispondo subito per le eccellenze: tra le quattro aziende ospedaliero-universitarie della Regione, Parma ha avuto il maggiore finanziamento per il 2009 per il programma di ricerca Regione-Università, e rivendico l'eccellenza di Parma nella medicina del cuore e del cervello.  Quanto all'assistenza di base, siamo certamente un punto di riferimento anche per le piccole patologie, e non potrebbe essere altrimenti in un territorio dove esiste praticamente solo un altro grande  ospedale,  Vaio».
Lei ha traghettato il Maggiore dallo status di ospedale a quello di azienda ospedaliero-universitaria. Come sono oggi i rapporti con la componente accademica?
«Il livore del passato, fra ospedale ed università, è in gran parte un ricordo perchè i dipartimenti sono integrati, e non vedo più rivendicazioni di diritti o privilegi. Sono  condivisibili le difficoltà dei medici universitari che hanno un doppio ruolo, divisi fra assistenza, ricerca e didattica. Ma d'altronde anche gli ospedalieri sono chiamati a fare ricerca, oltre all'assistenza. Nella classifica 2010   dei 500 ricercatori italiani più citati a livello internazionale c'è, oltre a Giacomo Rizzolatti e Piero Anversa,  l'ospedaliero Carlo Ferrari, direttore delle Malattie infettive del Maggiore».
Il Maggiore  è   un'azienda che soffre di clientelismo?
«In tutte le selezioni che mi competevano, ossia  i primari (negli altri casi ho rispettato le autonomie) non ho guardato mai a nulla che non fosse il merito. Posso aver sbagliato, ma ho sempre guardato a questo e non ad appartenenze politiche o familiari. Ne  è  testimone chi  è  stato preso e chi è  stato escluso».
Pronto soccorso: a che punto siamo dopo le critiche?
«Stiamo mettendo a punto l'osservazione breve intensiva, ci sono  gruppi di lavoro impegnati in migliorie organizzative e strutturali, penso che le modifiche all'open space agevoleranno le cose».
Il modello sanitario emiliano-romagnolo può essere additato ad esempio?
«Sì, assieme a quello toscano, lombardo e veneto. Ma non basta essere bravi, dobbiamo  innovare e migliorarci. Ad esempio le liste d'attesa: rispetto a sei anni fa  i tempi  per tac e risonanze  sono diminuiti,   siamo fra i migliori in Regione. Ma bisogna fare di più».
Non ha ancora risposto alla mia domanda sulle cose  meno  riuscite....
«L'atteggiamento verso l'ospedale di parte della città. Parma ha ambizioni europee, ma è affetta da provincialismo. Trovo stucchevole il ritornello ‘perdiamo i migliori’, e la pretesa che tutte le strutture di eccellenza si debbano avvalere di chi è nato qui. In un mondo globalizzato è giusto che  qualcuno  vada a lavorare fuori e poi magari   torni, arricchito. I salti di qualità si fanno cogliendo tutte le opportunità: non bastano le belle strutture, bisogna prendere le grandi professionalità cresciute qui, ma anche altrove.  Gli ospedali di qualità   hanno bisogno dell'attenzione della comunità, della critica, del fiato sul collo, anche di stare sulla corda. Invece a volte ho sentito indifferenza e diffidenza».
Un consiglio a chi prenderà il suo posto.
«La continuità con i progetti avviati. Penso  sia anche una delle priorità di Regione e Università. E superare il paradosso fra ambizioni e provincialismo».
 

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