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Golia, il partigiano che per 65 anni visse con una pallottola in petto

Golia, il partigiano che per 65 anni visse con una pallottola in petto
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Roberto Longoni
Per scampare al rastrellamento, si «seppellì» nell'ossario di Bellasola di Corniglio. Tre giorni e tre notti ci rimase, mentre i tedeschi setacciavano il Caio e tutti i  monti attorno. La guerra stava per costargli la vita quasi alla fine: il 6 aprile del 1945, nell'assalto alla sede della Brigata nera di Basilicanova una fucilata lo centrò al petto. La ferita guarì, ma Mario Mauri  per 65 anni visse con una pallottola conficcata vicino al cuore. Di quella «medaglia di piombo», di profondità, lui si sarebbe accorto con una radiografia  solo una dozzina d'anni dopo, quando sulla divisa da partigiano gli era stata appuntata una medaglia vera, di bronzo, al valor militare. Superate certe prove, verrebbe quasi da pensare che i conti con la morte siano già stati saldati in vita. Così non è, così non è stato nemmeno per il comandante «Golia», scomparso a 88 anni l'altro ieri (oggi alle 15, le esequie nella chiesa delle Sacre Stimmate, in via Sbravati). Era  segretario dell'Associazione liberi partigiani di Parma: di sentinella sul fronte della memoria. «Mauri ha voluto mantenere fermo l’impegno per la trasmissione alle nuove generazioni dei valori più autentici della Resistenza, attraverso il suo impegno nell’Alpi  - ricorda Attilio Ubaldi -. Pochi giorni fa, rientrando dalla sede dell’associazione, aveva accusato un grave malore. Comprendendo di essere ormai arrivato al termine dei suoi giorni, mi ha invitato a proseguire nell’attività in seno all’Alpi».  Dritto, a fronte alta, il comandante partigiano ha affrontato l'ultima prova come aveva affrontato la vita. Era stato ribattezzato Golia per la statura, ma per l'umanità e l'animo gentile sarebbe stato più consono un altro nome di battaglia. Un uomo elegante, affabile, da sempre accompagnato  da un pizzo stile risorgimentale. Non passava inosservato, nonostante fosse  portato al basso profilo e non agli squilli di tromba. «Un personaggio senza dubbio antiretorico» ricorda il vicepresidente dell'Alpi e dell'Istituto storico della Resistenza e dell'Età contemporanea,  che trasmette alla moglie Giuseppina e alle figlie Rita e Paola l'abbraccio di Alpi, Anpi e Apc, con  l’Isrec. «Mauri - prosegue Ubaldi  -  ha incarnato profondamente i valori più alti della Resistenza, in cui le profonde tradizioni di fede cristiana si conciliavano con i principi più autentici del movimento azionista di Giustizia e Libertà». Originario della provincia di Como, da bambino si era trasferito con la famiglia a Traversetolo. Nel 1941,  la chiamata alle armi, l'addestramento da  alpino sciatore alla Scuola di Alpinismo di  Cervinia. Poi, la partenza per  il fronte con la Divisione Julia: dalla quiete pura e ovattata dei nostri Quattromila all'inferno della steppa. Da laggiù fu tra i pochi a tornare. E qui tra i primi a imbracciare il fucile per la lotta di Resistenza, entrando nella IV Brigata Giustizia e Libertà, che avrebbe poi preso il nome di III Brigata Julia. «Dapprima - ricorda Ubaldi - dalle parti del monte Penna, insieme con altri combattenti di Traversetolo. Poi, in val d'Enza e in val Parma». Qui lo sorprese il rastrellamento del 20 novembre del 1944, quando dovette nascondersi nel cimitero. Tra i morti, ferito dalle loro ossa, per restare tra i vivi. «La sua partecipazione alla lotta armata - prosegue il vice presidente dell'Alpi - fu di grande valore e contraddistinta in particolare dal coraggioso attacco alla Brigata nera di Basilicanova». Golia era in prima linea, comandante del distaccamento Cavagni: il suo slancio quasi gli costò la vita. «Ma, per quanto grave,   la ferita non gli impedì, come ricorda nelle sue memorie Paolo il Danese, comandante della III Brigata Julia, di trovarsi alla testa del suo distaccamento, in tempo utile, per l’attacco finale della brigata nelle radiose giornate della liberazione di Parma del 25-26 aprile 1945». Finita la guerra, il ritorno a Traversetolo, l'assunzione al Centro contabile di via Langhirano. Nel 1960, il trasferimento in città, nel quartiere Montanara. Una vita tranquilla, ma senza oblio. Di entusiasmo e freschezza: di Resistenza che  non s'arrende nemmeno allo scorrere degli anni.

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