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L'investigatore gentiluomo: Capriello lascia Parma

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di Roberto Longoni

A volte i modi sono spicci, d'accordo, ma l'eleganza (e non si parla solo d'abiti) è del signore di un tempo. Signore vero e finto burbero, Giuseppe Capriello. Un 48enne nobiluomo partenopeo che nella nostra questura ha trascorso quasi undici anni, dopo i sette di Palermo e i due di Napoli. Antimafia in Sicilia, Criminalità organizzata  nella città natale: siamo sempre lì, in quella che per un poliziotto è la  trincea. Dall'adrenalina del fronte alla nebbia di Parma, l'ovatta della provincia. Tre anni alla Squadra mobile, otto alla Digos. Ieri è stato l'ultimo giorno in borgo della Posta per il vice questore aggiunto. Cambia  sede, ma non regione: lo aspetta la scrivania di comando di un commissariato a Bologna. Scrivania per modo di dire, perché si parla di un investigatore che legge sì le carte, ma i casi li fiuta pure, sul posto. Del resto, una vita tranquilla Capriello l'aveva già avviata, dopo la laurea in Giurisprudenza. Quattro anni da avvocato civilista a Napoli. Ma che dovesse fare il poliziotto era scritto. «Non ho mai desiderato altro» ammette, piazzando lì l'ennesimo «ma la dobbiamo proprio fare quest'intervista?»  L'ufficio all'ultimo piano è zeppo di cartoni. Lì dentro, oltre ai documenti, i quadri, le foto e le immagini di Napoli, di certo c'è anche qualcosa della città nella quale arrivò nel dicembre del 1999.
«Si perdono sempre le cose nei traslochi» si lamenta. Un po' ci ha già perso un pezzo di cuore. Perché le mani tamburellano più del solito, i passi sono (ancora) più svelti. «Facile provare malinconia per una città in cui si vive bene: piccola, ma aperta al mondo. Ci sono eventi, teatro e musica, qui ti senti a casa già dalle prime camminate nei borghi». Gli attestati di stima raccolti a ogni saluto, dai magistrati ai colleghi, rendono il distacco ancora più duro. «Ma in questo lavoro lo sai  che devi cambiare, sempre. E poi cambiare permette di confrontarsi con nuove realtà, di attingere a nuove emozioni». Il «ma» c'è, eccome: soprattutto dopo undici anni. «L'altra faccia è che quando te ne vai, in valigia trovano posto solo i ricordi buoni».  Dalla finestra si vedono i tetti della città. Anche oltre si vede. Digos significa casi nascosti, spesso taciuti. Il basso profilo è d'obbligo. Ma intanto ci si confronta con un panorama sfaccettato. C'è il rischio terrorismo, che portò Parma al centro di inchieste di livello nazionale. Dall'operazione Mera'i, con l'arresto di due iracheni nel marzo 2003. All'operazione Ritorno, e la cattura di due reduci dalla guerra di Bosnia nel gennaio del 2007. Dalle guerre alle bombe carta, come quella lanciata davanti alla sede della polizia municipale, alle tensioni tra la sinistra antagonista e la destra, le occupazioni, il tifo. Più facile parlare del passato alla Mobile. Con Green park, la maxioperazione antidroga, l'arresto di trenta spacciatori, l'inchiesta che portò alla cattura dei dieci uomini d'oro di Fontevivo, che incappucciati rapinarono la Tnt. «Inchiesta vecchio stampo, con appostamenti, pedinamenti». Ti diverti se va bene, se no ti mordi le mani. Altre indagini portarono allo smantellamento di un'organizzazione che lottizzava le strade da «affittare» alle nigeriane che si prostituivano. Poi l'arresto del «maniaco con il casco», che nel 2002 assaliva le ragazze che rientravano a casa da sole. Due anni e mezzo vissuti intensamente. «Si vedeva che Capriello veniva da esperienze professionali forti - ricorda il sostituto commissario Francesco Reda, che fu al suo fianco alla Mobile -. Con sé aveva portato un bagaglio professionale e culturale che permise di impostare al meglio il nostro lavoro». Tra le «esperienze forti», quella della cattura di Gaspare Spatuzza, il pentito di mafia che ancora fa notizia con le sue rivelazioni. Tanto che la foto dell'arresto continua a essere pubblicata come se fosse ieri.  Capriello  è in primo piano, con gli occhiali scuri, come  Claudio Sanfilippo, attuale vice questore vicario in borgo della Posta, appena dietro. Erano in squadra insieme, a caccia dei ricercati più pericolosi d'Italia e, visto che di malativa ce ne intendiamo, del mondo. Un bel salto, da lì a Parma. «Per questo a volte si aveva l'impressione che qui fosse come una Ferrari che deve tener bassi i giri  del motore - dice Daniele Stefanì, suo vice alla Digos -. Sì, ha quell'apparenza spiccia, ma oltre a essere un poliziotto dalle grandi doti è anche una persona ricca dal punto di vista umano. Mai una volta, come sindacalista, ho dovuto difendere qualcuno da lui». Non che non abbia avuto scontri: ma sono stati costruttivi, e si è andati oltre. Perché un buon investigatore non si ferma mai all'apparenza. Un altro pezzo dell'ufficio finisce in un cartone del trasloco. «Mi dispiace. E' più dura del previsto» mormora Capriello. Detto da un burbero, anche finto, vale doppio.
 

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