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Il giudice: «No al sequestro del romanzo di Camilleri»

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di Georgia Azzali

Festeggia,  Montalbano,  a Natale. Ma potrà brindare anche «Il nipote del Negus».  Nella  strenna ci saranno tutti, figli più o  meno noti di Andrea Camilleri, compreso il suo ultimo romanzo «storico». Il giudice del tribunale civile di Parma, Massimiliano Razzano, ha infatti respinto la richiesta di Domenico Cacopardo di sospendere la pubblicazione de «Il nipote del Negus» e di ritirarne tutte le copie invendute. Nessuna condanna alle spese, però, che  saranno compensate tra le parti.
L'ordinanza di rigetto del ricorso è già stata depositata, ma  la copia non  è ancora stata notificata a Giovanni Franchi, il  difensore dello scrittore, origini siciliane ma da anni residente a Parma.    Impossibile, dunque, entrare nel merito delle motivazioni, anche se si può ipotizzare che il giudice abbia ritenuto mancassero i  presupposti, o forse solo uno, del «fumus boni iuris» e del «periculum in mora» per presentare il ricorso ex articolo 700, ossia in via d'urgenza.  Tradotto, il magistrato  potrebbe  aver ritenuto  che Cacopardo non avesse il diritto di chiedere la sospensione della pubblicazione del libro di Camilleri  o che, comunque, non fosse necessario agire con un provvedimento d'urgenza prima di una causa che entri nel merito del caso.
Ma cosa aveva spinto lo scrittore siciliano  a portare in tribunale il creatore del commissario Montalbano? Tutta «colpa»  di un quasi anonimo, di quell'Aristide Cacopardo,  controllore di biglietti sulla linea  ferroviaria  Palermo-Vigata, uno dei personaggi di fantasia inseriti da Camilleri nel romanzo. Il problema è che il ferroviere ha una grande passione, o meglio un'imperdonabile velleità: «... è fissato - scrive Camilleri a pagina 88 del libro  - d'essere un grande scrittore e consuma il suo stipendio pubblicando romanzi a sue spese». Il controllore di biglietti prestato alla letteratura ha un nome diverso dal «vero» Cacopardo, autore di nove romanzi dal '99 ad oggi, ma  il bersaglio di Camilleri sarebbe comunque stato  lo scrittore. 
«Anche secondo la giurisprudenza non è necessario che il nome altrui venga usurpato nella sua interezza per ottenere l'inibitoria - aveva sottolineato Franchi nel ricorso -. In questo caso il cognome è stato integralmente usurpato e anche se il nome è differente, il riferimento è chiaro. Quale scrittore - precisava ancora l'avvocato - non viene danneggiato dal fatto che un altro, e forse ancora più famoso, scriva di lui che paga per veder pubblicati i propri romanzi? Ma vi è anche una manifesta violazione di altri diritti, come l'onore e la reputazione, non potendosi certo criticare così indirettamente uno scrittore e dire di lui che è fissato d'essere bravo». 
Ma per il giudice non c'era ragione di mettere al bando il libro di Camilleri.

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