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Una parmigiana in Egitto: "Dopo la strage si vive una grande paura"

Una parmigiana in Egitto: "Dopo la strage si vive una grande paura"
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Roberto Longoni
Croci piantate sulle tombe dei cristiani morti. Croci sulle spalle dei vivi.  Lunedì altre due vittime al Cairo: copti che gridavano la loro rabbia dopo la strage di Capodanno. Una notizia arrivata di rimbalzo dalle sterminate periferie della capitale (24 milioni di abitanti), in un tam-tam di voci. «Ci sono sommosse di cristiani nelle strade. Ma nessuno sa nulla di ciò che avviene nelle città più remote». Si sa quel che si vede. E  Fulvia Bacchi Modena vede blindati nelle piazze e agli angoli delle vie del Cairo, poliziotti in tenuta antisommossa, chiese transennate. Il  fronte della paura passa da qui, dal tollerante Egitto. «E' chiaro che basta un niente, perché la situazione degeneri. Le ricordo bene, le sommosse per il pane: 30-40 mila persone che scendono in piazza all'improvviso, pronte a tutto». Sposata con un ingegnere parmigiano impegnato da tempo nel paese arabo, Fulvia Bacchi Modena, avvocato, in Egitto ha vissuto un paio d'anni. Ora è lì per trascorrere le vacanze accanto al marito. «Il Cairo l'ho già visto militarizzato - ricorda -. Polizia ce n'è sempre stata  tanta: da quella “normale” a quella turistica. Ma controlli  a questi livelli no. Nei due anni non ho mai avuto timori particolari e sono sempre andata dove ho voluto. Ora è diverso. Non sono più entrata in una chiesa dal giorno dell'attentato. Qui non  sono i centri commerciali e i luoghi di aggregazione a essere nel mirino: qui sono le chiese. So che anche i luoghi di culto copti, sia cattolici che protestanti, nei centri minori sono presidiati». Quello colpito ad Alessandria non è un tempio qualunque. «La chiesa dei Due Santi: è come se fosse stata fatta esplodere  una bomba in duomo da noi». Cento chili d'esplosivo che hanno fatto ventidue morti e decine di feriti, aprendo una voragine tra due comunità la cui integrazione forse non era così profonda e solida. «Qui c'è il rischio di risvegliarsi da un sogno per ritrovarsi in un incubo - prosegue Fulvia Bacchi Modena -. Perché gli egiziani hanno il terrore di mostrarsi non tolleranti e integrati. La strage di Alessandria ha colpito un intero Paese in quello che era il suo sogno: è tutto amplificato, perché qui non è mai successo. Agli scontri che possono essere avvenuti in passato si trovavano altre motivazioni: tribali, famigliari o di villaggio». I  copti sono una minoranza dalle radici piantate negli albori dell'era cristiana. Una minoranza, d'accordo, ma essere  il dieci per cento della popolazione di un Paese come l'Egitto significa contare   tra i sette e i dieci milioni di abitanti. Che non sempre sono trattati come gli altri. «La parità c'è a parole. Ma nei fatti è un po' come per le donne in Italia: c'è sempre stata una discriminazione difficile da superare. C'è la libertà di culto, che manca in altri Paesi arabi. Nuove chiese vengono costruite, ma sempre devono essere affiancate da nuove moschee».  Intanto, sui fatti di Capodanno, i mezzi d'informazione egiziani continuano «a sottolineare che l'attentato di Alessandria è opera di stranieri. “Noi non c'entriamo: chi ha fatto questo viene da fuori” ripetono un po' tutti. Mentre molti, tra la popolazione, addirittura si dicono convinti che siano stati gli israeliani a piazzare l'autobomba». Eppure, per l'avvocato parmigiano non s'è trattato di qualcosa di imprevedibile. «Una cosa del genere me l'aspettavo. Perché si sente quando l'aria cambia, e non solo in Egitto. Lo  avverti da tanti piccolissimi segnali. E' emerso un po' di degrado nei rapporti». Ciò che vuole chi ha messo la bomba ad Alessandria: amplificare tensioni e sospetti. Anche per il calendario il momento è dei peggiori. «Stiamo aspettando il Natale copto, il sette gennaio». Un venerdì, proprio il giorno della grande preghiera per i musulmani. 

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  • marco

    06 Gennaio @ 12.28

    il NOSTRO RIMBAMBIIMENTO mi fa più rabbia del loro integralismo. DA NOI E' UNA PROCAZIONE mettere un CROCIFISSO in casa propria, se nelle vicinanze di una moschea... e perfino nella AULE SCOLASTICHE.

    Rispondi

  • gianfranco ferrari

    05 Gennaio @ 09.44

    Solo gli ignoranti impongono con la violenza la loro ragione.

    Rispondi

    • Anais Babukhian

      05 Gennaio @ 12.08

      Bisogna ammettere che la tolleranza non è di casa in quelle parti del mondo. Come nel caso dei Cristiani in Iraq, si tratta sempre di popolazioni originarie del posto che ora dorebbero difendersi oppure andare via dalla loro terra per poter soppravvivere.. Perciò l'ignoranza ha già vinto. Tristemente, è la realtà.. Anais Babukhian

      Rispondi

  • luca

    05 Gennaio @ 08.34

    pensavo si vivessero ore di grande serenità. guarda un po'. vado subito a leggere l'articolo completo.

    Rispondi

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