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Pappine e misture contro l'influenza

Pappine e misture contro l'influenza
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Lorenzo Sartorio

L'influenza c'è sempre stata. Un tempo era chiamata «fardòr», ora le si affibbiano nomi in codice da extraterrestre e la si cerca di isolare appena spunta come si fa con le erbe infestanti dei campi. La bastarda, che può provenire dalle più sperdute plaghe del globo, affinchè non provochi ulteriori danni, è fronteggiata dal vaccino: una sorta di punturina di speranza che dovrebbe attutire gli attacchi di tossi, raffreddori e febbroni da cavallo. Il panorama farmacologico moderno, infatti, è colmo di prodigiosi rimedi per la salute, ma un tempo le cose andavano in modo assai diverso.
Vediamo un po'  di percorrere a ritroso  il «fai da te sanitario» di ieri. Innanzitutto i nostri nonni, quando si ammalavano, il medico lo chiamavano al capezzale solo per motivi gravi e gravissimi, in quanto la gente si arrangiava per proprio conto, a volte rischiando la pelle, assumendo pozioni, misture e altre diavolerie frutto delle antiche tradizioni popolari unitamente a quelle segnature che per taluni disturbi quali: storte, vermi, «fuoco di S. Antonio», a detta degli ormai pochi sopravvissuti,  risultavano davvero efficaci.
Quando i  bambini si ammalavano  di influenza o buscavano  un sonoro raffreddore in quanto le case non erano  riscaldate, oppure  giocavano prevalentemente all’aria aperta, in strada, nella corte o sotto il portico ruzzolando nella neve,   i rimedi erano spartani: letto, latte bollente con miele, brodo caldo e le terribili «pappine» (impjàstor) e per concludere, chissà perché, sempre e comunque la purga che consisteva solitamente in una robusta dose di olio di ricino.
Il «rezdór»,  quando tosse e raffreddore facevano sul serio, difficilmente varcava le porte  della farmacia per acquistare le medicine. Era molto più facile che con l’amico farmacista facesse bisboccia all’osteria ma,  di farmaci, nemmeno l’ombra.  Quando gli occhi gli colavano e un autentico «cassone»  di catarro era trattenuto dentro lo stomaco il «rezdór» usava farsi fare dalla «rezdora» un «brulè» con vino gagliardo, chiodi di garofano, cannella e zucchero. Oppure, prima di andare a letto, ingeriva  una tazzona di latte bollente dove versava un bicchierino di cognac o grappa il tutto edulcorato con il miele.
Comunque sia,  anche in cucina, per quelle giornate di raffreddamenti,  si portava in tavola  roba calda: zuppe, brodini vari macchiati di vino rosso  prima di iniziare il pranzo e  l'immancabile «panadella» per cena,  ossia  pane secco imbibito in brodo con una spolverata di parmigiano e un cucchiaio d’olio. Ovviamente le ultime cucchiaiate di questa «pappetta» erano anch’esse accompagnate  da vino rosso. Ma anche le «medicone» venivano in aiuto con i loro empirici saperi alle epidemie influenzali  attraverso  i rimedi che offriva madre natura e cioè quei «miracolosi» infusi  di   erbe che potevano, in qualche modo, sostituire  i moderni antibiotici.
Quali erano allora le «piante  dell’influenza»? Come detto sopra, con i semi di lino,  si preparavano  le famose «pappine» o «cataplasmi». Mescolando i semi di lino con l’acqua scaldata sul fuoco del camino si dava origine ad una massa omogenea che non doveva prevedere grumi perché,  questi ultimi, avrebbero portato rogna. La lava incandescente ricavata  veniva raccolta su un panno ripiegato in quattro parti e quindi messa  sul torace, sulla gola e sugli arti di quei poveri disgraziati che venivano sottoposti  ad una simile tortura.
Un’altra pianta che le «donne dei segni» consigliavano come antipiretico era l'«elicriso»  («vióla d’òra»). Addirittura  le cronache affermano  che questa erba,  unitamente ad aglio e timo, fu utilizzata durante l’epidemia di «spagnola» che colpi alla fine  del secondo  decennio del  Novecento anche il Parmense. Decotti di  foglie  di  «polmonaria» («erba da rosp») venivano utilizzati nelle malattie  dell’apparato respiratorio. Infine il «timo» era considerato «l’antibiotico dei poveri» e quindi adatto per combattere  raffreddori,  tossi e febbri. Macerato in olio si ricavava un unguento che alleviava i dolori articolari e i reumatismi. Anche la bacche di «ginepro» («znévor»), essiccate e amalgamate con il miele,  si tramutavano in pillole per combattere la bronchite.
Forse per sdrammatizzare la paura  di malattie e epidemie  e per esorcizzare  il timore  del male  i nostri nonni avevano coniato un detto che poteva rappresentare la panacea di tutti i mali: «Col sudór di cantonér, la cosiénsa di molinär, il läghermi di prét a gh' venna fòra 'n unguént ch’al guarissa tutt' al malattii».

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  • Nocciola

    25 Gennaio @ 09.46

    Menzione d'onore al latte caldo+miele+cognac (o simili)!! :D Quello si che sburla!!!

    Rispondi

  • lorenzo

    24 Gennaio @ 19.00

    Un consiglio x tutti: nei periodi invernali fatevi fare uno zabaglione come faceva mia nonna prima di mandarmi a scuola, ricetta svelatami solo nell'età adulta, trattasi di: 12 rossi d'uovo, 100 grammi di zucchero, 1 bicchierino di marsala. Mescolare il tutto energicamente x a lcuni minuti e servire. Forsi l'è par col sabjòn lì che andeva a scola mes imbariegh! W lo zabajone della nonna!!!

    Rispondi

    • patrizia

      25 Gennaio @ 06.30

      erano "medicine " ingenue, che forse non portavano alla guarigione, ma sicuramente non erano nocive. e per di più non costavano nulla...a differenza di oggi. che.se entri in una erboristeria per comprare qualche rimedio naturale, lo paghi un sacco di soldi...

      Rispondi

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