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Haiti, ritorno all'apocalisse

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Pino Agnetti

Lei è ancora lì. Ai piedi della stessa tenda piantata sullo stesso fazzoletto di terra dove l’avevo incontrata e fotografata, la prima volta, all’indomani dell’apocalisse di un anno fa. Con quei suoi occhi enormi e severi piovuti dal paradiso direttamente nell’inferno haitiano, l’ho riconosciuta subito. L’avevo chiamata «Oggi», come la protagonista di una poesia della grande scrittrice cilena Gabriela Mistral intitolata, appunto, «Il suo nome è Oggi». Quei versi - «Il peggiore dei nostri crimini è abbandonare i bambini, disprezzando così la sorgente della vita» - racchiudono la sentenza più tragicamente inapplicata della storia. E la piccolina che ora mi fissa silenziosa e imbronciata come se il tempo non fosse mai trascorso, sembra essere rimasta lì apposta per ricordarmelo. Minuscola particella di dolore abbandonata come un rifiuto qualsiasi nella mostruosa discarica a cielo aperto di esseri umani che era e, dopo un intero anno, resta «Haiti Chérie». Non che mi aspettassi granché di meglio nel tornare dove - alle 16.53 del 12 gennaio 2010 - il mondo era finito. Disintegrato da una scossa di magnitudo 7.0 gradi della scala Richter durata appena 35 secondi e capace di causare 250.000 morti, almeno 700.000 fra feriti e invalidi e una marea incalcolabile di senza tetto. Ma se allora ero ripartito nauseato dalla vergognosa assenza di una macchina dei soccorsi minimamente adeguata alla portata immane della catastrofe, stavolta il disgusto e lo scandalo sono addirittura maggiori. Perché non è vero affatto che il mondo si sia scordato di Haiti. Lo capisci dalle migliaia di luccicanti fuoristrada che ingrossano il traffico già follemente caotico della capitale, Port-au-Prince. Sono i mezzi del cosmopolita «esercito della salvezza» che ha trasformato questo lembo di Caraibi in una specie di «Repubblica delle Ong». Secondo dati non ufficiali, ne sono sbarcate nel Paese circa 12.000 (avete letto bene: dodicimila!). A questa falange di «professionisti» del bene, occorre poi aggiungere i 9.000 Caschi blu della missione Minustah dell’Onu. Costo mensile della missione: 600 milioni di dollari l’anno. Noccioline, se paragonati ai complessivi 11 miliardi e mezzo di dollari stanziati per la ricostruzione dalla comunità internazionale. 
Insomma, e senza contare la periodica processione delle star di Hollywood e di qualche incanutito ex-inquilino della Casa Bianca, altro che «dramma dimenticato»! Peccato solo che, di cotanto nobile e grandioso slancio umanitario, i superstiti del terremoto non se ne siano praticamente accorti. Inchiodati - un milione? un milione mezzo? nessuno sa dirlo con esattezza - nelle stesse tendopoli assediate da montagne pazzesche di rifiuti da cui non se ne sono mai andati. Per non parlare di quell’altro esercito di dannati acquartierati fra le lamiere allucinanti di «Cité Soleil», lo slum più grande e pericoloso del Paese. Riassumendo, Cassandra ha avuto ragione un’altra volta. E il fiasco della tanto strombazzata, e iperfinanziata, «operazione Haiti» è totale. Senza appello.
Forse la più famosa delle tendopoli di cui sopra, l’hanno tirata su a Champ de Mars. Giusto a due passi dal Palais national, la Casa Bianca di Port-au-Prince tuttora tristemente reclinata fra le sue stesse pietre diroccate. Nel dedalo puzzolente che ospita migliaia di disgraziati ammassati uno sull’altro in condizioni igieniche terrificanti, mi imbatto in Louise. Non saprei darle un’età. Indossa un grembiule blu e un cappellino da due soldi portato di sghimbescio. Come è capitato a buona parte del suo popolo, nel «tremblement de terre» del 12 gennaio Louise ha perso la casa e dei parenti. Nella fattispecie, il padre e due cugine. Ed ora può solo cercare di sopravvivere e di aiutare a sopravvivere i figli e i nipoti che condividono con lei un miserabile rifugio di stracci infestato dagli insetti e dai topi e privo perfino di una stuoia su cui dormire la notte. L’ultima nata in famiglia avrà, al massimo, tre mesi. La matriarca se la fa passare dalla figlia più giovane, Louisine, e se la stringe forte al petto. Da queste parti, i bambini spariscono facilmente. E, ancor più facilmente, le ragazzine come Louisine finiscono vittime dei rapimenti e degli stupri in costante aumento. A pochi metri da noi, due donne seminude si insaponano e si lavano approfittando di uno dei rari momenti in cui l’unica fontana della piazza lascia filtrare un rivolo d’acqua scura e bavosa. Inutile dire che la vasca della fontana fa da lavabo e da bidet (e non solo quello) per tutto il campo. Ma va già bene così, dal momento che altrove – in pratica dappertutto – la gente si arrangia con i canali di scolo delle fognature che, solo a guardarli, ti rivoltano lo stomaco. 

Saluto Louise e la sua zattera di disperati alla deriva in quell’oceano di degrado e di abbandono e mi inoltro per la Grande Rue di Port-au-Prince, la principale arteria della capitale. Almeno qui, buona parte delle macerie sono state rimosse. E molti edifici collassati sono stati definitivamente abbattuti. Ma non appena giro l’angolo, il panorama torna ad essere quello da «the day after» atomico di un anno prima. Un uomo senza una gamba si aggira fra le bancarelle sventrate del mercato saltellando penosamente sulla sua protesi di plastica. Un altro si dedica diligentemente alle proprie abluzioni immerso fino al ginocchio in una enorme pozzanghera. Un ragazzino sbuca d’improvviso dalla sua tana scavata sotto un cumulo di coriandoli di pietra, per svanirvi di nuovo dentro come un ratto impaurito. La sola cosa rimasta in piedi è una statua raffigurante la «regina degli schiavi» che regge dei ceppi spezzati: il simbolo della liberazione di questo popolo, diretto discendente dei «gens de couleur» africani deportati sulle navi negriere, oggi di nuovo schiavo di tutto. Pure del colera, incredibilmente «importato» – come ribadito dall’epidemiologo francese Renaud Piarroux – da un contingente di ignari «peace-keepers» nepalesi. Per fortuna, grazie al lavoro questa volta encomiabile svolto in particolare da «Médecins sans Frontières», l’epidemia che in poche settimane ha fatto 3.700 morti e 170.000 contagiati pare essersi stabilizzata. Nel campo di «MsF» che vengo autorizzato a visitare, i ricoveri stanno lentamente diminuendo. Anche se i corpi squassati dalla diarrea e le facce contorte di quei poveri malati sembrano sussurrare: «Perché? Perché anche questo?». 
Eppure, nonostante le sue mille piaghe, Haiti continua a credere nella resurrezione. La mattina del primo anniversario del terremoto, una grande folla si raduna dinanzi allo scheletro sventrato della cattedrale di Port-au-Prince per assistere alla solenne commemorazione delle vittime celebrata dall’inviato del Papa: il cardinale originario della Guinea, Robert Sarah. Il cardinale nero fatica a farsi largo fra la gente in attesa sotto un sole abbacinante che inonda di luce la grande croce bianca rimasta miracolosamente intatta fra le rovine della cattedrale. «Dovete unirvi. Dovete dimenticare i giochi della politica e del potere. Dovete pensare ai giovani. Solo così Haiti risorgerà», scandisce nell’omelia l’inviato di Benedetto XVI. Ad ascoltare quella invocazione, non c’è il presidente uscente René Préval. Non potendo più ricandidarsi alle elezioni svoltesi lo scorso novembre, costui ha puntato tutto sul genero dato alla vigilia per sicuro vincitore. Previsione rivelatasi del tutto errata. Giacché, alla faccia di una campagna milionaria e dei brogli a ripetizione gestiti rimpinzando le liste elettorali di nominativi di gente perita nel terremoto (tant’è che un sacco di cittadini presentatisi regolarmente ai seggi si sono poi sentiti dire esterrefatti «Spiacente, ma tu hai già votato»), il genero-controfigura non si è neppure classificato per il ballottaggio al secondo turno. Invece di riconoscere la clamorosa sconfitta, Préval si è rifiutato di comunicare ufficialmente i risultati inimicandosi definitivamente il popolo. E pure gli americani e i francesi, i quali però non sono ancora riusciti a imporgli di togliersi di torno. Da qui, il caos politico più totale di cui pure alcuni ex-dittatori deposti, da «Baby Doc» ad Aristide, stanno cercando di approfittare.
Ma, allora, dov’è la luce di «Haiti Chérie»? Prima di ripartire per l’Italia, vado a cercarla nel Nord del Paese. In quella Cap-Haïtien (l’ex Cap-Français) dove un monumento celebra ancora la vittoria dell’armata di schiavi che, nel 1803, riuscì a buttare a mare l’esercito coloniale di Napoleone Bonaparte. Ed eccola, finalmente, la luce che cercavo. Tenuta accesa da un santo missionario salesiano, originario di Cherasco in provincia di Cuneo, che di nome fa Attilio Strà. Dopo trentacinque anni passati a servire gli ultimi in questa terra terremotata già da prima del terremoto, e nonostante quest’ultimo gli abbia leso gravemente la colonna vertebrale aggravando così le sue già precarie condizioni di salute, Attilio non ha mai smesso di lottare insieme agli altri Salesiani presenti nel Paese per l’ideale di Don Bosco: salvare i giovani. Lui e i suoi «ragazzi di strada» stipati in un buio sgabuzzino dove piove dal soffitto e bisogna fare a turno per mangiare (quando ce n’è), dormire e studiare, mi accolgono cantando in coro «Bienvenue!». Fuori, Haiti è lo spietato regno dell’ingiustizia, della violenza e della rapacità umana di sempre. Ma lì dentro, nel fortino di Attilio, c’è ancora tanta voglia di camminare e di sperare insieme. I ragazzi continuano a battere le mani melodiando felici «Bienvenue!». Mi sembra già di conoscerli uno per uno. Il loro nome è «Oggi». E non domani.
 

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