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Editoriale - La fuga dei finiani e gli errori del capo

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Giuliano Molossi

Quella di ieri è stata una buona giornata per Gianfranco Fini: nessuno dei suoi ha lasciato «Futuro e libertà». Dal 14 dicembre scorso, giorno del fallito agguato parlamentare a Berlusconi, il presidente della Camera è stato abbandonato, con le motivazioni più disparate, da deputati e senatori che gli avevano giurato fedeltà. La sua reazione, davanti alla precipitosa fuga dal Fli, non è stata sempre composta e dignitosa. Una volta se l'è presa con il potere mediatico e finanziario di Berlusconi, accusando il premier di comprare i parlamentari (dimenticando che quando qualcuno compra c'è sempre qualcun altro che si vende), un'altra volta ha detto che le continue emorragie dal Fli sono causate «da un delirio, frutto di allucinazione collettiva o di malafede». Non gli è mai passato per la testa, o non ha mai avuto l'umiltà di ammettere, che la responsabilità della fuga di massa sia anche, almeno in parte, sua. Ad esempio, per non aver dato, dopo sette mesi, una precisa linea politica al suo nuovo partito. Siamo ancora di destra o no? Per mandare a casa Berlusconi siamo disposti ad allearci con Vendola e Di Pietro? Ci conviene unirci con Casini in un Terzo Polo? Saremo sempre all'opposizione di questo governo? A queste domande dei suoi, Fini non ha mai saputo o voluto rispondere con chiarezza. Ha detto che che non farà mai alleanze con la sinistra, ma lo ha detto tardi, e con poca convinzione, quando molti erano già scappati. Uno dei senatori che ha abbandonato Futuro e libertà, Giuseppe Menardi, ha spiegato così la sua scelta: «Avremmo dovuto essere la terza gamba della maggioranza, e questo era un buon progetto politico, che i nostri elettori avrebbero capito e apprezzato, e invece siamo diventati un partitino di antiberlusconiani con la bava alla bocca». Insomma, un conto è esprimere dissenso all'interno della coalizione di centrodestra, un conto è avere lo stesso copione di Di Pietro.
Uno sbaglio è stato anche quello di non voler lasciare la presidenza della Camera per dedicarsi anima e corpo al partito. Fini ha resistito per non darla vinta ai berlusconiani che avevano chiesto la sua testa dopo le rivelazioni sulla casa di Montecarlo, ma la scelta di restare a dispetto dei santi è stata quantomeno poco elegante. Aveva promesso in tv che si sarebbe dimesso se fosse arrivata la prova che l'appartamento era di proprietà del cognato. A noi, e non solo a noi per la verità, pare che questa prova ci sia. Ma Fini è ancora lì. Fa con equilibrio e imparzialità il presidente superpartes, poi suona il campanello, dichiara chiusa la seduta, e veste i panni del leader di partito, sparando a zero contro l'odiato Cavaliere, e cioè contro lo stesso uomo con il quale aveva condiviso tutto, successi e delusioni, per sedici lunghi anni. Fini aveva un partito, si chiamava Alleanza Nazionale, alleato di Forza Italia. Gli elettori erano moderati, di destra, non berlusconiani. Quando il Cavaliere, dopo il famoso discorso del predellino, decise di fondare il Pdl, Fini commentò: «Siamo alle comiche finali». Che errore fu quello di rimangiarsi quella battuta, di sciogliere An e di seguire Berlusconi nella sua nuova avventura. Ci ha guadagnato la presidenza della Camera ma a che prezzo? Adesso, dopo poco più di tre anni, accarezza di nuovo il sogno di fare una grande destra post-berlusconiana. La partenza non è stata delle più felici.
 

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  • pier luigi

    28 Febbraio @ 00.35

    Fini si è avvantaggiato, sfruttando la sua posizione di ministro degli esteri, ha recitato la sua parte durante la visita in Israele, ha preso il patentino di partito dell'arco democratico (vecchia maniera) e si è 'montato' un pò la testa. Forse, conoscendo meglio di tutti noi i problemi fisici di Berlusconi, ricordate le visite mediche e quanto non dichiarato, 'sperava' che vinte le elezioni, durasse poco (forse qualcuno si stà toccando), invece, forse grazie a qualche cura sembra si sia ripreso (non volete permettere ad una persona che si è ripresa un bunga-bunga, anche per la sua 'signora' era malato!) Fini sperava, ma oggi le medicine fanno 'miracoli' e berlusconi si sottoporrebbe anche a nuove cure pur di far soffrire Bersani e soci. Vi posso dire una cosa? voi continuate a chiamarli 'finiani' io li definirei 'finini' (vi ricorda qualcosa?)

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  • STEF

    27 Febbraio @ 18.19

    Forse ha ragione Giuliano Molossi a sostenere che Fini sbagliò a sciogliere An fondendosi nel Pdl, ma fatta tale scelta è ancora più sbagliato uscire dal Pdl restando nel contempo presidente della Camera nonostante l'appartamento di Montecarlo. Fini, da uomo credibile e possibile successore di Berlusconi, si è improvvisamente rovinato la "carriera" ma soprattutto ha tolto agli italiani uno dei pochi nomi sui quali si poteva ancora scommettere e credere.

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  • riccardo

    27 Febbraio @ 14.57

    Caro Molossi, è difficile competere con chi può permettersi di comprare parlamentari come se fosse in un negozio di caramelle.

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  • Danilo63

    27 Febbraio @ 14.11

    La fuga dei finiani non ha nulla di politico o ideologico e nemmeno di "responsabilità nazionale". A casa mia si chiama mero interesse di bottega, perché costoro sanno che se cade il governo non beccano un biadino del cosiddetto "vitalizio". Infatti daranno il loro appoggio purché il governo non cada e finisca il mandato quinquennale. E la prossima volta daranno il loro appoggio al "padrone" di turno affinché salvaguardi il loro cadreghino: degli interessi di noi italiani non gliene frega una beneamata mazza. Basta sentire cosa ha detto ieri Mario Draghi: ma qui si continua a parlare di carriera dei giudici, di processo breve e di intercettazioni di fare le cosiddette riforme per rilanciare il paese nemmeno l'ombra.

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  • francesco brundo

    27 Febbraio @ 14.06

    Mai stimato Fini, ma questa volta mi devo ricredere...ma se si allea con gli ex DC cade dalla padella alla brace, mai fidarsi di un democristiano, anche ex...meglio affondare sulla propria nave che su quella altrui...ci vuole solo coraggio.

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