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Tommy: Parma non dimentica

Tommy: Parma non dimentica
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Nei giorni successivi alla tragedia di Tommy, un giornalista della Gazzetta di Parma aveva raccolto in un libro le emozioni, le speranze, la tristezza e la rabbia che avevano scandito prima i giorni del sequestro di Tommy e poi la tragica conclusione della vicenda.

Quel libro è stato pubblicato dalla Gazzetta a scopo benefico, e i 5mila euro raccolti dalle vendite sono stati consegnati nel settembre 2007 al prof. Izzi e all'Ospedale dei bambini che sta nascendo a Parma. Oggi vi riproponiamo quella storia, anche per invitare (come dice il titolo) a non dimenticare.

TOMMY: PARMA NON DIMENTICA

di Gabriele Balestrazzi
 
INTRODUZIONE

Era il terzo o il quarto giorno dopo quello, terribile, che aveva spazzato via tutte le speranze per Tommy, svelandone la tragica sorte.
Impossibile, anche fuori dal lavoro, pensare ad altro. E così una mattina ho iniziato a “raccontare” al computer di casa i pensieri di quelle settimane. Un racconto a me stesso: quasi un’ auto-analisi della tristezza, della rabbia, ma anche dei tanti dubbi di quei giorni  su un mestiere diventato improvvisamente più difficile.
Solo in un secondo tempo ho pensato che la cosa poteva riguardare anche i lettori della Gazzetta. Con la speranza, che in parte mi è sembrata anche un dovere, di spiegare anche certi articoli, certi titoli, certe scelte, e di far capire che, soprattutto per noi giornalisti di Parma, il lavoro di quelle settimane (eventuali sbagli compresi) è nato più dal cuore e dalle emozioni, che da qualunque altro aspetto.
La seconda speranza è che questo libro confluisca nel fiume di solidarietà che già l'anno scorso, nel nome di Tommaso, ha contribuito alla realizzazione di quel grande progetto parmigiano che è l’Ospedale dei bambini.
Infine, ma non da ultimo, mi piacerebbe che questa modesta riflessione personale contribuisse a quella collettiva di una comunità che è stata unanime nel dolore e nella condanna, ma che forse non si è ancora chiesta fino in fondo se gli “orchi”, almeno in parte, non contribuiamo anche noi a crearli.

Tommy: Parma non dimentica
                                                                          
LA SERA DEGLI ORCHI
 
A una manciata di chilometri...
Sono quasi le 20 di giovedì 2 marzo, e solo una manciata di chilometri ci separa dal luogo nel quale, proprio in quei minuti, si sta consumando il più orrendo delitto della storia recente di Parma. Ma il lavoro in “Gazzetta” si svolge ancora ignaro, ed anzi insolitamente tranquillo.
Alcune pagine sono già state “chiuse”: è cioè terminato il lavoro redazionale e di impaginazione, e può già iniziare la fase che porterà, entro le 23, alla stampa del giornale. E nelle pagine di cronaca ancora aperte, è fotografata la realtà di una tipica e tranquilla città di provincia: gli articoli della “nera” non vanno oltre due arresti in via Isola per spaccio di ecstasy ed una lite degenerata, per 10 euro, in piazzale Lubiana, dove è spuntato anche un coltello.
La notizia ci piomba addosso attraverso l’avvicinarsi di alcune sirene e lo sfrecciare, sotto la nostra redazione in via Mantova, di alcune auto di carabinieri e polizia lanciate a grande velocità in direzione Sorbolo. Subito ci si organizza come sempre in questi casi: un primo cronista, con un fotografo, parte nella stessa direzione delle forze dell’ordine, mentre in redazione ci si attacca ai telefoni per avere, dai referenti di questura e carabinieri, qualche informazione più precisa. Nel frattempo, qualcuno esamina le pagine ancora in lavorazione, per valutare quali articoli possano eventualmente saltare per fare posto alla nuova notizia, nella cronaca della città oppure (se l’episodio risulterà al di là del comune di Parma) nella pagine della provincia.
Ancora un paio di minuti e conosciamo la prima parte della notizia: il luogo è Casalbaroncolo. Ma il seguito della telefonata ci gela il sangue: “Hanno rapito un bambino”.
 
PERCHE’ UN BAMBINO ?
 
Il sequestro di un bambino è quanto di più lontano ci possa essere dall’immaginazione di tutti, in una città come Parma.
Non sarà più isola felice, se mai la è stata e se mai ne esistono, ma sicuramente la nostra è una città in cui “qualità della vita” è qualcosa di più di uno slogan: è un connotato che soprattutto i visitatori esterni riconoscono e ammirano.
La criminalità, ovviamente, esiste anche qui. Ma le insicurezze dei parmigiani sono legate soprattutto a quella di tipo “micro”: gli scippi, le truffe agli anziani. Reati odiosi perché colpiscono persone deboli, ma decisamente lontani da situazioni ben più gravi di altre zone d’Italia.
La criminalità organizzata emerge nelle cronache solo per alcuni episodi sporadici, ed anche l’allarme di fine anni ’90 (quando a Salso vi fu l’omicidio Carceo, maturato in ambienti di mafia siciliana), sembra superato. E di certo a Parma non si registrano le tensioni quasi quotidiane di province anche vicine, dove alcuni insediamenti sono avvenuti con forti traumi: come ad esempio nel Reggiano. Anche in quei minuti, si può dunque ancora sperare in un falso allarme come quello di pochi giorni prima in via Montebello: la strada bloccata, polizia e carabinieri con i mitra spianati davanti a una banca che un cliente aveva trovato “stranamente chiusa”, non accorgendosi del cartello all’ingresso che segnalava lo svolgersi di una assemblea sindacale. Una scena un po’ surreale, ma in fondo anche una rassicurante conferma dell’immediata capacità di intervenire delle forze dell’ordine: anche solo per un falso allarme.
Allo stesso tempo, purtroppo, la parola sequestro non ci è completamente nuova. Ci riporta alla tragedia di Mirella Silocchi, rapita a fine anni ’80 da una organizzazione nella quale l’Anonima sarda si intrecciava con un filone anarco-insurrezionalista e poi morta nelle mani dei sequestratori, così spietati da non consentire nemmeno il ritrovamento del corpo della donna. Un precedente terribile, al quale vola immediatamente il pensiero.
Ma qui, se possibile, la domanda è ancora più drammatica : “Perché sequestrare un bambino?”.
 
DALLA RAPINA AL SEQUESTRO
 
Non è un falso allarme.
Ormai la notizia ha trovato ripetuti riscontri. Ai quali si sovrappongono particolari che fin dal primo momento fanno definire quel sequestro “anomalo”: innanzitutto è avvenuto nel casolare in cui vive una famiglia normale. Il padre è un funzionario delle Poste, la madre un’impiegata dello stesso ente: le loro condizioni economiche non sembrano certo giustificare un rapimento a scopo di riscatto. Ma soprattutto, pare che i due sequestratori ( forse accompagnati da complici) fossero entrati nell’abitazione per una rapina: solo in un secondo tempo, di fronte ad un bottino di appena 150 euro, avrebbero prelevato il bimbo, che non ha ancora 18 mesi.
E se in un certo senso questa prima ricostruzione “attenua” alcuni timori sul sequestro del bimbo (non sarebbe cioè stato questo il loro vero obiettivo, ma forse solo un modo per proteggere la fuga dei rapinatori), la nuova ipotesi accresce le immediate preoccupazioni sulla sorte dell’ostaggio, del quale i due balordi potrebbero disfarsi in una campagna che – in queste prime sere di marzo – registra ancora temperature rigide da pieno inverno. E’ quindi subito in gioco la vita del bimbo: e proprio questo spiega, se non giustifica, la concitazione che, in quei minuti carichi di tensione, porta anche a qualche errore, come l’invasione e quindi la parziale contaminazione della “scena del crimine”, sulla quale si muovono numerosi inquirenti con le loro agende ed altri oggetti.
Proprio qui vale allora la pena di inserire subito una importante parentesi: sicuramente, in una indagine lunga e complessa come poche altre, sono stati commessi alcuni errori, e altrettanto sicuramente c’è stata qualche sovrapposizione di troppo tra le forze dell’ordine (anche perchè si è trattato di coordinare l'azione contemporanea dei corpi locali e di reparti “speciali” giunti da fuori). Ma fra le tante cose che questa cronaca vuole testimoniare, c’è anche l’impegno totale, e ben al di là dei doveri strettamente professionali, di polizia, carabinieri, magistrati, e quanti altri per oltre un mese si sono battuti  con un solo desiderio: liberare Tommaso. Senza poi riuscire a trattenere le lacrime la sera della tragica notizia ed il giorno dell’addio in Duomo.
Ma in quei minuti (e quanto accresce la rabbia il sapere che la tragedia era ormai compiuta…) la prima preoccupazione è la corsa contro il tempo nel caso in cui Tommaso sia stato abbandonato nelle campagne vicine. E a questo compito vengono dedicate numerose pattuglie, alle quali si affiancano le unità cinofile ed i primi volontari della Protezione civile.
Qualche speranza arriva dal ritrovamento, poco lontano, di una Fiat Tipo impantanata: la speranza è che possa essere quella dei rapitori, che già nel casolare (stando alle prime ricostruzioni) avrebbero avuto un comportamento abbastanza maldestro. C’è anche un cellulare, sull’auto: e naturalmente questo accrescerebbe le possibilità di risolvere rapidamente il caso.
Non sarà così, perché quell’auto, con il rapimento di Tommy, non c’entra nulla.

 
TOMMASO, DOVE SEI ?
 
“Tommaso, dove sei?”. Il titolo scelto dal direttore per la prima pagina della Gazzetta dice tutta l’angoscia del giorno dopo: quello in cui si sperava in una conclusione-lampo della vicenda. Ma Tommy non è tornato: evidentemente non era “solo” l’ostaggio di una rapina sconclusionata, e l’ombra di un vero sequestro si allunga sempre più minacciosa. Eppure, quel titolo mi fa venire in mente anche il gioco che così spesso si fa con i bambini, quando loro si nascondono e gli adulti fingono di non vederli, fino a quando non giunge il momento di “scoprire” il nascondiglio del bimbo.
Questo, ormai lo si è capito, è un fatto tremendamente serio. Ma quel titolo angoscioso mi piace leggerlo soprattutto come una speranza: la speranza che presto Tommaso sbuchi fuori da qualche parte, appunto come quando si gioca a nascondino, con il sorriso che gli si vede nella prima sua foto che viene diffusa da tv e giornali.
 
UN SEQUESTRO SU COMMISSIONE
 
Quelle prime 24 ore senza novità aprono scenari inquietanti, e da subito agli investigatori si profila una incredibile serie di ipotesi che si intrecciano e si accavallano, e che certamente complicheranno il loro lavoro.
E’ invece subito tramontato un altro terribile sospetto. Nessuno lo dirà mai ufficialmente, ma tra le doverose prime ipotesi da verificare c’è anche quella di un dramma familiare, come altri ne sono accaduti di recente (e Bruno Vespa, nella sua rubrica su “Panorama”, sarà titolato: “E se fossimo davanti ad un’altra Cogne?”). Ma non è così: nei primi, ripetuti interrogatori dei familiari di Tommaso “non ci sono contraddizioni”, come riferisce il procuratore capo Laguardia. E toglie ogni dubbio il fatto che in contraddizione non cada nemmeno Sebastiano, il fratellino di Tommy che a soli otto anni subisce a sua volta (ovviamente con il supporto di uno psicologo) le domande degli inquirenti. Anzi, proprio le testimonianze di questo bambino in gamba serviranno poi per ricostruire, ad esempio, l’immagine del casco da motociclista indossato da uno dei sequestratori.
Ma che le attenzioni sui genitori siano particolarmente “strette” lo conferma indirettamente la loro legale, Claudia Pezzoni (che è anche amica di famiglia), che a un certo punto deve precisare ai cronisti che gli Onofri sono ascoltati come “persone informate dei fatti” e non come indagati. Sul Corriere della sera di lunedì  6 marzo la Pezzoni delinea ulteriormente il ritratto di Paolo Onofri e della sua famiglia: “Per loro metto la mano sul fuoco”. Precisazioni che si rendono necessarie, per sgomberare i dubbi che sorgono spontanei dopo ore e ore di interrogatori. E che comunque non se ne andranno così presto.
La fatidica frase “non si tralascia nessuna ipotesi”, del resto, lascia capire solo che l’indagine su quel sequestro sarà complicatissima. E poiché in quel casolare ci si arriva solo se proprio là si vuole arrivare, una volta scartata l’ipotesi della rapina degenerata è inevitabile rivolgersi verso i genitori: anche se solo come possibili vittime, non possono non sapere (questo il pensiero degli inquirenti e dell’opinione pubblica) chi possa avercela con loro a tal punto da attuare una simile crudeltà.
E quando agli Onofri vengono restituite le auto, subito sequestrate e perquisite, forse non è solo l’abitudine ai telefilm che fa pensare a “cimici” ed intercettazioni, per cogliere un segnale che possa davvero indirizzare l’inchiesta. Non è invece fantasia il lavoro che i Ris, sotto gli occhi dei giornalisti e delle troupes della tv, proseguono nelle ore successive al sequestro, in un raggio di quattro chilometri intorno all’abitazione, compreso un insediamento di giostrai nel quale, però, di Tommaso non c’è traccia.
 
IL TEGRETOL
 
C’è un altro elemento che, fin dalle prime ore successive al sequestro, accresce l’apprensione: Tommaso soffre di epilessia, e ha bisogno di essere curato con uno specifico sciroppo: il Tegretol. Già dalla mezzanotte di giovedì le televisioni ripetono e moltiplicano l’appello del dottor Gianluca Prati, uno dei più noti pediatri di Parma che ha in cura il bambino, e che lo ha visitato anche poco prima del sequestro, con la febbre a 39°: e nelle ore successive arriveranno quello dell’avvocato Pezzoni e quello, angoscioso, dei genitori. La Pezzoni, proprio a proposito del Tegretol, parla della possibilità che i sequestratori siano dei “balordi”, e aggiunge che “i bambini devono restare al di fuori di certe logiche”. E’ una delle frasi che gli inquirenti ripercorreranno e analizzeranno più volte, per valutare se in queste dichiarazioni, e soprattutto in quelle degli Onofri, possa celarsi qualche “messaggio” mirato a raggiungere sequestratori di cui conoscono o sospettano l’identità.
E’ una situazione quasi inevitabile, in una indagine così complessa e delicata. Ma nel rivivere quelle ore è giusto riflettere su quanta pressione si sia prodotta, fin dall’inizio, su una famiglia già lacerata dalla privazione di un figlio.
 
UN DRAMMA, UNA FAMIGLIA
 
Una volta detto delle premesse, è logico che l’attenzione degli inquirenti, ma anche dei giornalisti, si concentri a quel punto sulla ricostruzione della storia e dei legami di questa famiglia.
Paolo Onofri è il direttore dell’ufficio postale di via Montebello. Personaggio ruvido, a giudicare anche da certe polemiche riportate dall’archivio della Gazzetta in occasione di alcune lamentele sui disservizi postali in città. Ma che “non ha nemici”, come concordano le pochissime dichiarazioni che filtrano dal suo ambiente di lavoro, subito blindato e precluso ai giornalisti dai dirigenti di Bologna, “perché è bene che le informazioni siano il più omogenee possibili”.
Paola lavora a sua volta nelle Poste, e fra le prime coincidenze (di una serie incredibile, che caratterizzerà questa storia) c’è quella di un altro “sequestro” da lei subito a Pastorello di Tizzano, quando la donna fu legata e rinchiusa durante una rapina nell’ufficio in cui stava lavorando da sola. Anche quell’episodio verrà preso in considerazione ed approfondito, nella ricerca di un possibile motivo di vendetta nei confronti degli  Onofri, dopo la scoperta che uno degli autori di quella rapina si è poi tolto la vita impiccandosi in carcere.
Intanto da Pastorello si risale a Tizzano, dove Paola  è nata e dove tuttora vivono i suoi genitori. Un paese che subito si stringe intorno ai Pellinghelli (questo il cognome di Paola), con calore e discrezione. E certo nessuno può immaginare che proprio lì Tommy tornerà dopo un mese: ma non per riprendere a giocare  coi nonni o a farsi ammirare come tante altre volte nelle vie del paese. Anche se proprio il cuore di nonna Lisetta, scesa subito in città per essere al fianco della figlia, detterà una dichiarazione purtroppo destinata a rivelarsi esatta: “Ho un bruttissimo presentimento”. Nonno Walter è più agguerrito, e dice: “Vi dò un occhio, ma riportatemelo. Dio perdona, io no”. E’ semplicemente angoscia di nonno, ma anche quell'ultima frase finirà nel setaccio delle interviste da decifrare.
Dai nonni arriva anche un’altra notizia, destinata poi a introdurre un elemento importante nelle vicende dei giorni successivi. Qualche giorno prima di Tommaso, era sparito Tody, il cane “da guardia” (in realtà un mansueto bastardino) di Casalbaroncolo: forse non è, e infatti si appurerà che non la è, una coincidenza.
 
I PRIMI APPELLI
 
“In nome di Dio, liberate Tommaso”.
Sono le parole del vescovo di Parma, monsignor Bonicelli, cui si accodano gli interventi discreti delle autorità, che si mettono “a disposizione” ma, a partire da prefetto e sindaco, sottolineano la necessità di lasciare spazio al lavoro degli inquirenti.
La vicenda sta ormai scuotendo tutta Italia. E non c’è da sorprendersi se un altro e diverso appello arriva  poche ore dopo da una ribalta del tutto insolita: il festival di Sanremo, che il presentatore Panariello inizia proprio invocando la liberazione di Tommaso e ricordandone le precarie condizioni di salute.
Sono i primi momenti in cui vediamo mescolarsi sentimenti veri e spettacolarizzazione. Ma tutto può servire a tenere alta l’attenzione, e magari a scuotere le coscienze dei sequestratori, ai quali nel frattempo – in termini ben diversi – iniziano ad arrivare i primi moniti dalle carceri italiane, dove i detenuti condannano questo reato, fuori persino dai codici non scritti della criminalità.
 
 
NELLA CASA DI TOMMY
 
Sabato 4 marzo, ore 8. E’ l’ora in cui in un giornale si lavora meglio: nella redazione ancora vuota e in cui il telefono squilla ancora di rado, si possono confrontare gli altri quotidiani e abbozzare alcune idee per il giorno dopo. Ma quando arrivo all’altezza del cancello di via Mantova, qualcosa mi impone di proseguire lungo la strada: se di questa vicenda, come tutti iniziamo a temere, dovremo occuparci per diversi giorni, è giusto vedere questo luogo ad una manciata di chilometri dal giornale.
Quando arrivo all’abitazione di Casalbaroncolo ci sono solo le colleghe del Tg5 e di Sky Tg 24 (il canale “all news” che davanti alla casa del sequestro ha piazzato la regìa mobile per i continui collegamenti in diretta), e c’è nella casa Paolo Onofri, il papà del bambino sequestrato. Ha voglia di sfogarsi: ha già concesso alcuni minuti di intervista a Sky, e mentre arrivano altre troupes ci consente di entrare nell’abitazione.
E’ visibilmente provato: gli occhi gonfi di chi probabilmente non è riuscito a prender sonno e le continue sigarette per provare a scaricare una tensione così grande. Allo stesso tempo è estremamente gentile, con chi ha praticamente messo sotto assedio mediatico la sua abitazione. Quando mi presento come cronista della Gazzetta ha anche la forza di una battuta: “E’ anche lei uno di quelli che hanno scritto peste e corna delle Poste e del mio ufficio?”.
Entriamo nella stanza in cui è avvenuto il sequestro: il tavolo della cena interrotta con le candele accese è stato liberato, e soprattutto si nota la mancanza del seggiolone di Tommaso, sul quale i Ris (nella sede di Palazzo Ducale) stanno cercando tracce dei sequestratori. Paolo Onofri ci guida al piano di sopra: quando accende il computer sul quale fa scorrere davanti alle telecamere le splendide foto del figlio, la commozione è di tutti, come di tutti sono le lacrime che questo padre, inevitabilmente, non riesce a trattenere.
Mi racconta del suo arrivo a Parma, che risale a circa vent’anni prima. Ci mostra la presa di corrente all’esterno, probabilmente utilizzata dai sequestratori (“ora ne sono certo: – dice – la rapina è servita solo per impedirmi di reagire, come avrei fatto se avessi pensato subito ad un sequestro”). Ma l’immagine che mi si ferma nel cuore è quella del lettino di Tommy, nella sua stanza piena di giochi e pupazzetti: chi può arrivare anche solo a pensare un crimine così crudele? Mentre la casa è ormai invasa dai giornalisti che arrivano uno ad uno, non trovo di meglio, per salutarlo ed incoraggiarlo, di un arrivederci a presto “per riparlare dei problemi delle Poste, e solo di quello”, una volta che Tommaso sarà ritornato a casa.
 
LE TANTE PAROLE DI PAOLO ONOFRI…
 
Lasciato il posto ai colleghi, arrivo in redazione in tempo per vedere – ancora su Sky 24 – che quello cui ho assistito è solo l’inizio di uno sfogo che, a più riprese, Paolo Onofri porterà avanti quasi tutta la mattinata. E nel susseguirsi delle interviste, non sfuggono a nessuno quelle frasi particolari, che nessuna vittima di sequestro ha mai pronunciato e che daranno vita ad una ridda di supposizioni da parte dell’opinione pubblica, ma anche e soprattutto fra gli stessi inquirenti.
“Se non me lo riportano andrò a prenderlo personalmente” . “Liberatelo, o il reciproco sarà equivalente”. “Perché hanno preso Tommy? Avete visto come è bello?”.
Sicuramente quello di papà Onofri è uno sfogo, ma in certi passaggi appare anche come un messaggio, che sembra diretto a persone che l’uomo conosce o sulle quali ha sospetti. La stessa fiducia in una rapida conclusione del caso (“gli inquirenti hanno ristretto di molto il campo delle ipotesi”) viene espressa con una frase che appare mirata. E da quel momento il campo delle indagini sarà costantemente dedicato, in una sua parte, proprio all’analisi di quelle frasi e all'approfondimento della storia, dei rapporti e delle parole di Onofri.
 
…E LE LACRIME DI PAOLA
 
C’è un contrasto terribile fra il mattino riempito dalle parole del padre (parole che in fondo sembrano schiudere la porta all’ottimismo) e il pomeriggio fatto solo di silenzi e di un breve appello di Paola (“Il mio Tommaso ha bisogno della medicina. E dai risultati delle analisi dei giorni scorsi è risultato basso il dosaggio del Tegretol: è necessario aumentarlo da 3 a 5 millilitri”). E in quel contrasto ci si rende conto che le parole che la mamma pronuncia fra i singhiozzi sono quelle più vere, perché danno la reale dimensione di un dramma nel quale, in effetti, motivi concreti di ottimismo ancora non esistono.
Lo dicono, nelle stesse ore, le parole degli inquirenti. Il questore Stingone ammonisce che “è difficile ipotizzare una conclusione in tempi stretti”. E che “gli accertamenti andranno avanti ancora a lungo” lo annuncia anche il comandante dei Ris Luciano Garofano, che appena rientrato da una trasferta in Germania ha ripreso il comando delle operazioni del reparto scientifico dei carabinieri: quei Ris che fino a poche settimane prima abbiamo visto all’opera anche in una fiction televisiva di grande successo. Inconsciamente, vorremmo tutti che anche in questa drammatica realtà le risposte dei Ris giungessero con la stessa rapidità ed efficacia della finzione sul piccolo schermo: Garofano però ricorda che qui siamo su un altro piano molto più complesso, anche se in realtà saranno proprio i laboratori di Palazzo Ducale a fornire presto una prima concretissima traccia.
Ma per il momento, nonostante circoli la voce di un primo possibile contatto da parte dei rapitori, gli inquirenti hanno in mano ancora poco. E che la verità sia ancora da trovare lo conferma il fatto che il pomeriggio in questura di Paolo Onofri si allunga fino alle 22,30, così come per ore è stata ascoltata la moglie.
 
LA PROCURA ANTIMAFIA
 
“L’unica cosa certa è che non si tratta di una rapina degenerata in rapimento”. Le parole del procuratore capo Laguardia lasciano spazio principalmente ad altre due ipotesi: sequestro per estorsione  (ma tenendo presente che gli Onofri hanno limitate possibilità economiche) o per vendetta. E dal momento che si profila l’ipotesi del sequestro a scopo di estorsione, entra in scena la DDA di Bologna: la direzione distrettuale antimafia alla quale è affidata la competenza per questo tipo di reato.
A dispetto della denominazione, questo organo viene chiamato in causa anche al di là di ipotesi nelle quali siano effettivamente coinvolte associazioni mafiose: quindi la sua presenza non significa che dietro al rapimento di Tommaso debba esserci la criminalità organizzata.
E anche una volta individuata nel sequestro l’effettiva finalità dell’arrivo dei malviventi a Casalbaroncolo, le ipotesi sul movente sono tante e nessuna: tentare di arrivare al denaro delle Poste attraverso Onofri ? , vendetta per uno sgarro ? C’ è poi quella traccia dell’accento calabrese di uno dei due sequestratori: e proprio dalla Calabria giungerà nelle prossime ore un nuovo segnale.
Ma per il momento la sensazione è che si proceda al buio. Ed è quindi giusto dare ampio spazio, sulla Gazzetta, anche a iniziative extragiudiziarie che possano però portare ad una conclusione della vicenda: come l’appello “Riconsegnatelo in una chiesa” che arriva da padre Giacomo Spini, in quella chiesa di Antognano nella quale, poco meno di un anno prima, aveva battezzato Tommaso. E come il comitato creato da un amico degli Onofri, Claudio Borghi, con l’ausilio della Croce rossa: ci sono numeri di telefono e indirizzi informatici ai quali si spera possa arrivare una segnalazione, un contatto, una soffiata: qualunque cosa possa favorire, come dice lo stesso Borghi, “la positiva risoluzione della drammatica vicenda”,
 
“FRAGILE E DOLCISSIMA”
 
In attesa  di novità concrete, come già abbiamo visto, l’attenzione degli inquirenti e dell’opinione pubblica è inevitabilmente concentrata sui genitori: quando non sono ascoltati per ore negli uffici di questura o procura, per loro ci sono i riflettori, i microfoni ed i taccuini dei giornalisti. E nel moltiplicarsi degli inviati, delle dirette e delle trasmissioni, non tutti i cronisti brillano per tatto e discrezione.
Noi siamo da sempre il giornale della città, di Parma e dei parmigiani. Questo significa essere anche il giornale degli Onofri: e allora è nostro dovere, oltre a dare tutte le informazioni sull’inchiesta, anche raccontare e rispettare il dramma di questi due genitori,  ormai analizzati in ogni loro frase e scrutati in ogni loro espressione. E’ molto toccante il ritratto che di Paola dà Grazia Grossi, la vicina ed amica di via Olimpia, dove gli Onofri abitavano fino a pochi mesi prima: in un momento nel quale tanti dubbi e sospetti vengono sussurrati, la Grossi dipinge una mamma presente e affettuosa, una donna fragile e apprensiva ma dolcissima.
 
UNA FAMIGLIA ALLARGATA
 
Ma intanto, fra i mille rivoli in cui da subito si divide questa storia, emergono quelli di un intreccio familiare complicato.
Paolo Onofri, ad esempio, ha avuto una prima moglie, che si è poi legata ad un uomo ora in carcere per un omicidio commesso a Viadana: Roberto Mazzeo. Ovviamente è per gli inquirenti un legame da approfondire, ma questa pista sembra cozzare contro le testimonianze concordi sui buoni rapporti fra Onofri e lo stesso Mazzeo, e soprattutto fra gli Onofri e la donna (fra le prime ad accorrere la sera del sequestro), anche per la presenza di Carlo Alberto, figlio quindicenne del primo matrimonio. A quest’ultima notizia, purtroppo, tutte le cronache aggiungeranno l’aggettivo “adottivo”: una situazione che il ragazzo conosce già, ma che (lo si scoprirà nei giorni successivi) non aveva mai raccontato agli amici. E' un primo caso che ci fa riflettere sulle difficoltà, e sulla necessità, di mantenere le cronache del sequestro in un precario equilibrio fra informazione e privacy. Anche perché, come è inevitabile, di “voci” ne girano ormai tantissime: una raccolta dai colleghi in un bar della zona dice ad esempio che Tommaso sarebbe stato rapito da un fantomatico “vero padre”. Almeno in questo caso nessun giornalista si azzarda a pubblicarla, ma queste velenose insinuazioni arrivano evidentemente anche agli inquirenti, se è vero (come poi apparirà in una intervista su Panorama del 13 aprile) che in quelle ore, fra le tante domande, Paolo Onofri si sente chiedere “se Tommy fosse davvero mio figlio, se io e mia moglie facessimo gli scambisti, se io fossi la mente di un rapimento simulato o di una messinscena legata al mondo della pedopornografia o a miei presunti debiti”. E si trova anche a dover affrontare la prova del dna, per dimostrare la sua effettiva paternità.
 
IL MOMMO
 
Una delle cose che oggi fanno più rabbia, nel riviverle sapendo quello che poi abbiamo saputo, è l’appello del “mommo”.
Quella parola dolce che tanti bambini di Parma hanno usato nella loro infanzia, per indicare una caramella o un dolce, entra nella storia di Tommaso con un nuovo toccante appello dei genitori, che nella sede della Croce rossa spiegano a tutta Italia, rivolgendosi ai sequestratori, che proprio quella è la parola con cui Tommaso è abituato a chiamare la siringa senza ago per il Tegretol, il farmaco salvavita da assumere due volte al giorno, come ormai è stato ripetuto su tutti i giornali e in tutte le trasmissioni.
E’ il papà che parla: accanto a lui la mamma in silenzio. Paola è infatti provatissima da questi giorni drammatici, e il Comune ha messo a disposizione dei due genitori anche uno psicoterapeuta. La fotografia che li ritrae in via Riva durante la conferenza stampa è una immagine che strazia il cuore: lui, l’uomo che nelle dichiarazioni del giorno prima sembrava pronto a spaccare il mondo, e sembrava sentire vicina la conclusione della vicenda, è adesso lì a pregare chi gli ha rapito il figlio, con quel “mommo” in mano; lei sembra pietrificata, nel suo silenzio e nella sua angoscia. E’ orribile pensare che, davanti a quella immagine rilanciata dalle televisioni e dai giornali, possa trovarsi, senza avvertire il bisogno di porre fine a quello strazio almeno confessando la verità, anche chi sa benissimo che a Tommy, ormai, il “mommo” non serve più.
Sono invece in tanti a circondare di affetto e protezione la famiglia: come la stessa Croce rossa, che si mette a disposizione dei sequestratori, come spiega il presidente Zammarchi,  “per far pervenire il Tegretol, e soprattutto per accogliere il bambino in caso di rilascio”.
E nella chiesa di Sant’Andrea, oltre agli appelli che ancora ripete don Spini, è un ragazzino che nella messa domenicale legge questa preghiera: “Pentitevi e non indurite i vostri cuori”.
Intanto le indagini proseguono, e fanno i conti con nuovi misteri: una irruzione notturna che sarebbe avvenuta nella casa del sequestro (che gli Onofri hanno lasciato per trasferirsi a Martorano dai cognati, e che da quel momento sarà presidiata 24 ore su 24 dai volontari della protezione civile, oltre alle ronde delle forze dell’ordine), una eredità ricevuta da Onofri che potrebbe avere ingolosito i sequestratori (in realtà viene chiarito che si tratta semplicemente di una casa nel Ferrarese), una strana serie di giri notturni nella zona di Sorbolo dell’automobile di Paolo Onofri, tallonata da alcuni giornalisti che l’avevano seguito all’uscita dalla questura. Si appurerà in seguito che in quelle ore c’è anche il contatto con una “sensitiva”, altro penoso capitolo di questa vicenda, come si vedrà soprattutto in seguito.

 
RAPITO DA UNA DONNA?
 
Nelle pagine su pagine che i quotidiani nazionali (tutti con a Parma uno o più inviati) dedicano alla vicenda, la notizia più concreta del 7 marzo è proprio della “Gazzetta”. Un articolo di Laura Frugoni riporta l’indiscrezione secondo cui Tommaso potrebbe essere stato portato via da una donna. E’ solo una sensazione, riportata dalla mamma dopo ore e ore di interrogatori e ricostruzioni: una sensazione alla quale gli inquirenti sembrano attribuire una certa importanza, anche se qualcuno (anche fra gli stessi investigatori) ne trae ulteriori dubbi sulla ricostruzione degli Onofri: come può essere stato notato quel gesto femmineo (quasi una carezza) che uno dei due sequestratori mascherati avrebbe rivolto al bambino, se i familiari erano legati a pancia in giù nella casa semibuia?
Invece è davvero una svolta: e presto Paola Pellinghelli, nei corridoi della procura, la rivivrà individuando le particolari movenze della camminata di Mario Alessi, uno dei manovali che avevano lavorato a Casalbaroncolo, quasi subito sotto torchio e poi sempre più nel mirino degli inquirenti. La memoria e l’intuizione della donna finiranno per aggravare la sua posizione: quello che la povera Paola Pellinghelli non può ancora  sapere è che l’uomo da lei incrociato nel corridoio è forse proprio l'assassino del suo piccolo Tommy.
Ma intanto, ancora Paola, Paolo, il piccolo Sebastiano, l’ex moglie Francesca Traina, sono per ore ed ore ascoltati in questura: quasi una gigantesca moviola della storia degli Onofri e dei loro rapporti, alla ricerca di “chi” e del “perché”.
 
IL PERITO DI CARRETTA
 
A confermare che il mirino delle indagini è sempre più rivolto verso gli Onofri, arriva la presenza in questura di Cesare Piccinini, uno degli psichiatri più conosciuti in città ed anche fuori dai nostri confini, anche proprio per avere collaborato ad alcuni importanti casi di cronaca, ad iniziare dalla perizia su Ferdinando Carretta, dopo la confessione del triplice omicidio familiare.
Nonostante il riserbo del professionista, filtra dagli inquirenti la notizia che al professor Piccinini possa essere stato affidato il preciso incarico di analizzare, anche attraverso le registrazioni televisive, le dichiarazioni, il comportamento e perfino i gesti dei familiari di Onofri. Se quelle particolari frasi sono davvero dei messaggi a qualcuno, uno psichiatra può aiutare a decifrarli.
Non hanno invece bisogno di alcuna traduzione le toccanti lettere di Sebastiano e Carlo Alberto, dirette a Tommaso con tutto l’affetto dei due fratelli del bimbo rapito. Il più piccolo dei due è anche tornato a scuola, alla Don Milani, dove tutti si prodigano per fargli sentire affetto e calore, e per proteggerne la privacy.
E per due genitori immersi in un simile dramma, come vittime ma anche come osservati speciali, deve essere non di poco conforto l’incontro con il vescovo Bonicelli, che riceve privatamente Paola e Paolo Onofri. Anche in quella occasione il padre mostra al collo una particolare croce: un “tau” francescano che qualcuno, nella serie delle congetture senza freni, descriverà addirittura come un simbolo satanico.
 
UN PENTITO, MOLTI DUBBI
 
Nel carcere di via Burla è intanto arrivato Pasquale Gagliostro, pentito calabrese con numerosi precedenti, e risultato al margine di storie di ‘ndrangheta.
Si è rivolto alla DDA, affermando che nell’agosto 2005 qualcuno lo avrebbe contattato per un sequestro lampo da effettuare a Parma ai danni di un funzionario delle Poste. Rivelazione attendibile? Oppure è un volgare tentativo di guadagnare benefici millantando storie non vere (come sembra pensare una nipote di Gagliostro, che lo demolisce definendolo “non attendibile” e “pentito fallito”)? Gli inquirenti, anche in questo caso, non si sbilanciano: parlano di riscontri effettivi, ma allo stesso tempo non sembrano dare troppo credito alla storia, che porterebbe a due misteriosi calabresi, mentre i primi elementi dell’inchiesta sembrerebbero indirizzarsi più verso un gruppo di siciliani.
Qualche settimana dopo, in una lettera dal carcere di Ferrara, Gagliostro aggiungerà che lui quelle cose le aveva dette già in agosto, e che quindi Tommy poteva forse essere salvato. Una tesi, ovviamente tutta da verificare, che aggiunge un ennesimo angosciante interrogativo.
 
DAL PAPA AI DETENUTI
 
 
Il papa prega e si unisce all’appello per la liberazione del piccolo Tommaso, i detenuti annunciano che solo se i rapitori restituiranno il bambino “eviteranno l’ira di tutti i detenuti delle carceri italiane contro chi commette reati contro i bambini”.
Due messaggi diversi, da due mondi agli antipodi, e una sola speranza. Così come c’è chi si appella, alla vigilia dell’8 marzo, alla donna che forse ha in custodia Tommaso. Così come il pediatra Prati, intervenendo su Canale 5 alla trasmissione “Matrix” insieme al neuropsichiatra Carlo Capone (che a sua volta ha seguito Tommy), invita i sequestratori a “cullare il bimbo e cantargli delle canzoni”. I genitori di Tommy non sono presenti, e a rappresentarli nella trasmissione di Enrico Mentana è, con chiarezza ed efficacia, l'avvocato Claudia Pezzoni.
Un’altra trasmissione televisiva, “Chi l’ha visto?”, si occupa del sequestro in quella serata. A Parma la si segue con trepidazione e un pizzico di fiducia, ricordando una sera di tanti anni prima nella quale proprio una segnalazione a “Chi l’ha visto?” consentì di recuperare a Milano il camper della famiglia Carretta, aprendo la strada alla doppia ipotesi della fuga o, come si sarebbe appurato solo dopo 9 anni, della strage. Questa volta la segnalazione di una tutina, che conduce a Pontetaro, si rivela però senza esito.
 
SILENZIO STAMPA
 
Il clamore intorno alla vicenda è altissimo, nel mescolarsi di sentimenti genuini e di un meccanismo perverso nel quale ogni trasmissione ed ogni servizio giornalistico fanno da cassa di risonanza agli altri. Ed è a quel punto che i magistrati intervengono per chiedere un silenzio stampa di tre giorni, “per evitare notizie che danneggino l’inchiesta”.
Il rapporto inquirenti-giornalisti, adesso è giusto dirlo, fin dall'inizio non è dei più felici. Se da una parte è comprensibile il riserbo di chi sta conducendo una indagine certamente complicata (questo è ormai chiaro a tutti), il silenzio pressoché totale su un caso che così fortemente coinvolge l’opinione pubblica (ovvero i lettori e i telespettatori) inevitabilmente innesca un meccanismo che “costringe” i giornalisti a cercare in qualche modo nuove notizie. E’ sicuramente un altro aspetto sul quale con calma si dovrà riflettere, e dal quale nascono valutazioni non sempre positive sul ruolo dei mass-media. Ma forse non è del tutto sbagliata anche la critica che ascoltiamo dai colleghi-inviati più esperti, che ricordano casi analoghi in cui i “vecchi” commissari sapevano istituire con la stampa un rapporto più stretto, attraverso il quale filtravano solo poche e mirate notizie, per conciliare nel modo migliore gli interessi dell’informazione e quelli, ovviamente primari, delle indagini.
“Questo è un caso difficilissimo”, ribadisce la pm della DDA Lucia Musti. E “la pista della vendetta è la più probabile”, afferma in una intervista al Mattino di Napoli Nicola Cavaliere, responsabile del Dipartimento centrale anticrimine. Anche a questa ipotesi sembrano collegarsi le audizioni di due funzionari delle Poste,  mentre sul fronte dei Ris pare si stia lavorando anche attraverso prelievi del dna di tutti i familiari del bimbo.
Attorno a Paolo Onofri, in queste ore, si esprime la solidarietà dei colleghi e dei sindacati delle Poste: proprio da loro parte l’iniziativa di una fiaccolata in città, per il giorno successivo.
 
GLI INQUIRENTI “DIVIDONO” GLI ONOFRI
 
 
Nella prima giornata di un silenzio stampa che sarà rispettato solo in parte, si viene a sapere che gli inquirenti hanno adottato una particolare strategia: nuovi interrogatori separati a Paolo Onofri (in questura), e alla mamma con il piccolo Sebastiano (in procura per ben sette ore).
Sette ore, parte delle quali vedono madre e figlio da soli in una stanza: probabilmente è un luogo “intercettato” dagli investigatori, secondo una tecnica di cui si  è già letto e sentito, ad esempio nella vicenda di Erika ed Omar. Ed è proprio in queste ore che qualcuno attribuisce agli Onofri la frase “Ci siamo sentiti trattati come la Franzoni”. In effetti è quasi così: se l’ipotesi Cogne sembra improbabile, le modalità del blitz di Casalbaroncolo appaiono poco convincenti; e in quelle ore è forse inevitabile che i dubbi si trasferiscano su chi, quelle modalità, le sta raccontando.
La Gazzetta fotografa questa delicatissima situazione con un titolo di prima pagina  che  chiede “Hanno detto tutta la verità?”. E’ un titolo forte, che rischia di sembrare indelicato, ma riassume senza esagerazioni quella che al momento è la principale domanda degli inquirenti, dopo una settimana in cui nessuno si è fatto concretamente vivo per chiedere riscatti o comunque dare indicazioni sulle condizioni del bambino.
 
I RIS IN AZIONE
 
Che il quadro investigativo veda decisamente sotto i riflettori la famiglia Onofri, lo dicono anche alcune iniziative legate alle analisi dei Ris. Al colonnello Garofano vengono infatti consegnati i vestiti indossati la sera del sequestro dal fratellino di Tommy, mentre campioni di nastro adesivo vengono prelevati dall’ufficio postale diretto da Paolo Onofri, per essere comparati con quello utilizzato dai sequestratori.
E la frase dello stesso colonnello Garofano, che in risposta a un titolo di giornale precisa che “dire che non sono state rilevate tracce di estranei è fuorviante” (una frase che, come vedremo, contiene già molto più di una pista) in quel momento viene da tutti letta come un ennesimo accenno a situazioni che portino in qualche modo agli Onofri, i quali – appunto – non avrebbero ancora detto “tutto”.
Ma che i Ris abbiano le idee già abbastanza chiare, lo fa sospettare un’altra cosa: nonostante si sia più volte parlato di fuga sull’autostrada, almeno per ora non risultano sopralluoghi ed analisi nella piazzola dell’A1 a poche centinaia di metri da casa Onofri, nella quale una parte della banda avrebbe potuto parcheggiare per farsi consegnare l’ostaggio: a terra ci sono sigarette: e tutti ricordano che proprio il dna dei mozziconi di sigarette fu per gli inquirenti la “firma” lasciata da alcuni protagonisti della strage di Capaci. Se quella piazzola non interessa gli inquirenti, è perché la strada che i Ris stanno imboccando porta in un’altra direzione.

 
IL SILENZIO DI QUINDICIMILA
 
E’ da brividi, quella lunghissima e silenziosa sfilata. Per una sera Parma è una città muta, e illuminata soprattutto dal fuoco delle fiaccole che chiedono la liberazione di Tommy.
Da barriera Farini, dopo un prologo all’ufficio postale di via Montebello, la fiaccolata si spinge fino a piazza Duomo, con la stessa trepidazione che il giorno prima era stata espressa anche dalla moglie del presidente della Repubblica. “La peggiore crudeltà possibile”, aveva detto Franca Ciampi a proposito del sequestro di Tommy.
E’ da brividi, quella sfilata che vedo dalla redazione attraverso le dirette delle tv locali, anche perché ricorda quelle per “Anna”: ovvero Mirella Silocchi, la donna rapita ed uccisa nel 1989. Chi sequestra una donna, o peggio ancora un bambino, non si lascia scaldare il cuore da una fiaccolata. Allo stesso tempo, è importante che Parma sia lì, nelle strade, ad esprimere la sua condanna. Ma su quelle fiaccole sta per allungarsi un’ombra, che a sua volta esce dal buio di una cantina misteriosa di via Jacchia dalla quale, come riferisce nello stesso giorno la Gazzetta, è stato prelevato un personal computer di Paolo Onofri. Paolo Onofri che, in quello stesso pomeriggio, si lascia sfuggire una frase che forse già anticipa le giornate successive: “Mi sento vittima e al tempo stesso accusato”.
L’esame dei diari della mamma, le perquisizioni in alcuni casolari nella zona del sequestro, e le vigliacche telefonate di sciacalli al numero del comitato si aggiungono nel riempire un’altra giornata nella quale non è stato allontanato il buio.
 
L’ENNESIMA COINCIDENZA
 
Intanto, spulciando un dispaccio di agenzia dell’Ansa sui precedenti casi di rapimenti di bambini in Italia, abbiamo scoperto un caso interessante: nel 1983, in Toscana, fu rapita Elena, una bimba di 17 mesi, ovvero la stessa identica età di Tommaso.
E’ anche un precedente di buon auspicio, perché quella bimba venne poi liberata, senza riscatto, 40 giorni dopo in Sicilia. Anche per quello dedichiamo alla vicenda un articolo, contattando i genitori di Elena, che preferiscono parlare poco della vicenda ma che sperano di poter venire un giorno a Parma dai genitori di Tommy, “quando questa storia avrà avuto il suo lieto fine”.
E’ solo una curiosità giornalistica, e in qualche modo è un messaggio di ottimismo che speriamo di trasmettere anche ai familiari di Tommaso. Ma quando il giorno dopo leggo l’articolo con più calma noto una coincidenza pazzesca: quel rapimento fu organizzato dalla banda della famiglia Mazzeo (proprio il nome del detenuto con cui convive la prima moglie di Onofri, del quale si era già parlato nei primissimi giorni), e per di più ne era coinvolto il fratello dell’allora direttore del carcere di Ferrara (la provincia dei genitori degli Onofri ed il carcere dove è rinchiuso il pentito Gagliostro).
Una serie tale di coincidenze che sentiamo il dovere di farne cenno agli inquirenti. E così scopriamo che già quell’articolo e quelle coincidenze non erano passati inosservati: ma dopo alcuni riscontri anche questa si rivela solo l’ennesima falsa pista di una vicenda fin troppo ricca di ipotesi, e di strade da battere affinché nulla rimanga intentato.
 
IL GELO
 
 
Sono circa le 9 di venerdì 10 marzo. In redazione si lavora tenendo in sottofondo “Sky tg 24”, il canale dei notiziari no stop che sta seguendo con molta cura, e con continui collegamenti in diretta, il caso di Parma. Ad un tratto irrompe sullo schermo la scritta con una notizia dell’ultima ora: “Paolo Onofri indagato per pedopornografia”.
Non è una notizia del tutto inattesa, perché negli ultimi giorni si sentivano girare voci “strane”, soprattutto dopo la consegna dei pc di Onofri e dopo la scoperta della cantina di via Jacchia. Ma ugualmente arriva come una tegola tremenda, su una vicenda già così drammatica. E’ come un soffio gelido che sembra quasi spegnere le fiaccole della sera precedente, che avevano portato tanto calore intorno a Tommy e alla sua famiglia.
Ora quei “391 file di foto” di cui parlano gli inquirenti pesano come macigni su un uomo che già tanti guardavano con sospetto. E mentre lui parla di “immagini che hanno tutti quelli che navigano su internet”, ed i suoi colleghi si dicono “spiazzati” da questa notizia, la famiglia sembra fare fronte comune intorno a lui, con un comunicato di zii, nonni e cugini che parla di “notizie infanganti”, ricorda che i genitori “rimangono le vittime di questo insensato gesto” e rivolgono un nuovo appello a “liberare il nostro piccolo Tommaso”.
Ma ignorare la nuova notizia è impossibile. E per quanto gli stessi inquirenti si affannino ad affermare che questa indagine è separata da quella sul rapimento, l’ombra della pedofilia (che è cosa diversa, va ricordato, dalla pedopornografia via computer) sembra allungarsi anche sul rapimento di Tommaso, anche perché qualcuno ricorda quella frase del padre: “Perché hanno rapito Tommaso? Avete visto come è bello?”.
E passa decisamente in secondo piano un’altra notizia, che invece avvalorerebbe il racconto della famiglia Onofri: fra le tracce rilevate nell’abitazione dei Ris a Casalbaroncolo, ci sono effettivamente anche quelle di persone estranee.
 
UN MARE DI FANGO
 
Era inevitabile: la vicenda della pedopornografia genera incontrollabili schizzi di fango, che producono titoli, articoli, servizi e trasmissioni tv, ma alla fine – ed è purtroppo la cosa più importante – non scalfiscono di un millimetro il muro di mistero che continua ad avvolgere la sorte di Tommy. Sebbene l’avvocato Pezzoni inviti tutti a non mischiare le due vicende e a “non giocare sull’equivoco”, tutto ora viene letto in una chiave diversa e deviata.
Se sui diari della mamma c’è la frase “Ho tanta paura per Tommaso”, quasi nessuno pensa che quella frase possa essere riferita all’epilessia, come invece è possibilissimo. Se lo psichiatra Piccinini, pur sottolineando che il suo discorso non fa riferimenti al caso in questione, afferma che la pedopornografia produce un mercato lucrosissimo, tutti siamo portati a vedere in questo una possibile ipotesi di lavoro anche per il sequestro di Tommy. Se una telefonata dalla Baviera invita ad indagare sul padre, questa volta non la si scarta subito come il messaggio di un mitomane. Se perfino un criminologo di fama come Francesco Bruno sottolinea che si deve parlare di “scomparsa, non di rapimento” e che “il fatto che Onofri possa avere contatti con il mondo dei pedofili può far pensare alle peggiori ipotesi sulla sorte del bambino”….
Pensieri pesantissimi, come si vede. Pensieri, inevitabili, forse. E se è giusto che nessuna notizia venga taciuta, è soprattutto in quei momenti che in Gazzetta ci confrontiamo e ci interroghiamo, di fronte a quel parmigiano sbattuto sulle prime pagine di tutta Italia come un “mostro”. E’ soprattutto in quei momenti che ci ricordiamo a vicenda la necessità di rispettare comunque un uomo ed una famiglia che stanno vivendo un dramma terribile, del quale cause e colpe sono ancora tutte da accertare, così come scriviamo che anche la pedopornografia è per il momento solo una denuncia, che dovrà avere in seguito il suo approfondimento giudiziario.
E se anche le nostre pagine sono piene di dubbi e notizie inquietanti, sulla Gazzetta di quel giorno ha grande risalto anche la foto in cui Paola Onofri, la donna che abbiamo visto fin qui in fragile e quasi silenziosa attesa, è lì al fianco del marito, a difenderlo da “notizie false e tendenziose ed esagerate”. “Rivogliamo Tommaso a casa e subito: è il nostro unico desiderio”. Un gesto di coraggio, che merita quanto meno rispetto,  e che arriva all’indomani di un confronto di 5 ore , a Bologna, con l’unica donna che fa parte del pool di magistrati che seguono l’inchiesta: Lucia Musti della Dda.
 

L’INCAPPUCCIATO
 
Una felpa verde tirata sul volto, illuminata dai lampi dei flash che si riflettono sul finestrino dell’auto.
Così, alla mezzanotte di sabato 11 marzo, sulla scena del sequestro di Tommy compare uno dei suoi carnefici. Se per noi non ha ancora un nome, né un volto, per gli inquirenti è quanto meno un testimone importante, che è già stato ascoltato più volte fra Parma e Bologna. Di certo è uno degli artigiani che avevano lavorato nella ristrutturazione dell’abitazione di Casalbaroncolo: un gruppo da subito nel mirino, quanto meno alla ricerca di un possibile basista, per sequestratori che troppo bene sapevano come muoversi per giungere inosservati all’esterno della casa, e che poi a colpo sicuro avevano provocato il black-out agendo sulla presa di corrente sotto il portico. Pare che i loro racconti non coincidano del tutto con quelli di Paolo Onofri: e nella situazione maledettamente intricata che si è venuta creare con le ultime vicende, in quel momento nessuno capisce a sfavore di chi possano giocare quelle discrepanze fra le due versioni. Così come all’immagine del papà di Tommaso certo non giova lo spintone ad un cameraman delle tv nazionali, pur giustificato dall’ennesimo assedio davanti alla casa dei cognati di Martorano, al ritorno da un nuovo lungo interrogatorio.
Nè si capisce dove potrà portare un altro preziosissimo elemento che in quello stesso giorno si aggiunge: il nastro adesivo utilizzato per il sequestro è stato acquistato a Sorbolo.
 
SIGILLI A CASALBARONCOLO
 
La novità arriva in diretta, durante l’ennesimo collegamento della trasmissione “Chi l’ha visto?”: l’abitazione di Casalbaroncolo viene posta sotto sequestro e sigillata.
Perché adesso, a ormai quasi due settimane dal sequestro? E’ una decisione collegata ai più frequenti viaggi nell’abitazione dei coniugi Onofri negli ultimi giorni? Gli inquirenti hanno intenzione di perquisire anche le altre parti poste sotto sequestro (dal garage-magazzino alla legnaia)? E intanto, perché a Bologna è stato convocato il pediatra Prati? E ancora, che cosa presuppongono i nuovi controlli disposti dagli inquirenti sui conti correnti degli Onofri? Infine, quale banda può avere dato vita a un sequestro acquistando il nastro per legare i familiari a cinque minuti da Casalbaroncolo?
Lo vedete: da qualunque parte la si giri, le iniziative legate alle indagini portano sempre e solo in una direzione: quella dei genitori di Tommy. “La chiave – sono le parole di un investigatore – ce l’ha il padre: è lui che sa quello che deve sapere, ma finchè non parla non riusciamo a muoverci”. E se questa è l’opinione di chi conduce le indagini, non c’è da stupirsi se anche in talune cronache affiora sempre più il sospetto di una messinscena, o comunque di un sequestro “recitato”. Il dubbio è astrattamente giusto, ma parte da una premessa che si rivelerà sbagliata: cioè l’idea che nessuno possa organizzare il sequestro di un bambino in maniera così sgangherata.
 
SI “SMONTA” LA CASA
 
Sette ore. Sette ore di rilievi, perquisizioni, ricerche (si parla di misteriose intercapedini nella casa, di cui sarebbe stato chiesto ai manovali interrogati nei giorni precedenti). Per un giorno intero i protagonisti sono i Ris, che sembrano intenzionati a passare tutto al setaccio, millimetro per millimetro. I coniugi Onofri assistono a questa “radiografia” della loro casa stando soprattutto all’interno dell’auto, dove a un certo punto qualcuno riesce anche a filmare un accenno di discussione fra i due.
Sono anche le ore degli interrogatori e dei controlli nelle farmacie, seguendo la pista del Tegretol . E c’è chi attribuisce questa nuova perquisizione a Casalbaroncolo (che insieme al sequestro alcuni giudicano tardiva, anche fra gli stessi magistrati) proprio alla ricerca del farmaco o di ricette.
Paolo Onofri affida le sue parole alla radio nazionale: “Mia moglie ed io siamo sempre più affranti ed angosciati per la sorte del nostro bimbo. Chiediamo a chiunque sappia qualcosa di comunicarlo subito agli inquirenti”. E’ un appello, per i rapitori e per chiunque possa contribuire alle indagini, ma forse va letto anche come l’ennesimo tentativo di far capire a tutti che i genitori di Tommy sono le vittime, solo le vittime, di questo gesto crudele.
In quello stesso giorno scrivo sulla Gazzetta un articolo che riepiloga tutte le ipotesi di cui si è parlato in questi giorni. E’ incredibile: sono una ventina, tutte in qualche modo plausibili, e comunque degne di un approfondimento. Un investigatore mi conferma  che non riesce a ricordare un caso così intricato e pieno di coincidenze. Lucia Musti parla di “immane lavoro per arrivare al vero”, il pm Pietro Errede spiega intanto che a Casalbaroncolo si è trattato di “scelta investigativa precisa, non sequestro tardivo”.
 
“NON SONO UN MOSTRO”
 
Antonio Boschi è uno degli inviati dei Tg Rai. Le sue cronache sono fin qui state fra le più equilibrate, e forse è anche questo che convince Paolo Onofri ad affidare al suo microfono quello che è un vero e proprio sfogo: un’intervista singola, senza la solita selva di taccuini, telecamere e microfoni, dall’auto su cui al suo fianco siede anche la moglie.
“Mi hanno dipinto come un mostro. – dice Onofri nell’intervista che viene poi ripresa da tutti gli organi di stampa – Su di me è stata creata un’immagine che penso nessun essere umano possa sopportare”. Non si nasconde davanti a nessuna domanda: la cantina “misteriosa” (“Mia moglie  era perfettamente a conoscenza della sua esistenza”), le foto sul computer (“come ne hanno in tanti”), la ricostruzione del sequestro (“quello che è successo l’ho detto; perché è successo assolutamente non lo so”), perfino il litigio in auto durante il lavoro dei Ris (“solo un momento di sconforto, dovuto al crollo dei nervi”).
Un “test” fra colleghi e conoscenti, anche non giornalisti, mi fa ascoltare una risposta all’unisono: “Eppure sembra sincero...”, con quell’ “eppure” che tradisce i tanti giudizi prevenuti dei giorni scorsi su Onofri, ma ora anche la sensazione che quell’uomo non possa essere coinvolto in questa vicenda se non come vittima. E al Corriere della sera,  a proposito di presunte anomalie nell'acquisto del farmaco di Tommaso, Onofri aggiungerà che a un certo punto “dopo le notizie di questi giorni è normale che anche mia moglie abbia avuto dei dubbi e dei sospetti. Ma credo che almeno questo si sia chiarito”.
Nel frattempo, pur senza distogliere le attenzioni dalla famiglia, le indagini stanno davvero imboccando un'altra strada, concreta ed interessante. Ci sono elementi importanti che noi giornalisti ancora non conosciamo, ma ce n’è anche uno che arriva fino a noi: il negoziante di Sorbolo avrebbe riconosciuto nell’acquirente dello scotch (anche se poi pare abbia ritrattato) uno dei manovali.
E’ l’incappucciato, quello che anche noi stiamo cercando e di cui, forse, siamo riusciti ad avere nome e indirizzo prima dei colleghi degli altri giornali.
 
I BAFFI DELLO ZIO CESARE
 
Frattanto, nella mole del lavoro all’interno del giornale, il materiale sul sequestro di Tommy è enorme, fra i servizi realizzati dai colleghi, i dispacci delle agenzie, le mille trasmissioni televisive che ormai da giorni si affiancano ai tg…
Nel tardo pomeriggio mi arriva sulla scrivania un’Ansa che ha per protagonista Cesare Fontanesi. E’ lo zio di Tommaso, è il cognato che ospita gli Onofri dalla sera del sequestro, e che insieme alla moglie ed ai figli sopporta (e non deve essere davvero facile) l’assedio e a volte le indelicatezze di giornalisti e cameramen davanti alla casa di Martorano. Fin dall’inizio mi sembra, in questa storia, l’immagine della parmigianità più bella e più vera, fatta di solidarietà, di mitezza e di valori forti (non dev’essere stato semplice, per lui e la moglie, superare il momento dell’accusa al cognato di pedopornografia).
Il dispaccio che ho qui davanti ha due righe che mi commuovono, e alle quali dedico il titolo: “Quale immagine ho di Tommaso? Quando lo prendevo in spalla e gli pungevo le guance con i baffi: lui mi spingeva via con la manina e mi diceva ciao perché gli davo fastidio”.

 
LE RICERCHE NEL MAGRA
 
“Non sono un mostro”, ha dichiarato Paolo Onofri. Forse sta  davvero iniziando a convincere l’opinione pubblica e, soprattutto, gli inquirenti. I quali, però, devono prima togliere ogni dubbio, per poi restringere veramente il campo delle ipotesi.
 Ecco allora i Ris in via Jacchia: c’è anche la prova del Luminol, che consentirebbe di rilevare eventuali macchie di sangue (nel caso Carretta, la macchia risaliva addirittura a 10 anni prima). Ecco allora i controlli nei locali a luci rosse, dove si dice che Onofri avrebbe trascorso qualche serata, forse proprio con alcuni dei manovali sotto torchio.
Ma il momento più drammatico della giornata è quando una “sensitiva” milanese dichiara di “vedere” il cadavere di Tommaso gettato sott’acqua in un tratto del fiume Magra, nei pressi di Pontremoli. Le immagini dei sommozzatori che si immergono alla ricerca del corpicino di Tommy sono agghiaccianti, ed è ben comprensibile che la madre, a quella vista, si senta collassare.
Non mancheranno le polemiche, a proposito di questa ricerca non avallata da chi dirige le indagini.  Polemiche come quelle che, proprio sulla scia  indiretta della vicenda del Magra, stanno per dirigersi sulla casa di Martorano.
 
DON MAZZI
 
Quella stessa sera, infatti, a Martorano è arrivato don Antonio Mazzi, dopo un suo intervento in una trasmissione televisiva del pomeriggio (mentre i sub si immergevano nel Magra), su richiesta di Patrizia Pellinghelli, la zia di Tommaso. Un incontro di un’ora, quando già il gruppo degli inviati se ne è andato.
Davanti alla casa di Martorano è rimasta solo la Gazzetta, alla quale il ciarliero tele-prete di  “Domenica in” o dell’ “Isola dei famosi” affida però solo poche parole, soprattutto di solidarietà alla mamma di Tommy dopo la botta delle ricerche nel Magra. Sembra finita lì, ma il mattino successivo è Rosanna Santoro, collega di “Porta a porta”, a mettermi la pulce nell’orecchio: e se gli avessero chiesto di fare da intermediario? L’ipotesi ci sta tutta: don Mazzi è un sacerdote conosciuto, proprio per le sue tante apparizioni in tv, è cordiale, diretto, ed è abituato a trattare anche con persone ed ambienti che si muovono sul filo delle legalità (che si parli, ad esempio, di droga o prostituzione). Forse, in una vicenda che dopo sedici giorni non ha trovato uno sbocco, un prete, famoso anche a livello nazionale, potrebbe davvero essere la chiave giusta per arrivare ai sequestratori ovunque si trovino, e soprattutto per “negoziare” la liberazione di quel piccolo ostaggio che ora, sotto la pressione così forte dell’opinione pubblica oltre che degli investigatori, inizia forse a scottare anche per i malviventi.
Poco dopo l’ipotesi diventa realtà: don Mazzi è pronto a fare da intermediario. A quel punto tutti cercano nuovamente il sacerdote, presidente della Fondazione Exodus. Ed è proprio alla Gazzetta, nell’intervista di Carlo Brugnoli, che don Mazzi pronuncia la frase più significativa: “La mamma di Tommaso mi ha detto che non sa più se credere a suo marito”.
E’ un altro momento delicatissimo anche per noi. Proprio in quello stesso giorno, fra l’altro, siamo riusciti ad avere alcune dichiarazioni, tramite l’amica Grazia Grossi, di Paola Pellinghelli. E sono parole di disperazione e di grande impatto umano.
La nostra intervista a don Mazzi potrebbe provocare nuovi contrasti. Allo stesso tempo, ci diciamo in redazione, il sacerdote veronese conosce bene i meccanismi dei mezzi di comunicazione: se ha detto quella frase, tanto più dopo avere anche parlato per un’ora con Paolo Onofri sotto il vincolo del segreto della confessione, probabilmente lo ha fatto a ragion veduta e a fin di bene. Lo ha evidentemente fatto per scuotere qualcosa o qualcuno: forse un uomo che è vittima di un ricatto e non parla per la paura che le sue parole possano ritorcersi contro il figlio (fin dai primi giorni si è parlato di una telefonata con un siciliano al quale Onofri avrebbe detto: “Ho fatto dei nomi, ma non quelli”).
Alla fine il titolo di prima pagina è proprio su don Mazzi. Quella riferita dalla Gazzetta è la frase più forte, ma non l'unica: su altri giornali, ad esempio, il sacerdote riferisce di avere registrato “un forte disagio fra i due coniugi”, di avere visto in Paola “una donna molto turbata” e di avere avuto da Paolo l'impressione “di un personaggio non limpido, difficile”, al quale “ho cercato di spiegare che deve smontare il suo personaggio”. In quel sabato 18 (che per i quotidiani sarà giorno di sciopero) la reazione della famiglia Onofri è chiara e compatta: don Mazzi viene scaricato, ed è soprattutto Patrizia Pellinghelli ad avere per lui parole molto dure. Aspettiamo la replica di don Mazzi, sperando che nessuno strumentalizzi la Gazzetta che ha solo riportato ciò che ha raccolto: il sacerdote,  intervistato la sera stessa da Pietro Ferraguti di Teleducato, si limita a chiedere scusa a Paola  e agli Onofri, e precisa che certo non si era mosso perché in cerca di pubblicità. Sembra sinceramente amareggiato, e in quel momento mi chiedo se non sia stata troppo frettolosa la rinuncia ad un personaggio che davvero poteva muoversi nei panni del mediatore.
 
L’INTERVISTA ALL’INCAPPUCCIATO
 
La stessa sera di quel sabato 18 marzo in cui la stampa è in sciopero, c’è un’altra intervista televisiva che seguiamo con attenzione, questa volta su Tv Parma. Salvatore Pizzo ha raccolto le dichiarazioni di uno dei manovali, nella cui abitazione sono state eseguite perquisizioni e di cui le forze dell’ordine stanno seguendo tutte le mosse, pedinandolo 24 ore su 24. Anche se il volto non compare, sappiamo che si tratta di Pasquale Barbera, il capomastro dei lavori di Casalbaroncolo.
Un’intervista interessante, ma in quel momento l’uomo maggiormente nel mirino è l’altro: l’incappucciato della foto all’uscita dalla questura, che per l'opinione pubblica non ha ancora un nome. Quell’uomo è Mario Alessi, e venerdì la Gazzetta si è già recata nella sua casa di Coenzo: Marco Federici è il primo giornalista che gli ha parlato, per oltre mezzora. Ma Alessi ha chiesto di potersi consultare con il proprio avvocato, prima di rilasciare una vera e propria intervista.
Con il giorno di sciopero in mezzo, si rischia di vedere annullato quel nostro vantaggio, con la possibilità che Alessi venga intervistato anche da altri. E al collega sarebbe facile riempire, già venerdì sera con quella chiacchierata informale, una pagina intera: quello che in gergo si definirebbe un piccolo “scoop”, ovvero una notizia o appunto una intervista data in anticipo su tutti gli altri.
Ci soffermiamo su questo momento perché non è facile, per chi non conosce il nostro mestiere, capire l’adrenalina e la passione che in simili occasioni possono condizionare il lavoro, specie se a quel traguardo si è arrivati con lo sforzo caparbio ed oscuro di alcuni giorni. L’idea di dovere attendere 48 ore (contando appunto il giorno dello sciopero) è professionalmente terribile, anche perché sappiamo che tutti gli inviati di giornali e televisioni si stanno a loro volta avvicinando all’obiettivo. Ma sono anche momenti nei quali un giornalista e un giornale  dimostrano la loro serietà, anche se chi si trova dall’altra parte è un uomo sospettato di avere aiutato dei sequestratori.
Quella sera stessa Federici ritelefona ad Alessi: l’intervista è fissata per il giorno dopo. Ed esce quindi sulla Gazzetta di lunedì 20 marzo: è la prima volta che “l’incappucciato” parla con i giornalisti. Alessi (di cui ancora non scriviamo il nome: in quel momento, infatti, è solo un testimone) dice di avere un alibi e di averlo già illustrato agli inquirenti. E naturalmente parla del sequestro:
“Io in questa vicenda non c’entro niente”. “Ho visto Tommaso quando lavoravo a Casalbaroncolo: è un bambino bellissimo”. “Quando ho appreso del sequestro mi sono cadute le braccia. Come credo a qualunque persona umana”. “La mia colpa è solo quella di essermi guadagnato il pane. In più ho un bimbo di sei anni che sto cercando di tutelare e che non riesce più a dormire la notte”. “Mi auguro che il piccolo Tommaso torni a casa al più presto, perché ha bisogno di tanto affetto”.
Le ho trascritte a fatica: sono le frasi di un uomo che da 17 giorni sa che Tommaso è morto.

“CHI L’HA VISTO?: IL SEQUESTRO ALLA MOVIOLA”
 
E’ una serata importante, e di grande intensità, quella che viviamo davanti alla televisione in quel lunedì. La giornata non ha aggiunto molto al quadro delle indagini (sono stati disposti nuovi accertamenti bancari, che si estendono alla sorella di Paolo Onofri  e a Pasquale Barbera).
Ma a colpirmi è soprattutto la lunghissima intervista agli Onofri di Pino Rinaldi, inviato a Parma per “Chi l’ha visto?”. E’ il giornalista che raccolse la lucida, dettagliata e raggelante confessione televisiva di Ferdinando Carretta, che davanti alla telecamera raccontò la strage della sua famiglia. Quella che vedo adesso è un’intervista in qualche modo speculare: ancora la dettagliatissima ricostruzione di un crimine. Ma se allora ogni particolare raccontava la colpevolezza di Ferdinando, questa è, paradossalmente, una “confessione di innocenza” di chi, proprio con i dettagli di un racconto che dovrà poi essere confermato o smentito dai Ris, sembra voler definitivamente allontanare l’ombra dei sospetti su una ricostruzione che è sì farcita di dettagli poco convincenti, ma solo perché tale è stata l’azione dei due sequestratori. E lo stesso Onofri aggiunge, significativamente, di attendere “come una liberazione” il rapporto dei Ris.
Tutto quadra, nel racconto del padre di Tommy, che poco dopo sarà protagonista di un’altra lunga intervista a Matrix e che lancia anche un commosso appello: “Prendete me”. E proprio nel paragone con la sicurezza senza inciampi dell’intervista di sette anni prima a Ferdinando Carretta, sembra di vedere la forza di una verità che non si può inventare a tavolino: né allora per raccontare una strage inesistente (come ancora ritiene chi aveva creduto alla fuga dorata della famiglia), né adesso per dipingere una innocenza fittizia. Forse c’è ancora qualcosa di non  detto, per ricatto o per paura, ma sembra sempre più chiaro che Paolo Onofri, quella sera, è stato sorpreso da un vero rapimento, che non si aspettava. E che non ha ancora un perché.
Altrettanto convincente appare l’intervista che, il giorno successivo, Onofri rilascia alla Gazzetta, smentendo anche le voci sulle presunte frequentazioni di locali per scambisti e chiarendo la sua posizione economica. Eppure i dubbi non sono ancora svaniti del tutto, e per tutti. (L'Espresso in edicola con data 23 marzo parla ancora dell'ipotesi di un “finto sequestro”, e la frase dell'avvocato Pezzoni “un euro da ogni italiano e si paga qualunque riscatto” viene seguita dalla domanda: “che il sequestro sia nato per far soldi sulla solidarietà popolare?”. Il settimanale News titola il suo servizio, su una foto di Paolo Onofri, “Indagine su un uomo al di sotto di ogni sospetto”).
 
IL TRIANGOLO DELLE RICERCHE
 
Parma-Reggio-Mantova. Ad unire i capoluoghi sulla cartina geografica esce una sorta di triangolo isoscele: è quello nel quale si stanno concentrando le ricerche degli inquirenti, alcuni dei quali sussurrano – seppure solo ufficiosamente - la crescente speranza che Tommy sia vivo e nascosto non troppo lontano.
La ricostruzione delle modalità del sequestro, che ha ormai fugato quasi tutti i dubbi sul racconto degli Onofri, ha dimostrato che le incongruenze sono proprio da attribuire ai rapitori. Non, dunque, un gruppo organizzato, ma più probabilmente delinquenti di mezza tacca, da localizzare in una mappa della criminalità “comune” delle nostre parti. In quel triangolo ci sono dentro anche la zona di Sorbolo-Coenzo, che è quella dell’ “incappucciato”, e la zona di Brescello, da tempo tristemente nota per la presenza di gruppi criminali che hanno spesso dato vita ad episodi sanguinosi.
E se il raggio d’azione della banda è circoscritto, può essere utile che la Gazzetta pubblichi le foto, tratte da “Chi l’ha visto?”, del casco descritto dal piccolo Sebastiano e anche del cane Tody, scomparso pochi giorni prima del rapimento di Tommy.
 
TODY, FINALMENTE UNA BUONA NOTIZIA
 
Mercoledì 22. La stessa ora dell’altra volta. Ancora a cavallo delle 20, ancora le sirene di carabinieri e polizia sotto la nostra redazione, in direzione nord.
Sembra qualcosa di grosso: via a cronisti e fotografi, e intanto si cercano riscontri per telefono. E la notizia, anche se non è ancora quella sperata, stavolta è buona e concreta: è stato ritrovato Tody, il cane degli Onofri.
Era nella Bassa, nei pressi di Sissa, dove una ragazza l’ha riconosciuto proprio grazie alla foto della Gazzetta, ed ora è presso un veterinario di Sorbolo. E' stato trovato a più di 20 chilometri da Casalbaroncolo: significa che ce l’ha portato qualcuno… E se è stato liberato Tody, allora forse anche Tommy… Forse è un messaggio…
Le illazioni e le speranze di quei minuti, come vedete, si sprecano, mentre a Sorbolo inizia una sorta di giallo anche intorno a Tody, che gli Onofri vanno a ritirare dentro una cassettina ma che forse non è lì ed è in realtà affidato all’esame dei Ris. Per vedere effettivamente il cane occorrerà attendere un giorno, ma intanto la notizia porta un po’ di ottimismo.
Il procuratore capo di Bologna, Enrico Di Nicola, mantiene però i piedi per terra: “Per essere ottimista devo trovare il bambino”.

 
DUE SOSPETTATI E UN’IMPRONTA
 
“A  Sissa ce l’ha portato qualcuno”. Con queste parole, il veterinario Andrea Ragazzini alimenta le speranze che si sono diffuse dopo il ritrovamento di Tody.
Se hanno trattato bene il cane, si pensa, a maggior ragione sarà così per Tommaso, e se la sparizione del cane era forse stato un “avvertimento” agli Onofri, questo può davvero essere un segnale positivo…
Ma se queste sono semplici illazioni (purtroppo campate in aria, come poi si scoprirà), c’è la conferma che gli inquirenti hanno invece imboccato una pista molto concreta: c’è un’impronta digitale, che i Ris hanno rilevato nella cascina. Ed è un’impronta che il reparto scientifico dei carabinieri ha potuto ricollegare ad una persona: deve quindi trattarsi di una persona fotosegnalata (e quindi con dei precedenti penali), oppure di uno dei familiari degli Onofri, ma in un punto che non coinciderebbe con la ricostruzione.
Fino a qualche giorno prima, forse, il pensiero sarebbe corso più rapidamente alla seconda ipotesi, ma le interviste di Paolo Onofri (che intanto a Panorama si dice anche “pentito per i file proibiti. Ma non ho mai toccato una donna con meno di 18 anni. Quello delle lolite era un mondo chiuso nella mia fantasia”) e la sicurezza con la quale ha pubblicamente ricostruito tutti i dettagli del sequestro lo rendono oggi decisamente più credibile. Sembra dunque più probabile la pista esterna: e alla notizia sull’impronta si aggiunge infatti quella dei controlli mirati nella zona di Brescello, dove si cercherebbero soprattutto due persone.
Come si sperava, quindi, ancora una volta le tecniche del Ris avrebbero consentito una svolta concreta. Il comandante Luciano Garofano, intervistato da Georgia Azzali, non si sbilancia troppo: “Stiamo procedendo con attenzione e cautela, ma anche con un certo ottimismo. Trattandosi di un sequestro, la dinamica è molto complessa”. Già, perché comunque un’impronta non spiega il perché, e soprattutto non dice ancora dove è Tommy. Ma è un passo avanti fondamentale.

 L’ERRORE DEL RAPITORE
 
“Delitti imperfetti” è il titolo del libro nel quale il comandante del Ris ha raccontato per quali strade il Reparto scientifico dei carabinieri è arrivato alla soluzione di alcuni casi importanti, nella storia recente del crimine.
E decisamente “imperfetto” sembra dunque essere stato anche il sequestro di Casalbaroncolo.  Per giorni si era parlato delle “anomalie” del rapimento, ma ora siamo di fronte ad un vero e proprio errore: una vera e propria firma, che uno dei malviventi avrebbe lasciato sulla scena del delitto, toccando un oggetto senza avere indosso i guanti. Gli inquirenti difendono in modo impenetrabile questa notizia, al punto da far filtrare anche l'ipotesi opposta: che la persona non sia un pregiudicato e quindi non abbia ancora un nome. Si sa solo che l’impronta non appartiene ad una delle persone finora coinvolte nell’inchiesta, così come è accertato che nei giorni precedenti i magistrati bolognesi abbiano interrogato un altro manovale, di nazionalità tunisina. Le persone sotto “osservazione”, in questo momento, sarebbero una sessantina.
Ma ora è sicuro che chi conduce le indagini ha un asso nella manica, mentre il centro dei controlli e delle perquisizioni (in particolare nel casolare di un pastore) sembra ormai diventato Brescello, al punto che gli abitanti del paese di don Camillo e Peppone si sentono paragonati a quelli di Corleone, una delle roccaforti della mafia siciliana.
 
“MI MANCA IL MIO ANGELO”
 
Sabato 25 marzo è un altro giorno importante per le indagini e per le notizie che la Gazzetta riesce a conoscere. Ma prima di arrivare lì, la cosa che più colpisce il cuore è la lunga intervista che mamma Paola rilascia a Marco Federici e Stefano Pileri.
La donna è animata dalla speranza, ha fiducia (come tutti in quel momento) che Tommy possa essere presto trovato e possa tornare da lei, e tutti insieme nell'abitazione di Casalbaroncolo, che nel frattempo è stata dissequestrata. Le sue parole commuovono tutti:
“Tommaso è un bimbo dolcissimo, simpatico: un angelo”. “Che cosa mi manca di lui? Tutto, semplicemente tutto”. “Non è stato facile affrontare l’argomento pedopornografia, ma ne abbiamo parlato. Ho fiducia in mio marito e lo sento vicino. Sotto quel suo aspetto da duro sa essere molto dolce e a volte persino debole”. “I rapitori di Tommaso sono persone senza dignità”. “Sono stata privata fino in fondo della mia privacy, ma era un atto dovuto”.
E poi l’ultima eloquente risposta all’ultima domanda: oltre a riavere Tommaso qual è il suo desiderio più grande?
“Avere Tommaso”.
 
LA BARISTA DI CASALTONE
 
Quel sabato, dicevamo, è anche un giorno in cui la Gazzetta riferisce altri due particolari importanti. Intanto l’impronta del rapitore è stata lasciata su un oggetto che era appoggiato alla tovaglia.
In Gazzetta c’è una foto, l’unica che mostra parzialmente anche il tavolo, ancora apparecchiato mentre gli investigatori svolgono le prime indagini. In redazione proviamo a ingrandirla: si notano, oltre ai piatti, il biberon, le candele accese per il black-out, un accendino, forse il coltello utilizzato per liberare gli Onofri… Ma al momento di quella foto, l’oggetto è già stato prelevato dal Ris: è, come scopriremo nei giorni successivi, il nastro adesivo.
Ma c’è un’altra notizia destinata ad assumere grande importanza. Ricordate “l’incappucciato” ? Dopo l’esclusiva alla Gazzetta, Mario Alessi, ormai a viso aperto, moltiplica le interviste, in qualche caso cercando anche di farsele pagare. Ma su di lui pare che qualcosa non torni: alla Gazzetta aveva infatti detto di avere un alibi e di averlo raccontato gli inquirenti.
Ebbene, quell’alibi (“Ero al bar di Casaltone”) viene smontato dalla titolare, che alla Gazzetta, come naturalmente ha già fatto agli inquirenti, dichiara: “La sera in cui hanno rapito Tommaso me la ricordo benissimo: e proprio perché per circa un’ora – tra le 7 e venti e le 8 e un quarto – non è entrato nessuno. Tanto che mi sono messa a giocare con le macchinette, ma appena ho infilato il gettone è entrata una pattuglia dei carabinieri. Cercavano strada Casalbaroncolo, il numero 27”. Casa Onofri.
 
INDAGATO
 
La mancanza dell’alibi non deve essere l’unico elemento in mano agli inquirenti. Il giorno dopo, infatti, si apprende che Mario Alessi è indagato per concorso in sequestro di persona. Non è lui, però, “l’uomo dell’impronta”, nonostante nel frattempo si sia scoperto a suo carico un processo per stupro legato all’epoca in cui viveva in Sicilia.
Alessi, raggiunto telefonicamente dalla Gazzetta, minimizza tutto, e si dice tranquillo su tutte e due le vicende (“In quel processo ci sono finito per avere prestato il telefonino ad un amico”, mentre per il sequestro “Sono a pezzi, ma i loro sono solo sospetti”). Ma proprio sotto a quell’articolo, nella stessa pagina, una inchiesta di Carlo Brugnoli spiega come le più moderne tecniche di localizzazione telefonica consentano oggi un margine di errore di soli pochi metri.
A Parma quella tecnica è già stata utilizzata per incastrare gli assassini di Nunzio Gandolfi (ucciso nel 1997 a Baganzola), ed ora potrebbe contribuire a far vacillare le  certezze dell’ “incappucciato”.
 
“NE HAI ABBASTANZA?”
 
Nella notte fra sabato 25 e domenica 26 marzo  è intanto comparsa una scritta, sulla strada a poche decine di metri dalla casa degli Onofri a Casalbaroncolo.
“Ne hai abbastanza?” è la frase tracciata con lo spray. Nei titoli dei tg si parla di una scritta “minacciosa”: ma in fondo potrebbe anche essere un nuovo segnale positivo, dopo quello della liberazione del cane. Se davvero è stata lasciata dai rapitori di Tommy, è una frase che lascia aperta qualche speranza ( altrimenti avrebbero potuto scrivere qualcosa come “E’ solo l’inizio”, o parole analoghe).
Per ora è solo l’ennesimo mistero: ci si chiede chi sia tanto incosciente da sfidare così il rischio di essere avvistato da una pattuglia di ronda. Quanto a Paolo Onofri, risponde “Ne avevo abbastanza già 20 giorni fa”. E aggiunge: “Chi ha portato via mio figlio è stato plagiato da chi ha ideato il piano”.
C’è un altro particolare, su cui la Gazzetta non ritiene giusto infierire, ma che certo lascia perplessi: la Polizia scientifica esamina la scritta e poi la fa cancellare con uno strato di vernice, così che quando arrivano anche i Ris per i loro rilievi devono scrostare quella stessa vernice. L’abbiamo già acennato all’inizio (e il Corriere della sera lo scriverà all’indomani del ritrovamento di Tommy): errori e sovrapposizioni su cui riflettere, per gli organi investigativi, ci sono sicuramente stati, e almeno alcuni potevano essere evitati. Ma questo è accaduto nel quadro di una inchiesta davvero complicatissima, e condotta con un impegno moltiplicato da parte di tutti. E, accanto agli errori da non ripetere, anche questo non andrà dimenticato.
 
IL SECONDO INDAGATO
 
Un muratore siciliano pregiudicato: dunque ha davvero un nome, l’uomo dell’impronta. Ed evidentemente è lui uno dei due sequestratori, di cui “Chi l’ha visto?” ha trasmesso un identikit che ripropone il loro abbigliamento, casco e passamontagna compresi, e le loro diverse stature.
Gli inquirenti sanno chi è uno dei due: il fatto che si tratti di un pregiudicato ha evidentemente consentito di dare un nome all’impronta rinvenuta all’interno di casa Onofri (sullo scotch e forse anche sull’accendino). Quanto ad Alessi, le accuse verso di lui sembrerebbero per ora più indirizzate su un ruolo da basista, grazie alla sua conoscenza della casa dove ha lavorato per mesi.
Ma il muratore siciliano, in quei giorni, è protagonista di un quasi quotidiano e repellente show. Lui che sa, lui che ha partecipato a quella sera e ne conosce il tragico epilogo, si presenta davanti a giornalisti con frasi come queste:  “Ho un figlio anch’io e non farei mai una cosa del genere”. “Per me i bambini sono come angeli scesi dal cielo”. “Io un bambino non sono neanche capace di guardarlo male, figuriamoci di rapirlo”.
Riesce a dire parole come queste. Riesce a dirle nel momento in cui quotidiani e televisioni ripropongono mille volte al giorno il viso innocente di Tommy: quell’ “angelo sceso dal cielo” di cui Alessi e i suoi complici hanno provocato la morte.
Solo per un momento, quasi senza rendersi conto, gli sfugge la verità. Rispondendo all'ennesima domanda sulla sua estraneità alla vicenda, dice di proclamare  “non la totale estraneità alla faccenda, ma all'innocenza...”. Sembra solo il curioso errore di un uomo ignorante che incespica spesso nella lingua italiana, e invece è l'involontario, quasi freudiano annuncio della tragica realtà che verrà accertata fra pochi giorni.
 
C’ E’ UNA VIA D’USCITA?
 
Sono lunghe giornate di lavoro: faticose ma anche piene di voglia di fare. E spesso si prolungano con un breve pasto di mezzanotte nel quale, con i colleghi, comunque non si riesce a parlare d’altro che non sia Tommy, e di quanto ancora manca per arrivare alla sua liberazione. Si parla delle ipotesi, delle notizie che ancora non abbiamo, ma una sera proviamo anche a chiederci se anche noi possiamo fare qualcosa di utile.
La brusca interruzione del contatto con don Mazzi sembra anche aver fatto tramontare l’ipotesi di un mediatore. E ci chiediamo se questa grande pressione, investigativa e mediatica, non stia spingendo i sequestratori (alcuni dei quali, come abbiamo visto, sono ormai stati individuati: e non sembrano dei “professionisti” del settore) in una via senza uscita. Soprattutto ci chiediamo chi o che cosa potrebbe indurli, nel loro stesso interesse, a liberare il bambino.
Nasce così un articolo nel quale, codice alla mano, Stefano Del Signore (ricercatore di Scienze penalistiche all’università di Parma) spiega che ci sarebbero “Pene molto ridotte se Tommy venisse liberato”. Noi per primi ci chiediamo quanto possa valere quel titolo di giornale, ma intanto, fosse anche un tentativo ingenuo, ci sembra giusto provare.
E contemporaneamente nasce un’altra idea: quella di una pagina di Gazzetta con un appello per la liberazione di Tommy da parte di personaggi famosi a livello nazionale. Vengono in mente i sequestratori di Giuliana Sgrena, che in Iraq rimasero colpiti dall’appello per la sua liberazione sulla maglia di Francesco Totti, un calciatore famoso anche tra loro. Chissà, ci diciamo, che fra personaggi dello sport, dello spettacolo e della cultura, non risponda al nostro appello qualcuno che i sequestratori vedono come un idolo, e che possa essere un’ulteriore spinta a trovare una via d’uscita. Soprattutto adesso che il cerchio sembra davvero stringersi.
 
UNA BANDA DI SEI PERSONE
 
Sarebbe di sei persone, il gruppo che ha condotto il sequestro. Ed è ormai certo che l’ “uomo dell’impronta” (che sarebbe sparito dalla circolazione proprio dal 2 marzo) ha lasciato l’impronta strappando un pezzo di scotch.
L’errore di un dilettante. Ma questo certo non tranquillizza sull’esito del sequestro, e anzi spinge gli inquirenti ad un pressing sempre più fitto nei confronti di tutti i sospettati. Ne è un effetto la richiesta di essere ascoltato da parte di Pasquale Barbera, il capomastro la cui abitazione è già stata più volte perquisita.
Polizia e carabinieri proseguono i loro pedinamenti, la Guardia di Finanza procede negli accertamenti patrimoniali, investigatori e magistrati lavorano anche di notte: per salvare Tommy si sta davvero facendo tutto il possibile. E non si trascura nessuna pista alternativa, compresa quella di una vecchia faida di mafia che si sarebbe “trasferita” dalla Sicilia a Brescello, dove si parla anche di una coppia (un calabrese ed una siciliana) scomparsa ed ora ricercata: sono loro i custodi di Tommaso?
Intanto, l’autoritratto che Mario Alessi sta provando a dipingere attraverso le numerose interviste vacilla ulteriormente: la vicenda dello stupro in Sicilia non è così fumosa, visto che il manovale è già stato condannato anche in appello, ed attende ora il verdetto della Cassazione. Per quello stupro, l’alibi di Alessi è della sua convivente, Antonella Conserva.
 
UNA TELEFONATA NELLA NOTTE
 
Sono da poco passate le tre. Anche in quella notte di mercoledì 29 marzo il telefonino è acceso sul comodino, nella speranza che qualcuno chiami per annunciare la liberazione di Tommy.
Poco dopo le tre il telefonino squilla davvero. Rispondo con il cuore in gola, sperando che il motivo della telefonata in piena notte sia davvero quello. E invece è un’altra notizia che gela il sangue: hanno ucciso una ragazza di 17 anni, e poi anche un taxista. In questo caso è una storia avvenuta a Felino, che verrà quindi seguita dai colleghi della provincia.
Ad un tratto sembra di non riconoscere più il luogo in cui viviamo. E’ questa l’isola di cui ci siamo illusi di far parte? Che cosa sta accadendo nei nostri cervelli, nelle regole, nei valori della convivenza che hanno sempre segnato la nostra storia?
E se qualcuno, nella vicenda di Tommy, stava forse cedendo alla tentazione di relegarla nel mondo “estraneo” di una immigrazione contigua a un certo tipo di criminalità, questa è una tragedia tutta parmigiana, così come parmigiana (oltre che nazionale e globale) è stata la “truffa del secolo”: il crac della Parmalat che proprio in queste ore torna alla ribalta con il processo di Milano.
Parma “capitale”, come spesso amiamo gloriarci nei più svariati campi dall’economia agroalimentare alla musica, oggi la è davvero, in tutti i telegiornali: ma è una capitale dell’orrore e del crimine. Che forse dovrebbe interrogarsi un po’ più a fondo.
 
LA BARISTA “SVAMPITA”
 
Mentre Parma inorridisce di fronte a questo nuovo e tragico crimine, nella ennesima  recita  di Mario Alessi (“Liberate Tommaso. Chi è stato deve assumersi le sue responsabilità. Liberatelo al più presto: i bambini sono angeli scesi dal cielo. Io non c’entro niente: sono distrutto”) è in scena anche la “spalla”. Antonella Conserva, sempre al fianco dell’uomo, ne proclama l’innocenza, e indirizza alla barista di Casaltone parole sibilline: “Quella donna si confonde, è un po’ svampita, dovrebbe pensarci bene prima di mettere nei guai le persone”.
E qui c’è da introdurre un altro discorso. Il rispetto delle regole di convivenza civile passa anche attraverso il coraggio delle persone: e la “svampita” Elena di Casaltone è un bell’esempio di senso civico, che forse anche da parte delle istituzioni meriterebbe di essere sottolineato. Certo, testimoniare il vero è “solo” un dovere, ma non dev’essere facile compierlo di fronte a certe frasi allusive e quasi minacciose. Lo conferma alla Gazzetta Luca Zanichelli, il titolare del colorificio di Sorbolo dove è stato venduto lo scotch, che avrebbe prima riconosciuto Alessi e poi ritrattato, e che afferma “Ho chiesto: adesso mi date una pistola o mettete uno fuori quando esco col  mio bambino di sei anni. Qui la gente ha paura”.
Anche questo, per le forze dell’ordine, sarà un importante terreno di lavoro, anche al di là della storia di Tommy. E così pure per le istituzioni, e per noi cittadini.
 
“DOMENICA E’ IL GIORNO DI TOMMASO”
 
“Domenica è un anno che è stato battezzato Tommaso. Io ho detto che la liberazione sarebbe avvenuta di domenica: speriamo che questa data porti fortuna”.
La speranza di Paola Pellinghelli è la speranza di tutti: in quelle tenere parole sembra rispecchiarsi anche la fiducia per il nuovo impulso che  mostrano le indagini. Le piste, è vero, sembrano ancora troppe: dagli accertamenti in Sicilia alle voci sul riciclaggio o su una somma di denaro sparita dopo il delitto di Roberto Mazzeo. Ma questo sembra riguardare soprattutto il problema del movente: sui componenti della banda, o almeno su alcuni di loro, gli inquirenti sembrano ormai avere le idee chiare. Anche “l’uomo dell’impronta”, forse, non è così lontano come si pensava. E quando ci si chiede come mai non sia stato ancora effettuato alcun arresto, la risposta più logica è che qui l’obiettivo primario non è quello di arrestare i colpevoli, ma di salvare la vita di un bimbo.
 
LE PAROLE DI DON CIOTTI
 
Proprio per il giornale di domenica, intanto, sarà pronta la pagina-appello che stavamo preparando da alcuni giorni. Hanno risposto al nostro invito molti personaggi della cultura, dello spettacolo e dello sport : da Maurizio Costanzo a Giorgio Forattini, allo scrittore di gialli Giorgio Faletti, allo sciatore Rocca , al pattinatore Fabris protagonista delle Olimpiadi, a calciatori con in testa Gilardino, all'attore Franco Nero, a Linus, al cantante Povia che ha appena vinto Sanremo: ci sarà in mezzo quello capace di smuovere le coscienze dei rapitori?
Un posto a parte, nella pagina, lo abbiamo riservato alle parole di don Luigi Ciotti: una lettera bellissima e piena di speranze.
Caro Tommaso,
         mi rivolgo direttamente a Te perchè sono convinto che solo Tu in questo momento puoi aiutarci. Usa il tuo sorriso, parla con gli occhi, usa le manine, ma “spiega” a chi ti tiene lontano da casa tua che per crescere un bambino deve restare libero. E soprattutto deve restare vicino a mamma e papà.
Tommaso fai parlare il Tuo cuore; sciogli il “cuore” di chi ti ha dato una stanza per toglierti la casa e spiega loro che non vogliamo aiutare solo Te, ma anche chi in questo momento sta male e fa del male.
Tu Tommaso lo sai: solo il bene vince il male; solo la verità può trovare la giustizia; solo il perdono ci permette di calmare il nostro cuore. Sono queste le medicine che curano le “malattie” dei grandi.
Spero di abbracciarti presto.
                                      Don Luigi Ciotti.
Accanto a quella pagina ormai pronta, c’è sulla scrivania un foglio sopra il quale è abbozzato l’elenco delle pagine di una possibile Gazzetta in edizione straordinaria, se Tommy venisse liberato. Immagino quanto sarebbe bello lavorarci, nel sottofondo di campane a festa.
 
 
LA FINE DI TUTTO
 
1° aprile. E’ appena iniziato, il sabato maledetto. Ma per adesso il primo aprile è ancora un giorno carico di speranza, e anche in Gazzetta parte con l’adrenalina a mille.
Con Laura Frugoni e Filiberto Molossi siamo usciti a mezzanotte, una volta chiuso il lavoro al giornale, per fare il punto: per due giorni ho seguito le altre pagine di cronaca, ma la mattina successiva sono nuovamente di turno sul sequestro e voglio farmi aggiornare sulla situazione. E Laura è appena riuscita a scoprire una notizia importantissima: ha il nome dell’uomo dell’impronta.
E’ quasi certamente la sola a conoscere quel nome, e allora ci si chiede come impostare il lavoro del giorno dopo che ci vede un passo avanti rispetto agli altri giornali. Ne parliamo per un’oretta, ma quando stiamo per salutarci non resistiamo alla tentazione di tornare al giornale (è l’1,30, la redazione è vuota da tempo) per vedere se di quel nome, Salvatore Raimondi, pregiudicato, c’è qualche traccia nei nostri archivi o su internet. La ricerca va a vuoto e si torna a casa, ignari che negli stessi minuti i Gis, le “teste di cuoio” dei carabinieri, stanno preparando, proprio con Raimondi come obiettivo, la loro azione a sorpresa. Il nostro appuntamento in redazione è invece di lì a poche ore: verso le 10.
L’emozione è forte. Accanto all’aspetto professionale, c’è davvero la speranza, o la convinzione, che a ogni progresso nostro corrispondano quelli, più rapidi e concreti, degli inquirenti. E domani sarà la domenica evocata dalla mamma, ad un mese esatto dal sequestro: che sia davvero vicina la liberazione di Tommy?
Quel sonno non dura molto. Non sono nemmeno le 8, infatti, quando una telefonata avvisa di un blitz notturno, pare dei soli carabinieri, nella Bassa colornese. Si pensava di trovare il bambino, ma sembra non sia stato così.
Partono le telefonate agli altri colleghi e le prime verifiche. In un primo momento arrivano anche smentite, da chi ha telefonato in questura: infatti il blitz dei carabinieri c’è stato davvero, ma pare all’insaputa della polizia. Un altro momento di  coordinamento parziale, forse nella concitazione di giungere a quello che sembrava davvero l'obiettivo giusto.
Ma quel che conta è la sostanza. Nel giro di un paio d’ore si ha la conferma che il blitz è partito nella speranza di arrivare a Tommy, dopo l'intercettazione di una telefonata nella quale ad un certo punto si diceva “il bambino sta bene”. Alcune persone sarebbero state fermate, tra loro c’è forse anche l’uomo dell’impronta; altre pare le stia bloccando la polizia, e anche Mario Alessi sarebbe stato portato in questura insieme alla moglie.
C’è una doppia sensazione: da una parte la delusione e soprattutto la preoccupazione per l’incursione andata a vuoto (nel senso che non ha condotto alla prigione di Tommaso), dall’altra è evidente che ora si gioca a carte scoperte. Tutti o quasi i sospettati sono a disposizione degli inquirenti: a questo punto occorre che qualcuno parli e riveli il luogo nel quale è prigioniero Tommaso, altrimenti si rischia di dovere rimettere in libertà i fermati (o al limite ad arrestarli) senza avere raggiunto l’obiettivo più importante. E ci si chiede: quali conseguenze questa “retata” potrà avere su chi effettivamente ha nelle mani Tommy?
Naturalmente il blitz ha anche rivoluzionato i nostri programmi di lavoro. I cronisti della Gazzetta, così come tutti gli inviati nazionali, si dividono fra il Comando carabinieri e la questura, dove sono in corso gli interrogatori. Il nostro giornale cerca però di sfruttare la possibilità di mettere in campo più persone: così Laura può continuare a seguire le piste di Salvatore Raimondi, e se l’uomo è nella caserma di via delle Fonderie può essere importantissimo seguire la traccia che ha portato gli inquirenti a lui e alla “prigione”. In effetti quella pista è interessantissima: di passaggio in passaggio la nostra collega arriva a Sacca di Colorno e individua la villetta che ancora porta evidenti i segni dell’incursione, con lo sfondamento delle porte blindate.
Ma intanto le ore stanno passando, veloci quanto sterili. Non ci sono nuove iniziative, nuovi blitz. Da via delle Fonderie, da borgo Riccio, dalla Procura i telefonini dei colleghi Azzali, Pelagatti e Molossi non segnalano novità concrete: ancora non arriva la verità sperata. Solo una fiammata a metà pomeriggio: quella di Sacca potrebbe essere stata davvero una precedente prigione di Tommaso. E’ l’ultima illusione, prima che su quel sabato cali la cappa del buio e dell’orrore più profondi.
Di lì a un'ora è ufficiale la notizia di tre arresti: Raimondi, Alessi e la Conserva. E l’impressione è quella di un atto “dovuto”, perché comunque un simile spiegamento di forze non si può chiudere a mani vuote, e perché a quel punto la prospettiva del carcere (tanto più dopo le tante e non  velate minacce dei detenuti ai responsabili del sequestro di Tommy) potrebbe forse essere un deterrente contro il silenzio ostinato di chi comunque deve sapere che cosa è successo quella sera.
Ci si avvicina alle 20: le pagine del giornale sono ovviamente ancora in alto mare. Occorre iniziare a pensare di richiamare alcuni dei colleghi che sono fuori dal mattino, perché possano intanto scrivere questa cronaca ancora sospesa, inviando altri colleghi a sostituirli in attesa di ulteriori novità. Ma non c’è nemmeno il tempo di iniziare le chiamate: squilla il telefonino del direttore, e ci arriva addosso la notizia tremenda. Tommy è stato ucciso, Raimondi ed Alessi hanno confessato.
Il mestiere di giornalista impone, in momenti del genere, una grande lucidità. In venticinque anni di giornalismo televisivo, che obbliga spesso a cimentarsi con i meccanismi senza rete  delle trasmissioni in  “diretta”, credo di avere gradualmente acquisito questa abitudine. Ma in questo momento, forse per la prima volta, non ce la faccio.
Vivo quasi in trance i primi minuti della riunione nell’ufficio del direttore, tanto che mi perdo la prima parte delle sue istruzioni, che devo poi farmi rispiegare dal capocronista Claudio Rinaldi. E quando al termine ridiscendo le scale con Annamaria Ferrari, la compagna di scrivania con cui ho seguito la vicenda fin dalla prima sera, la guardo senza riuscire a dire una parola. Per la prima volta maledico il mestiere che ho sempre adorato e me ne sento estraneo. Immagino la casa di Martorano, dove negli stessi momenti (e sarà la televisione a portarla!) sta arrivando quella notizia, naturalmente là ben più tremenda. Rivedo sulla scrivania il titolo del giorno prima sulle speranze di mamma Paola, vedo la pagina già stampata, ed ora da buttare, con gli appelli di don Ciotti e degli altri: tante (inutili?) parole di amore, di speranza nell’uomo e nella sua capacità di ravvedersi, prima ancora che auspici per la sorte di Tommy.
Ho voglia di andarmene in qualche altro luogo. Ma non si può: dobbiamo andare a scrivere la più brutta e più triste Gazzetta che mai potessimo immaginare.

 


Appendice

 
La storia di Tommy, così come ho provato a condividerla con i lettori, finisce alle 20 di quel sabato maledetto.
Certo, tutti ne abbiamo vissuto anche il seguito: il tristissimo ma dolcissimo abbraccio di tutta Parma, al “suo” bimbo, nel Duomo delle parole nobili di monsignor Bonicelli; le iniziative che, per volontà della famiglia e per la spontaneità della gente, sono fiorite a Casalbaroncolo e in via del Traglione, insieme alla solidarietà che ha portato il nome di Tommy su una colorata e preziosa ambulanza per i bambini e su tante offerte per il nuovo ospedale pediatrico.
E poi gli sviluppi delle indagini, con la nuova incredulità ed il ribrezzo nel vedere, dopo la bestialità dell’assassinio, anche la meschina crudeltà delle menzogne e del rimpallo delle responsabilità, in attesa che il processo possa stabilire verità e giustizia.
Quella che segue è solo la cronologia delle tappe che, dopo quel terribile sabato, ci stanno portando verso il giudizio di un tribunale che dovrebbe anche provare a rispondere alla domanda forse più difficile: “perchè?”. Una elencazione fredda ed essenziale di date e fatti, redatta a fatica perchè nulla di questa vicenda può più riscaldarci, dopo il mese delle speranze e delle illusioni e il gelo della tragica realtà.
Tommy dorme al di sopra di queste umane miserie nel campo santo di Tizzano, in un angolo di Appennino dove il verde e l'azzurro della nostra montagna gli fanno da limpido contorno, a pochi passi dalla casa dei giochi dei nonni, restituendo almeno a lui l'innocenza che a tutti noi è stata rubata.


       Epilogo

“Parma non dimentica”.
E' il titolo che abbiamo voluto dare a questa pubblicazione, per dire  che la città attende una vera giustizia, dal procedimento che fra pochi giorni con l'udienza preliminare ( e poi in autunno con il processo in Assise) dovrà dare i primi verdetti, ai quali seguiranno poi gli eventuali appelli e l'applicazione delle pene, con tutte le modalità (sconti compresi) che a torto o a ragione il nostro ordinamento giudiziario prevede. Una giustizia che sia adeguata alla crudeltà di quella sera.
Ma quel titolo vuol esprimere anche la convinzione, o almeno la speranza, che Parma sappia conservare per sempre la memoria di questo bimbo innocente e del suo sacrificio, ricavandone la più triste e duratura lezione per far crescere dentro di sé i valori che quella sera sono stati così ferocemente calpestati.
E nulla potrà guidarci meglio di alcune delle parole pronunciate, nel giorno dell'addio a Tommy, dal vescovo Bonicelli: le nobilissime parole di un vescovo da pochi giorni alle prese con il tumore che avrebbe rivelato ai fedeli poche settimane dopo; la più significativa e coinvolgente preghiera alla città di un pastore che quest'anno, per raggiunti limiti di età, lascerà Parma.


...“Noi facciamo il funerale del piccolo Tommy, ucciso, ma lui è il vincitore e gli uccisori sono gli sconfitti, perchè hanno ucciso in sé la propria umanità. Molti non riescono a provare pietà per gli assassini, non riescono a perdonare, alcuni chiedono vendetta. Gesù ha pregato per quelli che lo mettevano in croce. Solo il bene  sconfigge il male, solo l'amore vince la cattiveria”...

... “Quel che è accaduto a Parma poteva accadere da tante altre parti, ma è accaduto qui: e questo che cosa ci dice? Che il degrado etico nel nostro mondo è molto grave; che la vita è banalizzata, usata, strumentalizzata, profanata; che è tempo che Parma ritorni a essere luogo da dove vengono solo notizie belle e di vita; che la cultura edonista e individualista produce morte; che non è vero che la via della felicità sia soddisfare i propri desideri; che non è vero che tutti i desideri siano buoni e nobili; che, al contrario, è vero che la libertà, questo grande valore, può essere usato bene o male, che la molla del vivere non deve essere il successo a ogni costo, ma deve essere il fare della propria vita un dono, il vivere la solidarietà, la dignità incondizionata di ogni persona, la radicale uguaglianza di tutti e il rispetto di tutti”...

... “Parma, nobile e cara terra, scompaia da te la violenza, fiorisca in te solo l'amore”...

... “Tommy preghi (...) perchè nel mondo nasca e cresca il bene in tutti, anche in quelli che l'hanno ucciso”.
                        Silvio Cesare Bonicelli, vescovo di Parma

2 marzo 2007

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  • Lavapiatti

    24 Maggio @ 11.02

    Quando rileggo questo libro, penso sempre a quel periodo quando Parma era una città blindata da Polizia e Carabinieri che giravano per la città a fare controlli...non scorderò mai all'altezza di barriera Garibaldi quando un carabiniere ferma una musulmana e le chiede se può aprire la valigia che aveva con se per poter ispezionare se all'interno c'era un bambino...ho ancora i brividi adesso e non si potrà mai dimenticare quella tragedia così crudele...mi ricordo che avevano anche detto come lo avevano ucciso..parole da far accapponare la pelle...ciao Tommy un abbraccio grande vivrai sempre nel cuore di Parma! Io non ti dimenticherò anche se non ti ho mai conosciuto di persona!

    Rispondi

  • elena

    07 Settembre @ 02.39

    Auguri piccolo Tommy,nessuno ti ha dimenticato, nessuno lo fara' mai. Corri felice lassu' dove gli orchi non esistono e dove nessuno potra' piu' farti del male. La giustizia trionfera' tu lo meriti, la tua famiglia lo merita, tutta l'italia lo vuole! Elena da Modena

    Rispondi

  • ila

    06 Settembre @ 21.07

    il mio è un modesto invito ai lettori del sito de Gazzetta curato dall'amico Billy: LEGGETELO! il giorno in cui mi fu dato il libro,con quella tragedia ancora nel cuore tra disperazione e Giustizia,lo lessi tutto d'un fiato piangendo a volte di più altre meno. sono pagine queste di Gabriele che non hanno scadenza di tempo,tanto vere come le parole dei genitori;piene di speranza che rimane anche nella disumana tragedia. e poi grazie a Gabriele,Grazie a Tommy angioletto coraggioso che nel pianto prima del colpo mortale, voleva la mamma e il papà...ma il Male l'ha avuta vinta, perchè nella loro semplicità hanno portato molti di noi nel modesto quanto amorevole aiuto al Prof.Izzi e concedendo vita all'H dei bambini... l'angelo forse non è solo Tommy..... ila

    Rispondi

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