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Il signor Kurt, «gigante» dell'alpinismo

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Stefano Rotta
Comincia con un detto della Groenlandia che per lui, Kurt Diemberger, gigante dell’alpinismo, è qualcosa in più, un faro, una ragione di vita.
Dicono i popoli dei ghiacci che «solo gli spiriti dell’aria sanno cosa incontrerai dietro la montagna. Ma io con i miei cani vado avanti, vado avanti…». Cento persone sedute e una cinquantina in piedi, stipando all’inverosimile il palazzo Sanvitale: tutti per questo ironico signore austriaco, che a un certo punto si fa scappare un «79 anni domani», oggi per chi legge, e lì prorompe l’applauso, spontaneo, nello sfarzo della sala.
Serata organizzata dal Cai Parma e dalla sua Scuola di Sci e Alpinismo, con il contributo di Banca Monte Parma (per cui è intervenuta Carla Dini) e del Comune, rappresentato in sala dall’assessore, Cristina Sassi.
Nell’occasione, Diemberger ha ricevuto dal presidente del Cai, Fabrizio Russo il decimo premio «Luigi Leoni», istruttore Cai e dipendente di Banca Monte Parma, scomparso nel 2000; sulla targa, oltre al detto nordico, la dedica dei parmigiani, «a un alpinista delle terre estreme, in quelle terre cineasta estremo».
Sì, perché Kurt Diemberger, nelle vita, non ha voluto solo «andar su», ma anche «portar giù»: diapositive («sono come persone, si toccano»), filmati, sonori fischi di bufere, immagini di grande poesia. E i taccuini.
Ne mostra uno, del 1948, allo schermo: forse per la calligrafia così novecentesca, forse per i semplici ma vivi schizzi a matita, ricordano tanto quelli di Dino Buzzati. Il signor Kurt, senza lesinare battute, parla mentre scorrono le immagini di una vita. Racconta della reggiana Pietra di Bismantova, negli anni Settanta, e altre decine di aneddoti di altissima quota: «Chiesi a un amico di togliersi i guanti per battere le mani e farmi il “ciak” per il film. Si rifiutò. Su, dissi, c’è il sole».
I due sono sull’Everest, in ottobre. Ci va con i francesi, lassù: sono i primi d’Oltralpe sulla cima. «A Parigi - ricorda - cancellarono per bene i colpi di tosse: un francese sull’Everest non può tossire!».
Parla un uomo con «qualche dita un pò più corta», facile capire perché, e un amico in meno, che «quando lo perdi non capisci più che senso hanno le cose». Diemberger, nel 1957, perse Hermann Buhl. Rammenta: «Tornai indietro a cercarlo. Vidi il punto in cui le sue tracce si dividevano dalle mie. Franò tutta la cornice sotto di lui. Hermann fu per sempre smarrito».
Dice ancora, il vecchio montanaro: «Non importa se qualche sogno s’infrange. Bisogna averli. A volte, ma è raro, passano nuvole fatate. In montagna non è importante arrivare per forza in cima; ci sono anche cime di fantasia. E poi le ombre. E i sassi che volano». Uno di questi, non avendo l’aletta sul casco, gli sbrecciò il naso. Si vede benissimo nelle foto, bianco e nero, del Dopoguerra. Nel 1998, a 66 anni, rieccolo sul Nanga Parbat. La passione di questo figlio delle creste sono i cristalli: s’incanta, li fotografa, ne trova significati nascosti. A volte, nota, «un ottomila tutto intero sembra un gigante cristallo».
Gambe, cuore, e cervello fino: come quella volta, nelle nebbie, «se non avessi avuto una poster accartocciato nella tasca, ci saremmo persi.
L’avevo carpito alla segretaria di un editore, così, dicendole che l’avrei appeso in camera. I giornalisti mi fotografarono con l’immagine, l’editore la riconobbe come sua, e la giovane segretaria dopo essersi presa una bella lavata di capo, mi tolse il saluto».  C’è anche da ridere. «Una volta - sorride - a un compagno cadde il portafoglio nel cesso. Mi calarono dentro la latrina a testa in giù, usai i ramponi e l’esperienza di guida alpina. Ho dovuto lavarmi molto bene. Ma il borsello, molto pesante, venne recuperato, e mi spettò una lauta mancia». Tratteggia poi l’«homo montblanchensis», figura di uomo danaroso che «parte anche quando non si può, poi si pente quando gela la barba, ticcheggia tutto il giorno con l’altimetro, e crede che il cielo sia sempre blu». Ma io dico: «Se il monte è bianco, vuol dire che il cielo non è sempre blu».
 

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