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Bodoni, studentessa accusa un compagno di violenza sessuale. Ascoltati testimoni

Ragazza accusa un compagno di violenza sessuale
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LUCA PELAGATTI

«La notte scorsa non ho dormito. Per la rabbia, certo, e per il dolore di quello che è successo. Ma soprattutto perché sento di non aver saputo proteggere mia figlia».

La mamma di Elisa (chiamiamola così, con un nome di fantasia) parla cercando di tenere a bada la furia che le ribolle dentro. Ma trattenersi è impossibile: «Perché io ho sempre voluto salvarla dalle cose brutte. E invece, guarda cosa succede».

Certo, cercare di costruire un bel mondo per i propri figli è un desiderio naturale. Ma poi può capitare che una ragazza solare e sorridente come Elisa, diciott'anni appena, si ritrovi seduta in un stanza a scandire frasi raggelanti come queste: «lui si è steso sopra di me, mi ha stretto i polsi, ha cercato di baciarmi e ha il corpo. E io cercavo di liberarmi in tutti i modi».

Quel «lui» è un compagno di scuola di un anno più grande e quella aggressione descritta con dettagli che fanno rabbrividire non è avvenuta in qualche periferia fuori mano, di notte, tra graffiti e abbandono. Ma tra le 12 e le 13. In un'aula dell'istituto Bodoni.

Lunedì, nella scuola di viale Piacenza, i banchi erano, per buona parte, vuoti. Molti ragazzi erano impegnati in attività in esterno e tra i corridoi rimbombavano poche voci. Tra queste, quella della ragazza che con due compagni di classe, poco più giovani, ha passato la mattina studiando e seguendo la lezione di una supplente. Poi, pochi minuti prima di mezzogiorno i tre si sono trovati in una delle aule quando è entrato un altro ragazzo. Ha 19 anni, è di origine africana, frequenta un'altra sezione, non è conosciuto come un soggetto a rischio. Eppure, senza un motivo apparente, ha puntato diretto su Elisa.

«Mi ha preso il cellulare e io gli ho ripetuto più volte di ridarmelo. Lui ha iniziato ad andare in giro e l'ho seguito fino a quando è ritornato nella mia aula. Allora mi sono avvicinata per cercare di riprendere il telefono». E quello che poteva ancora sembrare un gioco stupido è diventato qualcosa di ben diverso.

«Mi ha stretto il collo con la mano sinistra spingendomi contro il muro, cercando di baciarmi», ha raccontato Elisa, poco dopo, ad un maresciallo in via delle Fonderie. Sottolineando che chi poteva fare qualcosa non ha mosso un dito. «I miei due compagni di classe gli hanno solo detto di smetterla e per un attimo ha desistito».

Poi, come se nulla fosse, come se quella ragazza non avesse diritto di parlare e decidere, lui l'ha aggredita di nuovo: «Io ero terrorizzata e con la mano libera cercavo di fermarlo, di togliergli le mani dalle mie parti intime, continuavo a dirgli di fermarsi». Leggere il verbale richiede pochi istanti: quella aggressione nella realtà è invece durata quasi venticinque minuti. E ci vuol poco a capire come sia una gelida eternità che ti resta dentro.

«Gli altri ragazzi avrebbero potuto fare qualcosa, intervenire, chiedere aiuto», aggiunge la mamma che le dolorose parole riportate sul verbale non è neppure riuscita a leggerle. «Ma non l'hanno fatto. Nessuno ha fatto nulla mentre ora l'unico consiglio che ci viene ripetuto da tutti è di farla parlare con uno psicologo, con una persona esperta. Perché dovrà fare i conti con quello che è accaduto».

Ma questo è domani, questo è già futuro. Adesso Elisa è ancora ferma a quella classe quasi vuota. Ma piena di paura. «Solo verso le 13, quando ha visto la mia ferma volontà e opposizione lui si è alzato, mi ha liberato il polso, mi ha restituito il cellulare e se n'è andato», ha spiegato dopo un po', dopo aver ritrovato la lucidità strappata da quelle mani addosso.

«Ho contattato la preside e ho riferito tutto - spiega - quindi sono andata in via delle Fonderie a sporgere denuncia».

E' andata da sola, camminando piano e il padre ha scoperto tutto solo verso le 16.30 quando è andato per prenderla a scuola. Non trovandola l'ha chiamata sul cellulare. «Sono in caserma, papà, puoi raggiungermi qui?», si è limitata a mormorare al telefono.

Quando tutta la famiglia si è ritrovata insieme, finalmente di nuovo a casa, non è stato facile trovare le parole per rompere il silenzio. Nella mattina di ieri i genitori della ragazza si sono incontrati con la dirigente scolastica e nelle prossime ore andranno anche al provveditorato. Sempre chiedendo cosa sia successo. E come possa essere possibile.

«Sono allibita - si limita a dire la preside - Stiamo ricostruendo i fatti con l'aiuto delle testimonianze. E al più presto prenderemo i provvedimenti necessari, perché fatti del genere non devono capitare mai».

Certo, ora si faranno riunioni e si cercherà di capire. Elisa, per parte sua, l'anno scolastico l'ha finito qui. Le vacanze forse serviranno a fare svanire piano il dolore e la paura ma sua madre di dice convinta: «Io voglio che riprenda il suo posto l'anno prossimo, che continui la sua vita». E' giusto così ed è così che deve essere. Ma c'è un ultima frase nella denuncia che colpisce, quando il maresciallo chiede a Elisa se dopo abbia dovuto farsi medicare o accusi dolori. «No, non mi ha fatto male, sono solo provata psicologicamente». Ecco forse non lo ha ancora compreso. Ma è proprio quello che fa più male.

Ascoltati diversi testimoni

I carabinieri stanno facendo indagini e sentendo in queste ore alcuni giovani testimoni per vagliare il racconto della studentessa 18enne: l’obiettivo è ricostruire i fatti.
Il presunto responsabile è un ragazzo, di un anno più grande, che non frequenta la stessa classe della 18enne.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Bastet

    06 Giugno @ 09.38

    I due compagni che non hanno fatto praticamente nulla (25 minuti, sono tanti,eh?) ....meriterebbero la bocciatura. Il criminale altro che bocciatura!CARCERE!.

    Rispondi

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