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Bruno Darecchio, l'inventore instancabile

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 Mara Varoli

«Siete laureati? Prendete il primo lavoro che trovate e non state con le mani in mano: nella vita serve tutto». Lo dice uno che ha imparato la lezione, quando ancora portava la «cartella» sulle spalle. Bruno Darecchio, oggi 95 anni, ha trovato il modo nel suo lungo cammino di unire alla tecnica il cuore. E di cose ne ha fatte tante: a cominciare da quelle ottanta macchine che hanno fatto la fortuna dell'industria alimentare. E non solo nazionale, ma di tutti i paesi europei: prototipi venduti alle migliori aziende. Dall'impianto per candire la frutta a quello per sgusciare le vongole, passando dall'impianto di concentrazione continua per il sugo del pomodoro: numeri, formule e tanta elettrotecnica.
«Come si scrive una lettera in italiano l'ho imparato da Giulio Cesare, al Romagnosi - esordisce -.  Da quel professore Bernini, famoso per aver scritto la storia di Parma. Il resto, al Politecnico di Milano, con la chimica industriale, dal premio Nobel Giulio Natta». Figlio di Antonio Darecchio, che aveva un negozio di ferramenta a Noceto, e di Dirce Rossetti, proprietaria terriera, Bruno è nato il 3 maggio 1915. Nella sua tesi di laurea, il progetto di una fabbrica di conserva di pomodoro: «Soprattutto, ho imparato dai capi fabbrica - confessa - dell'industria di trasformazione di Parma». Forte della sua preparazione, con il massimo dei voti, anche per Darecchio è arrivato il momento di partire per il servizio militare, nell'artiglieria contraerea: prima a Nettuno, poi a Mantova, quindi a Roma e infine a Livorno. «I comandanti mi avevano chiesto di trovare il modo di realizzare un impianto per migliorare la precisione contraerea. A Livorno ero all'istituto tecnico della Marina: l'unico borghese che pigliava lo stipendio». Siamo nel '39 e di lì a poco è scoppiata la guerra. Darecchio viene trasferito a Torino, all'istituto elettrotecnico civile, specializzato nella radiofrequenza, perchè nonostante le bombe, il progetto per la contraerea non era stato abbandonato. Lui, ingegnere tutto d'un pezzo, partecipò anche alla costruzione di una galleria a Moncenisio: una galleria militare, da dove i cannoni erano in grado di sparare all'eventuale nemico. Ma le armi erano cosa diversa dal «cuore» di Darecchio, anche dopo molti anni, quando il fratello, Maurizio, lo costringeva ad andare a caccia di pernici: «Bé, io mi fermavo sotto una pianta a leggere un buon libro». Per Darecchio, la chimica industriale era meglio. Giulio Natta era meglio. «E così andai a Milano da lui - continua -. E' Natta che ha inventato il propilene e in quel periodo stava lavorando alla gomma sintetica. Così mi ha messo assistente di un ingegnere in una fabbrica, in cui collaborava la Pirelli. Ma il lavoro di archivista di disegni non faceva per me. La Società anonima industria gomme sintetiche mi spostò a Ferrara nella centrale termoelettrica. Ero direttore di sezione e reclutai i miei operai con un semplice ma efficace test: sai fare la moltiplica? E la divisione? Poi, conosci un po' il lavoro da elettricista? Insomma, funzionò. Di politica non ne volevo sapere. E lavoravo giorno e notte. Una volta venne a visitare la centrale persino Mussolini: io facevo da Cicerone e lui in silenzio ascoltava. La Società poi costruì una fabbrica ancora più grande: a Terni, per cui fui trasferito là. Ma con la guerra, il materiale di cui avevamo bisogno faceva fatica ad arrivare. Ed erano più le volte che insieme agli operai dovevamo ripulire la città dai resti dei bombardamenti: mattoni, ma purtroppo anche cadaveri. Sta di fatto che il lavoro nello stabilimento fu sospeso. E quindi con due lettere, una che attestava l'aspettativa e l'altra di accompagnamento, ritornai a casa».
A Noceto, i tedeschi giravano ancora. E Bruno aveva molti amici tra i partigiani: in particolare quel Bruno Ferrari, figlio di Giacomo, colui che poi divenne sindaco e prefetto di Parma, «un politico - ricorda Darecchio - del quale ho sempre avuto molta stima. Uno dei pochi». E così, per quelle amicizie le brigate nere lo hanno denunciato. «Arrivai sul Lungoparma dove in una villetta mi aspettava un ufficiale tedesco. E furono proprio quelle due lettere che mi diede il presidente della Società per cui lavoravo a salvarmi la vita». Ma invece di rimanere a casa, vista la situazione, Darecchio montò sulla bicicletta, una di quelle che lui chiama «governative», e pedalò fino alla prima collina, verso Varano Melegari. Poi, si incamminò fino a Bardi, con uno zaino, libri di termotecnica e un po' di soldi. «Volevo cercare Giacomo Ferrari. Volevo dirgli che se gli serviva qualcuno da imbracciare un fucile forse non sarei servito a nulla, ma se invece gli serviva qualcuno che ne so? Per costruire un ponte, allora qualcosa potevo fare». Ma i partigiani, e Giacomo Ferrari era il comandante, si erano già spostati nel Piacentino. Darecchio ritornò a Noceto e si chiuse in casa. «E un giorno - racconta - arrivò un grosso biglietto, con il bollo della Brigata Garibaldi. C'era scritto: Bruno prendi il comando del Laboratorio caricamento proiettili. Era Ferrari che me lo chiedeva. E io ubbidì. Così ho cominciato a lavorare alla Polveriera di Noceto». Ma il vero primo impiego, appena finita la guerra, fu al pastificio Barilla come consulente tecnico, quindi all'Althea, che produceva conserve di pomodoro. «Qui progettai un impianto molto avanzato, che passò in mano alla ditta parmigiana Tito Manzini - ricorda Darecchio -: sul progetto pilota vennero costruite decine di impianti di concentrazione continua venduti ai mercati internazionali. Successivamente ho realizzato un impianto per la pelatura meccanica del pomodoro San Marzano». Una grande intuizione. Da lì alla costruzione di altri impianti per candire la frutta, richiesti nel 1962 dalla Zuegg e venduti in tutta Europa. Nel 1964, Bruno Darecchio fonda la sua ditta a Castelguelfo: un'azienda meccanica per costruire gli impianti per l'industria alimentare. E gli impianti per la canditura della frutta vennero venduti alla Motta, all'Alemagna e ad altre importanti ditte. All'Inghilterra vennero venduti impianti per la canditura delle ciliegie e per le confetture di frutta. «A Castelguelfo ho cominciato a costruire anche impianti per sgusciare vongole, capesante e altri molluschi. L'impianto più grosso, che sostituiva il lavoro di 80 persone, l'ho venduto all'Inghilterra. Poi alla famosa Amati di Riccione e alla Turchia. E sempre per il settore ittico, ho progettato anche la macchina per la pelatura dei calamari». Qua la mano Darecchio, l'inventore, sempre all'opera. «E' stata grazia di Dio - dice -. A maggio compio 96 anni e ho fondate speranze di arrivare ai cento. Ringrazio tutte le persone oneste che ho conosciuto. Nonché il professor Bernini, che mi permetteva di studiare sottobanco libri tecnici, durante l'ora di greco». 
 

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  • GIORGIO

    22 Aprile @ 11.24

    mio padre negli anni 50, operaio al Laboratorio Caricamento Proiettili "la Polveriera" aiutò l'ing. Darecchio per la parte elettrica dell'impianto che pelava il pomodoro Sammarzano. Mi ricordo le notti a lavorare in fabbrica ed al mattino alle sette era in Polveriera a lavorare di nuovo. Io ero piccolo e fu grande festa quando fu inaugurato l'impianto e mio padre mi portò alla fabbrica, sulla strada per Medesano, con mia mamma e mio fratello, a vedere quelle braccia meccaniche che afferravano i "perini" e li mandavano a farsi pelare nella parte bassa della macchina. Sono felice che l'Ing. Darecchio sia ancora in vita e che ci rimanga ancora per molto; per lui mio padre, purtroppo morto a poco più di 60 anni, ha sempre avuto parole di rispetto ed amicizia ed io ne ricordo la figura con emozione derivata dalla nostalgia del tempo che fu, del mio paese che non è più come prima, delle persone che non ci sono più.

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