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Intervista

Gianni Mura rievoca il mondiale di Adorni

Cinquant'anni fa l'impresa di Imola. Il giornalista e scrittore sarà presente all'inaugurazione della mostra fotografica dedicata ad Adorni sabato 25 agosto

Adorni Campione del mondo

Adorni festeggia la vittoria

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Gianni Mura, firma di “Repubblica” e principe dei giornalisti sportivi italiani, rievocherà la vittoria di Vittorio Adorni ai Mondiali di Imola di cinquant’anni fa (1° settembre 1968) in occasione dell’inaugurazione della mostra fotografica dedicata al grande ciclista parmigiano. L’appuntamento è sabato 25 agosto alle 17 nell’oratorio di San Quirino, in strada Ospizi civili. Assunto giovanissimo alla “Gazzetta dello Sport”, Mura ha seguito i primi Giri d’Italia e Tour de France con Bruno Raschi e Rino Negri. Ha poi lavorato al “Corriere d’informazione”, all’”Occhio” e a “Epoca”. Dall’76 è a “Repubblica”, prima come collaboratore, poi come inviato. Il Tour di quest’anno è stato il suo 33°. E’ autore di rubriche tanto seguite quanto longeve: “Sette giorni di cattivi pensieri” esce da oltre trent’anni, le recensioni di ristoranti di “Mangia e bevi” (con la moglie Paola), sul “Venerdì”, dal ’91.

Mezzo secolo fa, le grandi imprese di Adorni e la tua gioventù professionale.
«Il Giro del ’65 vinto trionfalmente da Adorni fu il mio primo Giro».

Inviato un po’ per caso, a vent’anni non ancora compiuti.
«Ero il ragazzo di bottega alla “Gazzetta dello Sport”, assunto come praticante dopo la maturità. Alla Sanremo un collega cadde dalla moto sul Turchino e si ruppe la testa. Il Giro incombeva, i capi si riunirono: “Questo Mura sembra sveglio. Lo buttiamo in mare: se poi nuota, bene. Se non nuota, piglieremo uno bravo”. E mi ritrovai al Giro sapendo poco o nulla di ciclismo, se non quello che sanno i bambini che giocano a biglie».

Poi un altro Giro, un altro ancora. E nel ’67 il primo Tour. Con un maestro come Bruno Raschi: mica male, per uno che deve imparare il mestiere.
«Una grande scuola, la “rosea” di quegli anni. Grandi maestri: che davano volentieri spazio ai giovani, se intuivano che ne valesse la pena».

Cosa ricordi di quel 1° settembre a Imola?
«Un’impresa entusiasmante, Adorni era in una forma eccezionale. Una corsa da record: non solo per i quasi dieci minuti di distacco rifilati al secondo, Van Springel, ma anche per i cinque italiani nei primi sei: Dancelli terzo e, nell’ordine, Bitossi, Taccone e Gimondi».

Altri tempi, era una squadra con i fiocchi.
«Eh sì. Mi viene da ridere, perché oggi si discute su quante punte deve avere una squadra. Allora di punte ce n’erano tantissime. I favoriti erano Merckx e Gimondi, ma l’Italia aveva tanti altri che avrebbero potuto vincere. Una squadra fortissima. E c’era un bel clima. Mi ricordo benissimo anche i giorni del raduno, a Dozza Imolese: e anche un ristorante dove si mangiava un ottimo pollo al forno».

Anche la fuga fu da record.
«Altroché: 235 chilometri, 90 dei quali da solo. Incredibile. Merckx era bloccato, perché c’era Van Looy in fuga e non poteva lanciarsi all’inseguimento. E anche quando Van Looy fu ripreso, l’Italia continuò a rompere i cambi: e Adorni poté arrivare tranquillo al traguardo. Perfino forando a un giro dalla fine. Curiosità: pochi si ricordano che, quando si girò per chiamare l’ammiraglia, l’ammiraglia non c’era: aveva finito la benzina. C’era però una camionetta dell’esercito, con un meccanico a bordo».

Comunque, ci vuole un bel coraggio, per lanciarsi in fuga a 235 chilometri dall’arrivo.
«Adorni è sempre stato un ciclista molto intelligente. Appena cominciata la fuga, fissò Van Looy e gli disse: “Qui andiamo a morire”. E quello: “Hai paura?”. “Chi, io?”. Morì prima Van Looy, quel giorno».

Che pezzi scrivesti da Imola?
«Almeno quattro. Erano successe tante cose. Il più lungo, e il più bello, quello su Vitaliana, la moglie di Adorni. Fu una novità, raccontare la vittoria di un Mondiale vista dalla moglie del campione. Ero stato a lungo con lei, raccogliendo gli umori, perché lei continuava a confidarsi con la moglie di Baldini».

Ma il lavoro, quel giorno, non finì una volta dettati i pezzi.
«Raschi mi disse “vai a Parma a vedere cosa succede a casa Adorni, e raccogli materiale per domani”. Arrivai verso le dieci e mezza. Non c’era assolutamente nulla. Davanti a casa, due ragazzini disegnavano un arcobaleno con i gessetti. Suonai al campanello, “vieni su, stiamo mangiando la torta”. C'erano Vittorio, Vitaliana e una decina di persone, sembrava una festa di compleanno. Inimmaginabile, oggi. Altri tempi, davvero. Oggi ci sarebbe la polizia, ci sarebbe Sky».

Adorni dice che il suo modello era Anquetil, per come accarezzava i pedali. Trovi somiglianze?
«Ci sta. Anquetil era un modello di stile. Si diceva allora se gli avessero messo un vassoio con due bicchieri sulla schiena alla partenza di una cronometro li avrebbe portati al traguardo senza fare cadere una goccia. Anche Adorni era molto bello da vedere in bici. A differenza di Coppi, per esempio, che era brutto, era tutto gambe».

E poi, la fama di grande conversatore.
«In buona parte era grazie a Zavoli, che lo voleva sempre al “Processo alla tappa”, ma era davvero bravo a parlare. Era ancora il ciclismo di “Sono contento di essere arrivato uno”. Adorni invece ci sapeva fare: quando ha smesso di correre, è diventato la prima “seconda voce” delle telecronache sportive. Sempre parlato tanto. Anche troppo, quel 1° settembre, secondo la giuria».

Cioè?
«Il telecronista era Martellini, De Zan seguiva la corsa in moto: e continuava a intervistare Adorni. E lui, figurarsi se non parlava. La giuria ebbe da ridire: “Non siamo a Canzonissima, non è regolare”. Una volta tanto, aveva ragione la giuria».

Un chiacchierone simpatico.
«Era un personaggio. Proprio nel ’68 lavorava anche alla Rai, conducendo “Ciao mamma” con Liana Orfei. Quanto alla simpatia, quella vittoria ai Mondiali lo aiutò molto a riconciliarsi con il mondo del ciclismo e con il pubblico, a riguadagnare simpatia: all’arrivo del Giro, tre mesi prima, a Napoli, lo avevano fischiato. Agli occhi della gente era colpevole di avere aiutato lo straniero, cioè Merckx, a battere il campione italiano, cioè Gimondi».

Merckx si è sempre detto molto riconoscente per i suoi insegnamenti.
«Sì, ha imparato molto da Adorni: soprattutto il momento di attaccare. Lui avrebbe attaccato al primo chilometro, sempre».

Dove si piazza Adorni, nella tua classifica dei campioni del ciclismo?
«E’ stato un grande del dopo-Coppi. Grande cronoman, bravissimo passista, a suo agio in salita. E, come detto, molto bello da vedere. Con un grande handicap: era fermo in volata. Ha vinto una sessantina di corse, anche importanti. Ma certi piazzamenti nelle classiche del nord, o alla Sanremo, avrebbero potuto essere vittorie, se fosse stato più bravo in volata».

Altri ricordi di Adorni?
«Tanti, sportivi e non. Il Giro del ’65 stravinto, con una padronanza dei propri mezzi notevolissima, da nord a sud. L’impresa di Madesimo come ciliegina. Gli oltre dieci minuti su Zilioli. Conosco bene la storia di Adorni, dei suoi inizi. Famiglia povera, il padre muratore stagionale, quando Vittorio ha dieci anni gli chiede vuoi studiare o lavorare? Lavorare, dice lui. Prima garzone da un orologiaio, poi commesso in un negozio di ferramenta, quindi meccanico alla Barilla. Il signor Pietro, che un giorno lo vede arrivare vestito da ciclista, gli chiede il motivo e poi gli dà il permesso di fare orari speciali per potersi allenare. La sua prima vittoria, a Casina, nel Reggiano. Primo Adorni, decimo Romano Prodi».

Altri tempi, è cambiato tutto.
«Oggi un pezzo con la moglie di Adorni non lo potrei fare, perché lei sarebbe in tribuna Vip e io non ci arriverei. E’ cambiato il ciclismo, è cambiato il giornalismo, è cambiato il mondo».

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