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"Nessuno del comando chiese spiegazioni sul caso Bonsu"

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 Georgia Azzali

C'era già aria di scandalo il giorno dopo. Perché a 24 ore di distanza dal fermo al parco Falcone e Borsellino, Emmanuel Bonsu si era già presentato dai  carabinieri con il suo occhio gonfio. Eppure, pare che - nei primissimi giorni - nessuno avesse chiesto spiegazioni su quanto poteva essere accaduto.   «Dal comando non chiesero nulla su quanto successo. A me non risulta», sottolinea V.P., uno degli agenti del Nucleo di pronto intervento presenti la sera del 29 settembre 2008 nella sede di via Del Taglio, rispondendo in aula all'avvocato di parte civile, Maria Rosaria Nicoletti.
 Un «veterano» del gruppo, l'agente, in forza al  nucleo fin da quando fu istituito nel 2003-2004. Sedici vigili che non dovevano occuparsi solo di multe per eccesso di velocità,  ma anche di operazioni ben più delicate come quella antidroga di quel giorno. Vigili in prima linea, a  maggior ragione dopo le ordinanze sindacali del 2008 che ampliavano i poteri della polizia municipale in materia di sicurezza. Ma come erano stati formati quegli operatori? «Avevamo fatto corsi sul codice della strada  e uno di polizia giudiziaria. Ma nel 2008 non ricordo», spiega V.P. 
Un'infarinatura su norme e modalità operative. Nulla più. Come  aveva già sottolineato un altro agente durante la scorsa udienza del processo che vede alla sbarra otto vigili urbani,  accusati,  tra l'altro, di lesioni aggravate, sequestro di persona, calunnia e falso. Quella sera, pur non avendo partecipato all'operazione, è l'agente V.P. a fotosegnalare lo spacciatore palestinese fermato  al parco insieme a Emmanuel.  Il  nome di V.P. compare anche nella scheda fotosegnaletica di Bonsu, ma non è lui a compilarla. «Io avevo inserito nome e cognome del ragazzo e numero della pratica, ma poi fui chiamato per un intervento su un  incidente,   così uscii dal comando - spiega -. Compare il mio nome perché   avevo già aperto il computer con la mia password». Saranno gli agenti Marco De Blasi e  Mirko Cremonini, specifica poi il pm Roberta Licci, «a fare il fotosegnalamento, come è già agli atti del fascicolo del dibattimento».
Fila via liscia la deposizione dell'agente V.P. Così come poco prima può tirare un sospiro di sollievo, M.F., il vigile che rischiava di essere indagato per omissione d'atti d'ufficio e falsità ideologica, perché durante la  scorsa udienza aveva dichiarato di aver partecipato alla perquisizione di uno dei ragazzini fermati al parco ma non aveva firmato il verbale. Di quell'atto, però, non c'è nemmeno traccia. Secondo il pm, comunque, non c'è ombra di reato, al massimo si tratterebbe di una violazione disciplinare.
 Se la cava anche A.M., uno dei tre ragazzi, allora minorenni, fermati durante la stessa operazione al parco. Durante la scorsa udienza il giudice aveva bloccato la sua deposizione,  dicendogli che stava rischiando il reato di false dichiarazioni al pm. Troppe incongruenze, infatti, tra ciò  che aveva detto al pubblico ministero durante la fase delle indagini preliminari e quanto aveva poi raccontato in aula.
Ma,  nonostante la pausa di riflessione di 15 giorni dall'ultima udienza, le contraddizioni sono continuate anche ieri.  Così come la sfilza dei «non ricordo». 
Fa anche affermazioni che potrebbero avere una grande rilevanza processuale. «Ero in auto con Bonsu nel tragitto tra il parco e il comando. Lui era ammanettato. Eravamo seduti nel sedile posteriore insieme a un agente. Il vigile - racconta  - continuava a dare schiaffi sulla coscia di Emmanuel».
Tutt'altro che un dettaglio, quelle continue «pacche» sulla gamba di Bonsu. Peccato, però, che A.M. non  ne abbia mai parlato     prima. Né ai  carabinieri  né al pubblico ministero.  E quando gli viene chiesto, visto che sedeva sullo stesso sedile posteriore insieme a Bonsu, se ha notato segni sul volto del ragazzo, risponde con un laconico:  «Non ricordo».
Arrivati al comando di via Del Taglio, poi, sia lui che Emmanuel rimangono per diversi minuti nella stessa stanza. Sentito dal pm durante le indagini, racconta di aver visto un agente appoggiare la mano sulla testa di Bonsu facendola girare verso la pistola  nella fondina e poi  minacciarlo: «Se ti muovi, ti ammazzo», avrebbe detto il vigile. Parole che ieri, però, il pm ha dovuto rammentargli prima che A.M. dicesse: «Sì, confermo».
E ora quelle lacune,  su cui hanno  scavato i difensori durante il controesame,  rischiano di minare l'intera deposizione. Con alcuni aspetti interessanti ma troppe zone d'ombra. 

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