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Omofobia, una lettrice racconta i suoi 14 anni d'inferno

Omofobia, una lettrice racconta i suoi 14 anni d'inferno
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Riceviamo e pubblichiamo una lettera arrivata in redazione:

"Gentile Redazione,

Scrivo affinché il vostro giornale dia voce a una storia realmente accaduta, una storia di omofobia.Questa storia parla di una ragazza che si innamora di un'altra ragazza. E' una storia che poteva finire male ma per fortuna è finita bene. E' una storia che è finita bene nel momento in cui ho iniziato a raccontarla, perché le parole hanno medicato una ferita aperta da quattordici anni.
Inizia così. Due ragazze si incontrano in un liceo. Si innamorano, si frequentano, non si mollano un minuto, si sommergono di lettere e regali e la storia le travolge.
I genitori di una delle due ragazze, benestanti, intelligenti, moderni, aperti, mostrano un volto inaspettato.  Da buoni genitori divengono violenti e intolleranti, pedinano per strada le ragazze o le fanno pedinare, coinvolgono scuola e istituzioni.
Si recano assiduamente a scuola a parlare con gli insegnanti, e il risultato arriva ben presto: voti ribassati.
I compagni di scuola sono schierati, chi è pro, chi è contro; la preside difende la libertà di amare chi si vuole.
La figlia di questi genitori viene segnalata dalla sua famiglia in questura per presunto spaccio. Riceve pubblicamente l'avviso della convocazione dal bidello in classe durante il cambio d'ora. Interrogata, spiega che se il motivo sono i regali ricevuti e che i genitori vedono arrivare in casa, sono regali fatti dalla sua ragazza. Viene liquidata con uno sguardo stupito e nulla più.

Le ragazze continuano a stare insieme.

La ragazza figlia dei due genitori dorme chiusa a chiave perchè i suoi hanno iniziato a urlare e a picchiarla mentre dorme. Finchè una notte viene messa alla porta. Non importa dove andrà, basta che non torni più. A quell'ora, cosa fare? Chiamare la questura, e farsi raccompagnare. Salire i gradini del palazzo e farsi riaprire la porta di casa. Pensare a cosa fare domani. Andare a scuola o partire per? Progettare in poche ore il futuro di una vita. Svegliarsi e trovare tutte le porte di casa chiuse a chiave.
Forzarle, uscire e chiedere alle istituzioni di accompagnarla a casa per fare le valigie e proteggerla. Scappare  salutando la sorella bambina che dormiva. Non sapere dove andare. Chiedere ospitalità, cibo e soldi  alla sua ragazza, per continuare ad andare a scuola e finire gli studi. Fare qualsiasi lavoro, anche tre lavori per volta, per mantenersi. Vivere con poche mila lire a settimana e mangiare pane e latte.

La storia potrebbe finire qui, ma si complica, perchè le due ragazze continuano ad essere pedinate ovunque.
Viene sfondata a spallate la fragile porta di casa dai genitori che erano andati a riprenderla per farla curare una volta per tutte in un ospedale o dove chissà.  Viene picchiata la ragazza che sta ospitando la compagna in casa sua, che denuncerà l'aggressione in ospedale e in questura. I genitori violenti vengono segnalati e non possono più avvicinarsi alle due ragazze. Viene avviata una denuncia che dopo sette anni si concluderà in un processo durante il quale la vittima ritirerà ogni accusa. Dice agli accusati, al giudice e al pm che voleva solo essere lasciata in pace e vivere la sua vita.

Sono passati altri sette anni da quel momento ma la storia è finita bene: le ragazze si sono lasciate ma si considerano una famiglia che nel frattempo si è allargata e continuano a vivere insieme, hanno una vita quasi tranquilla e sono state a due pranzi natalizi a casa dei genitori assolti, che hanno scelto di essere genitori migliori. E forse un giorno parleranno con altri genitori, raccontando la loro storia. Sono dovuti passare quattordici anni perchè la figlia di questi genitori raccontasse senza vergognarsi per violenze non sue questa storia anche alla sorella che non ha saputo mai nulla e che ha ricostruito fatti per ipotesi e mezze frasi pronunciate in casa.  Sono passati tutti questi anni e la sorella ha detto che spera che ciò che è successo serva da insegnamento e che non ricapiti più.  Sono dovuti passare quattordici anni perchè una madre dicesse a sua figlia: sono felice se tu sei così come sei.

Scrivo perché i quattordici anni non siano trascorsi invano. Perchè questa storia rimanga nelle vostre orecchie per un po'.
Perchè è una storia a lieto fine e ha un messaggio di felicità".

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • la voce del racconto

    31 Maggio @ 22.59

    Eh sì Sonia, hanno dato a mia sorella tutto ciò che non hanno dato a me. E ci ho messo del tempo a riconciliarmi con questo, purtroppo.

    Rispondi

  • Sonia

    28 Maggio @ 13.39

    Care, sono felice per voi. Avete la mia età e pensare che mentre io studiavo, mi laureavo e trovavo un buon lavoro, voi eravate costrette a guadagnarvi da vivere da sole, mi ha fatto male. Voi siete riuscite a diventare forti e indipendenti. Brave. Spero non accada mai più ad altri una cosa simile. Davvero non ne capisco il motivo. Dai, L., forza e coraggio... Vedrai che presto troverai un lavoro e riuscirai a terminare gli studi. Le due cose fondamentali per ottenere l'indipendenza materiale sono il lavoro e la patente. Tutto il resto poi vien da sè. E in bocca al lupo per la tua salute. Ora stai meglio? Ma voi avete sempre vissuto a Parma? Io ho frequentato il Maria Luigia e poi Filosofia. L., hai altri parenti? Voce del racconto, scommetto che a tua sorella, invece, abbiano dato tutto ciò che non hanno dato a te e si sia pure laureata... Fortunatamente sono cambiati!. In bocca al lupo Sonia

    Rispondi

  • la voce del racconto

    27 Maggio @ 22.24

    cara sonia, una vocina mi dice che l'altra signorina prendera' il diploma, magari l'anno prossimo :) visto che questo ormai è andato... i lavori che ho fatto sono stati parecchi :) dalle raccolte agricole ai lavori in bar e ristoranti, negli anni piu' difficili. qualche stipendio non pagato come segretaria. ora bene o male un lavoro non qualificatissimo ma dignitoso, al momento. :)

    Rispondi

  • la voce del racconto

    27 Maggio @ 21.26

    Anche io non ho capito del tutto il motivo per il quale i miei genitori dovessero denigrarmi con i vicini di casa o a scuola o in giro dove gli pareva. Io credo fosse un loro momento durato anni di esaurimento nervoso dato anche da difficoltà economiche. Ma non è una scusante. Se dai la vita di tua figlia in mano ad altri non puoi prevedere quali saranno le conseguenze. Trattare la creatura che hai partorito in questo modo significa rinnegare tutto l'amore che hai provato nel crescerla. Significa anche probabilmente rinnegare te stesso come genitore e come essere, significa svuotarsi e non sentire più nulla e forse non sapere nemmeno più chi tu sia. Significa mettere in pericolo tua figlia perchè viene sovraesposta in un età in cui non è facile sapersi difendere e capire cosa succede nel mondo intorno, di chi fidarsi o meno, come agire in caso di difficoltà, dove andare a lavorare senza rischiare, come procurarsi i soldi per vivere in autonomia, come pagare il gas, come fare se non ha soldi e glielo staccano e si lava con le pentole riscaldate sul fornello, se ascolta i rumori notturni per anni perchè il rumore della porta sfondata se lo ricorda e se non ha da mangiare. Significa che se tua figlia viene pedinata per strada, seguita o molestata, tu ne sei in parte colpevole. Significa che se finisce male è anche colpa tua. Ma se finisce bene non è certo merito tuo, nemmeno in parte. Dire a tuo figlio o figlia 'vattene perchè sei gay' o 'mi fai schifo' significa che tuo figlio non è come tu lo desideri. Significa dire 'vattene perchè non sei come io credevo che tu fossi'. Perchè tu genitore i figli li metti al mondo per dar loro un nido, non un Colosseo dove combattere. Quando te lo immagini come sarà bella la bambina appena nata e stai lì a ricamare le copertine e attaccare gli stencil colorati sui cassetti e dipingi i muri della cameretta e attacchi le apine che girano sulla culla per cullarlo la notte con la musica del carrillon, devi prevederlo che tuo figlio potrebbe non essere etero. E devi sapere che lo amerai sempre, comunque sia. Questo, genitori, cercate di capirlo prima. Perchè altrimenti gli spezzereste il cuore. e spezzare il cuore non significa solo dire 'vai via da casa'. significa il silenzio pesante di disapprovazione, significa guardarlo come se fosse un fallimento. Il mio cuore dopo la fuga da casa dei miei per salvarmi, sia nel fisico che nella mente, si era frantumato. Mi sentivo completamente abbandonata e se non avessi avuto al mio fianco la mia ragazza, sarei finita male o sarei impazzita. E poteva finire male. I modi per finire male sono tantissimi . I modi per finire bene sono pochi e se non hai soldi o amicizie sono tutti in salita. Ma, se ne esci, sei forte. Il dono ultimo di questa storia, oltre a una cara famiglia elettiva, è stato avere il polso fermo nelle situazioni dure. Ma non ringrazio per questo la mia famiglia di sangue. Avrei voluto il loro abbraccio e i loro sorrisi e e ci sono voluti quattordici anni per percepirli nel mio profondo anche se sono sette anni che me li fanno. ora li sento e so che sono veri. Che sono sentiti. ora che li vedo sorridere sinceramente amandomi sono felice per loro. Sono più sereni, hanno amicizie e interessi e sono ringiovaniti di almeno dieci anni. Ora che sono uscita dal buio nero del rancore per i miei genitori che non mi faceva piu' percepire amore nè bellezza intorno a me. Ora che sono finalmente tornata e so amare di nuovo.

    Rispondi

  • Sonia

    27 Maggio @ 19.11

    E' proprio triste... Però è bello che ci siate ancora l'una per l'altra. Tu hai altri familiari? Un consiglio, ora che sei a casa dal lavoro, perché non provi a diplomarti? Non so che scuola tu abbia frequentato, ma se ti manca solo la maturità con poco è fatta. Mi dispiace per la tua malattia, forse è stato lo stress subito in tutti questi anni. Io non capisco l'inciviltà di non aiutare una ragazza senza famiglia. Sarebbe la prima cosa. Ma anche io ho frequentato una scuola in cui contava solo il profitto e mi sono trovata malissimo. Fortunatamente poi mi sono laureata. Due curiosità: qual era il vostro approccio con i vicini e compaesani? Non capisco il motivo per trattarvi così... E che lavori avete fatto per mantenervi? Siete riuscite a pagare la tua casa, che bella soddisfazione. Ora è proprio vostra. Per mantenervi potreste anche affittare una stanza. Avete la mia età, sono nata nel 1979, per questo vi sento ancora più vicine. Non capisco come non amare comunque il proprio figlio. Io lo farei. Vi abbraccio forte. Sonia.

    Rispondi

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