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Tedeschi che arrivano a Parma. E se ne innamorano

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 Klaus Jager

I tedeschi a Parma. Nonostante sia stato il primo articolo che mi ha chiesto il direttore della Gazzetta di Parma Giuliano Molossi, è diventato l’ultimo che mi accingo a scrivere. Nel frattempo so che sono diverse decine i tedeschi che vivono a Parma. Peccato, però, che sia tutt’altro che facile scovarli. Cercare una sorta di comunità, o di ghetto dove i tedeschi se ne stanno tra di loro, è inutile. A quanto pare, non c’è. I tedeschi si sono perfettamente integrati con i parmigiani. In alcuni casi diventando quasi degli italiani al cento per cento.
Un esempio paradigmatico ne è il professor Gerhard Hassler. Questo docente di liceo di Freiburg nel Breisgau è approdato a Parma, in veste di insegnante, nel 1990. Dopo il tirocinio non aveva infatti trovato subito un lavoro e così si era deciso a fare un anno all’estero. Trovò come primo impiego quello di assistente alla facoltà di Lingue dell'Università di Parma. Passa un anno, ne passano due e, visto che in Germania continuava a non avere alcuna prospettiva di lavoro, Hassler decise di comperare dalla vedova del fondatore appena scomparso la «Leitmotiv London School». Un istituto dove oggi gli italiani possono imparare il tedesco, l’inglese, il francese, lo spagnolo, il portoghese, il giapponese, il cinese, il russo e l’arabo. Ogni corso impiega rigorosamente insegnanti di madrelingua. Ma nella scuola di Hassler ci sono anche corsi di italiano, il che rende il «prof» molto noto tra i tedeschi residenti a Parma. Nel corso degli anni poi, la scuola si è anche attestata come sede di esami del Goethe-Institut di Roma. Questo spiega perché Gerard Hassler sia un uomo molto impegnato: tocca a lui il ruolo di esaminatore di tedesco in tutte le scuole della città così come all’università.
La sua compagna è di Lucca. I figli sono nati e cresciuti in Italia. Ma ovviamente bilingue. E lui, come si sente dopo 21 anni trascorsi a Parma: tedesco o italiano? Io probabilmente avrei dei dubbi, lui nemmeno uno. «La mia patria resta Freiburg», risponde d’istinto questo signore oggi 50enne. «E immagino che continuerò a pensarla così, almeno fin tanto che ci sono i miei genitori». Il podere nell’angolo più a sudovest della Germania, il vino, il salame, la lingua, tutto questo – dice – è per me casa.
Hassler racconta che un nutrito gruppo di tedeschi lavora all’Agenzia  europea per la sicurezza alimentare (Efsa). E il motivo è presto detto. Fino a qualche anno fa, in Germania, esisteva il numero chiuso per la facoltà di Veterinaria. Uno sbarramento che si poteva però aggirare con un soggiorno di un anno all’estero. E l’Efsa, non ultima perché situata nell’Italia del nord, risultava perfetta allo scopo. «Il fatto è che poi molti non se ne sono più andati», aggiunge Hassler. 
Provo allora a mettermi in contatto con questi tedeschi. Ma di nuovo mi areno. Allora vado direttamente all’Efsa, parlo con l’ufficio stampa. Lì mi viene dato il numero di una collega che parla bene il tedesco e che, così vengo rassicurato, mi potrà sicuramente aiutare.  E invece mi viene semplicemente comunicato che fino al 5 giugno la stragrande maggioranza dei collaboratori è in vacanza. Così aspetto e solo a inizio settimana mi rimetto in moto. E di nuovo mi ritrovo subito fermo alla linea di partenza. La collega che cerco non c’è, mi viene detto, mentre un’altra mi chiede perché non scrivo semplicemente una mail.
 
Solo quando ormai sono quasi fuori tempo massimo mi viene fornito un elenco con i nomi di tre collaboratori disposti a incontrarmi. Prendo appuntamento con Vivian Abratzky, 43 anni, economista, lavora da tre anni nell’amministrazione dell’Efsa. Il suo contratto scadrà nel 2013. E Abratzky ha avuto grande fortuna, non a tutti viene offerto infatti un contratto quinquennale. Lei mi racconta la propria esperienza di enclave. All’Efsa di Parma lavorano 500 persone, di cui il 90 per cento stranieri. E questi costituiscono sì un’enclave a sé, anche se i motivi di questa «cittadella» hanno più a che fare con ragioni organizzative che altro. L’Efsa gestisce, infatti, anche una propria scuola e così come la propria associazione sportiva. Viviane Abratzky aggiunge: «Certo questo non facilità la conoscenza della città, il viverla. Qui molti collaboratori non hanno mai fatto conoscenza con un abitante di Parma». Ma ci sono ovviamente anche gli altri tedeschi, assolutamente integrati nel contesto cittadino, solo che questi non lavorano all’Efsa.
Detto ciò, non si può affatto dire che Viviane Abratzky trasmetta l’impressione di essere una «straniera». Abita in una villa anni Trenta nel quartiere Cittadella, un quartiere residenziale molto ben servito e di grande «charme». Il suo compagno, conosciuto anni fa a Torino sul lavoro, è di Parma, anche se ora lavora a Milano. Viviane Abratzky parla inoltre un italiano impeccabile,  l’ha studiato a fondo all’Università per gli stranieri di Siena. Tutto questo le facilita ovviamente la vita all’estero. Inoltre è una persona abituata a traslocare continuamente. Dopo l’università, Viviane Abratzky, che originaria di Colonia, ma con qualche radice anche a Dresda, ha lavorato inizialmente per l’Ue: a Rostock, una città che si affaccia sul Mar Baltico, ha lavorato come «city manager» a un progetto per la rivitalizzazione dei centri storici. «E’ così che sono finita nella scia della Ue» spiega. Sono seguiti lavori in altri paesi del Mar Baltico, poi è stata la volta di Torino, Bruxelles e Vienna, e infine è approdata nuovamente in Italia.
Ama questo paese? «Certo», replica, senza pensarci su nemmeno un secondo. «Anche se di tanto in tanto lo odio pure», aggiunge poi pensierosa. I diritti civici  vengono poco rispettati e il senso per la cosa pubblica è assai lacunoso. Queste le sue accuse alla società italiana.
Se alla domanda cosa le piace particolarmente di Parma risponde di getto –  «E’ una città ben organizzata, sia per quel che riguarda i servizi del Comune sia le infrastrutture. E ho trovato qui degli amici molto colti e molto aperti» –,  le ci vuole più tempo per indicare cosa le dà maggiormente fastidio. Poi però sorride e dice: «In un paese con un patrimonio culturale così impressionante, in una città dove il cibo, il gusto ha tanta importanza, dove ha sede l’Efsa, non capisco proprio come possano essersi insediati discount alimentari. Non capisco come la popolazione li abbia accettati». Parole dalle quali non si può non captare un pizzico di militanza per lo slow-food.
Vivere a Parma. A conti fatti anche per i tedeschi è tutto semplice. Me ne sono potuto rendere conto anch’io in questo breve lasso di tempo, tre settimane, che vi ho trascorso. 
 

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