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Fiammetta Borsellino a tu per tu coi detenuti per mafia: "Potete ancora riparare"

Fiammetta Borsellino a tu per tu coi detenuti per mafia: "Potete ancora riparare"
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Era accaduto solo altre due volte: in un carcere minorile e a maggio, quando ha chiesto di incontrare i fratelli Graviano, accusati della strage di via D'Amelio. Mercoledì la figlia più giovane di Paolo Borsellino ha varcato le porte dell'istituto penitenziario di via Burla per uno straordinario colloquio con i redattori-detenuti del giornale del carcere. Un dialogo intensissimo, non sempre facile e con momenti di grande commozione.

CHIARA CACCIANI

«Ma è vera questa cosa che l’abbiamo qui?», si chiede sussurrando Antonello. «Sono commosso», le dirà poco dopo, al suo turno nel giro di presentazioni. «Anche io», risponde lei, voce e occhi. Lei che poi così si descrive, semplice e potente: «Mi chiamo Fiammetta, ho 45 anni e sono la terza figlia, la più piccola, di Paolo Borsellino, di cui voi certamente conoscerete la storia». C’è un silenzio di attesa già ripagata e di attesa di qualcosa che certamente verrà, nella redazione. Che non è una redazione qualsiasi, come non lo è l’intervistata.

Carcere di via Burla, comparto scuola, ultima stanza dopo l’infilata di controlli, muri, sbarre e scattare di porte che si aprono a distanza. E’ lì che ha sede «Ristretti orizzonti», il giornale nato in carcere e coordinato da due giornaliste, Ornella Favero e Carla Chiappini. In redazione, una decina di detenuti che hanno già scontato oltre 20 anni: c'è chi dietro le sbarre si è laureato, chi sta scrivendo la tesi, tanti i siciliani («compaesani», li accoglie - invertendo i ruoli - l’invitata), otto i condannati all'ergastolo ostativo. Fine pena mai, per loro, e mai un permesso d’uscita: lo sancirono proprio le leggi emergenziali varate dopo la strage di via D’Amelio, che seguiva di 57 giorni quella di Capaci. E in questo lungo dialogo tra vittima e colpevoli - di altre storie ma dallo stesso humus - emergerà anche quello: il legame percepito tra i destini, la distanza - anche - della rispettiva rielaborazione, la tentazione di risposte "facili". E un altro finale possibile.

Discretissimo, quasi pronto a scomparire, c'è anche un giovane assistente di polizia penitenziaria che ha chiesto di poter ascoltare.

Parte dalle origini il racconto della figlia del riconosciuto eroe Paolo, da quel bambino che «arrivava da un quartiere malfamato, da cui sono usciti grossi personaggi criminali. Ce le raccontava, le partite a calcio in piazza coi figli dei boss. Ed è lì che è maturata la sua scelta».

Parla dell’insegnamento che ha tratto «da questa vicenda familiare dolorosa: il coraggio è andare avanti anche di fronte ai pericoli. Mio padre era consapevole dei rischi per se stesso e per noi, ma non si è mai nascosto e ha sempre camminato a testa alta. A differenza di chi - appostandosi, tramando, nel silenzio e nella copertura di tutti - ha organizzato la sua morte». Sfilano le curiosità ben documentate dei redattori-detenuti («Leggo tantissimo - dice Carmelo - Purtroppo ho iniziato solo dopo l’arresto…»), si parla di depistaggi, pentiti, processi da rifare, coinvolgimento di elementi deviati dello Stato. «La morte di suo padre - le dice qualcuno - noi l’abbiamo pagata due volte: perché ingiusta e perché quelle leggi speciali hanno avuto ripercussioni pesantissime anche su di noi». «Vi chiedo di uscire da questa condizione vittimistica - risponde lei con lucida grazia - Questo regime l’avreste dovuto scontare comunque, per ciò che avete commesso. L’inasprimento delle condizioni, invece, purtroppo è dovuto al fatto che la violenza genera risposte violente, ed è per questo che va rifiutata a monte. Io non ho mai pensato che il dolore che provo sia diverso da quello del figlio di un mafioso ucciso». Invita ad avere fiducia nelle istituzioni («con tante persone che combattono per la verità, guardate il caso Cucchi»), a non affievolire nelle responsabilità dello Stato le proprie.

E poi il passaggio che ferma per qualche secondo il respiro: «Mio padre ci ha insegnato che si può morire con dignità quando si vive con dignità. E si può morire con dignità anche quando, dopo aver fatto cose gravissime, si arriva a riconoscere i propri sbagli, a prendere le distanze e a cercare di riparare».

Riparare. E' su questa parola che roteerà lo scambio successivo: non facile, non univoco, smussato proprio da questa figlia che racconta la spinta emotiva che a maggio l’ha portata per la prima volta in un carcere, ad incontrare i fratelli Graviano, accusati della strage di via D’Amelio. «E non è stato per la ricerca di una verità a cui comunque tutti dobbiamo aspirare, ma per il bisogno di raccontare loro tutte le sofferenze che ci hanno causato. Perché io credo nelle persone, nel cambiamento e nei miracoli».

«Cosa possiamo fare noi per aiutarla?», è la domanda di Claudio che spalanca la strada. «Si combatte la mafia col cambiamento culturale, ciascuno nel proprio campo, e col rispetto delle regole. E poi c’è la riparazione concreta: ciascuno di voi ha una vittima a cui consegnare un pezzo di verità, a cui chiedere scusa». C’è chi frena («i familiari delle nostre vittime non sono come lei, dottoressa: sono come noi…»), chi annuisce: «L’ho chiesto e spero di avere presto un incontro con loro», si commuove Antonello; «Sto scrivendo un libro che racconti come sono finito così: spero serva a salvarne almeno uno», continua Antonio. Nasce l’idea di una testimonianza a più voci in diretta video con una scuola del Sud.. «Me ne vado da qui con grande serenità: per me sapere che oggi avete un’altra vita è una vittoria», sorride loro Fiammetta Borsellino. «Non è un arrivederci per sempre, vero?» chiede Giovanni. «No: se partiamo con un progetto, io ci sono». Concretamente.

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