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Dietro al bancone per 43 anni Mauro lascia il suo bar in Ghiaia

Dietro al bancone per 43 anni Mauro lascia il suo bar in Ghiaia
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 Gian Luca Zurlini

Era uno degli ultimi testimoni  della Ghiaia di un tempo, quella  brulicante di varia umanità che  fino agli Settanta e Ottanta rappresentava la sintesi della parmigianità più vera.   Ma in questa  nuova Ghiaia,  rinnovata ma senza una vera anima, non si riconosceva più.  Se a questo aggiungiamo gli anni che passano e gli  acciacchi che si accumulano, ecco che si spiega il motivo per cui  Mauro Zanichelli, per tutti semplicemente «Mauro» ha deciso  di passare la mano.
Il «Bar Mauro», uno dei locali  più caratteristici e ancora impregnati di quella tradizione e di quell'umanità difficilmente ritrovabili negli standardizzati bar che caratterizzano ormai la nostra città non chiude, ma da lunedì riaprirà con una nuova gestione.  Mauro e la sua inseparabile moglie Mirella, la «coppia  brontolona» che ha cresciuto a  suon di polpettoni, cotechini e  panini irripetibili intere generazioni di dipendenti del Regio e di  studenti, passano la mano. A rilevare il locale saranno due ragazze,  che hanno tutta l'intenzione di non snaturare  la storia del locale.  Basti pensare  che Mauro ancora per qualche  settimana rimarrà dietro il bancone per rendere il «passaggio di  consegne» il meno traumatico  possibile, mentre la Mirella ha   fatto un «corso accelerato» di  cucina per le sue prelibatezze alle due giovani che d'ora in poi  porteranno avanti la gloriosa  tradizione del bar.
 Un bar racchiuso in pochi metri quadrati e che di certo non  deve la sua fama all'immagine o  alla pubblicità. Invece, a renderlo un luogo irripetibile era il  «mix» creato dagli avventori,  con giovani e anziani mischiati  assieme a bere un bicchiere di  «malva» o di lambrusco oppure  alla ricerca di vini più alla moda  come il Prosecco.   Ma quello che  contava, al bar Mauro, erano i  dialoghi. Quella possibilità di  parlare, di confrontarsi che nei  bar «usa e getta» della nuova  generazione è quasi impossibile  ritrovare. Lì si poteva stare seduti anche un intero pomeriggio  senza essere sollecitati alla consumazione. E poi il dialetto regnava come lingua sovrana, anche se Mauro, quasi come un signore d'altri tempi, rispondeva  sempre in italiano anche alle battute più salaci. Quando qualche  settimana fa è comparso il cartello «chiuso per infortunio» in  molti hanno pensato che si trattasse dell'ennesima chiusura  temporanea, come più volte era  accaduto negli ultimi anni a causa di qualche problema di salute.  
Invece, alcuni giorni fa si è spar sa la voce che Mauro aveva deciso di lasciare.
E allora in molti è venuta alla mente la promessa che ripeteva  ormai da più di sei anni, vale a  dire da quando la «sua» Ghiaia si era trasformata in un cantiere  infinito prima e poi in un «mostro» modernizzato come appare oggi: «Io rimango qui fino a  quando la nuova piazza non sarà  finita, poi vado via, perchè non è  più la Ghiaia». Detto, fatto: al l'inaugurazione della nuova  piazza, Mauro ha resistito soltanto qualche mese. Poi ha prevalso la voglia di abbandonare.   Anche se, per lasciare, ha scelto  nuovi gestori che gli hanno dato  la garanzia di continuare con lo  stesso stile che ha contraddistinto i suoi 43 anni di gestione dal  1968 fino a oggi.
Perché  Mauro , anche se nato  nella zona dei «Molén Bas» ha  sempre avuto la Ghiaia nel suo  Dna: «Ho iniziato a lavorare co me commesso da Cingi e Campari in via Farini, poi sono andato da Terzi, noto grossista di  tessuti di via Carducci e poi, sempre “sotto padrone”, sono andato  dai fratelli Pianforini».
E proprio questo trasferimento nella famosa bottega che ha  chiuso i battenti lo scorso anno,  segna di fatto il suo destino:  «Questo bar era in pratica una  mescita di vino, gestita da un certo Bruno Fava e dalla moglie  Noemi». 
Quando Bruno decide  che è giunto il momento di passare la mano, Mauro , che aveva  sempre avuto l'idea di aprire un  locale pubblico, prende l'occasione al volo: «Sono entrato qui nel 1968 assieme a mia moglie  Mirella, che lavorava da Cesari e  ho continuato fino a oggi».
 Una storia lunga, ricca di  aneddoti e di vita vissuta: «Ai  tempi del mitico Peppino Negri -  ricorda  Mauro  - qui venivano a  bere tutti i dipendenti del Regio,  che allora erano un gruppo incredibilmente vivace e pieno di  personaggi». Dal fiume dei ricordi affiorano alcuni nomi leggendari: come quello dei coristi  «Brodo», «Gamòn» e Gianni  Mainardi: «La vigilia di Natale  venivano qui dentro per cantare i  cori natalizi. Avevano una voce  che faceva tremare i lampadari e  la gente che passava nel borgo si  fermava per ascoltarli anche se la  porta era chiusa. Erano momenti davvero belli, con “al cor d'la  Giära c'al batèva fort”».  Il borgo,  fino a una ventina  d'anni fa, era  poi una vera e propria fucina di  personaggi: da «Torén», il simpatico portatore di handicap che  vendeva canarini all'angolo con  via Carducci, alla «limonen'na»,  detta anche «immangadora»:  «Era una donna - spiega  Mauro - che vendeva limoni, e da qui il  primo soprannome, ma anche  elastici, e da qui l'altro “stra nòm”, perché li allungava prima  di venderli e così imbrogliava  sulle misure». E poi il celebre  «mat Sicuri» («che era tutto  tranne che matto»), che entrava  all'ora di chiusura, comprava le  bottigliette di Prosecco e poi faceva trovare i vuoti («perché non  voleva bere nei bicchieri usati  dagli altri») la mattina dopo davanti alla saracinesca. Un'atmosfera quasi goliardica, di cui   Mauro  e il suo bar sono stati partecipi: «Gli scherzi tra i clienti  erano la regola. Una volta c'era  un anziano che veniva sempre e  aveva sempre il cappello. Una  volta, mentre lui beveva, lo hanno ristretto con del cartoncino.  Poi gli hanno detto “Al sät c'at  ghé la testa ch'la sé ingrosèta”? E,  visto che il cappello non gli entrava più in testa, è andato a casa  disperato, convinto di essere ammalato». 
Non solo popolino, però, è passato dal suo bar: «Sono  venuti, portati da Peppino Negri,  anche grandi artisti come la Proclemer o Renato Bruson».  Adesso, si volta pagina: dopo Pianforini, Moruzzi, la salumeria Beghi e la panettiera Luisa Cresci il  borgo della Ghiaia (alias borgo  Copelli) perde un altro dei suoi  personaggi storici. E la Ghiaia  si  ritroverà da domani ancora un po' più «povera» di quello spirito  che l'aveva resa famosa.

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