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Padre, madre e figlio: strozzati dalle bollette

Padre, madre e figlio: strozzati dalle bollette
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di Roberto Longoni

L'ultima bolletta, da pagare entro il 7  luglio, era di 946,16 euro. La prossima già ora costa scorte d'angoscia. Facile pensare che  il prossimo conto di acqua, luce e gas sia ancora più pesante: sarà il primo dopo il passaggio del contratto dai 3 ai 4 chilowatt e mezzo. Necessario, l'aumento di potenza, per portare in cima al palazzo l'ascensore che fino all'altro ieri non esisteva. Prima, tra la strada e il suo appartamento, questa famiglia aveva da affrontare il passaggio obbligato di 88 gradini. Provate a scalarli, immaginandovi in bilico sulle stampelle o aggrappati alla ringhiera,  e capirete che non sempre salire significa avvicinarsi al cielo. Anche se lassù al quinto piano hai il tuo piccolo angolo di mondo che non vorresti cambiare con nient'altro. Il disagio può anche essere «del sasso», specie quando la sventura non ti dà scampo: il cognome è tra i più parmigiani che si possano immaginare.  I nomi -  Giuseppe, Chiara e Francesco -  sono di fantasia, ma la loro storia è vera. Tristemente.  Giuseppe, il capofamiglia, è immobilizzato su una sedia a rotelle. Da un anno non  esce di casa. Ai domiciliari come gli arrestati, lui, «imputabile» solo d'aver sgobbato per 60 dei suoi 75 anni, senza mai piangersi addosso, senza chiedere nulla, facendosi voler bene per la sua generosità. Spesso è proprio a quelli come lui che la vita non fa sconti. «Ho iniziato a lavorare che ancora non avevo le scarpe - ricorda -. Ero dietro al banco di un negozio di pellame: tornavo a casa e mi mettevo a tagliare tomaie». Poi, commesso in un noto negozio del centro. «Facevo le vetrine e mi piaceva creare un clima di simpatia: le clienti cercavano sempre me». Si chiama Strumpell-Lorrain, la «colpa» di Giuseppe. Un morbo raro definito anche  «paraplegia familiare spastica» classificata tra le forme ereditarie spino-cerebrali, che comporta una degenerazione progressiva del midollo spinale. Trent'anni fa, Giuseppe già faticava a camminare. Ma dove le gambe stentavano, è sempre arrivata la forza di volontà: era quella a fargli da ascensore. Poi, non è più bastata. «Mi sono dovuto arrendere alla carrozzina» dice lui, abbozzando il sorriso di chi cerca di non far tragedie. Ha la stessa forza di volontà del padre, Francesco. Anch'egli  aggredito dallo stesso morbo, che a 39 anni già lo costringe sulla sedia a rotelle. «Ero invalido all'83 per cento, ora ho perso anche quel 17 per  cento di buono» prova a scherzare. Le braccia sono di quelle che sollevano armadi. Ma i piedi sono gonfi e le gambe da tre mesi non sollevano più lui. «A 15 anni lavoravo  in un prosciuttificio. Poi, sono stato operaio, facchino e infine carrellista. E una quindicina d'anni fa ho dovuto lottare per tirarmi fuori dalle conseguenze di un ictus». A camminare ha avuto problemi fino da quando era bambino.  «Avevo i tendini tirati e ho dovuto subire diverse operazioni. Ma non sono mai stato fermo: andavo in moto, sciavo». Nella stanza dei genitori, un disegno di bambino lo ritrae in tuta rossa, impegnato in una discesa sulla neve. «Fu mio fratello a disegnarmi». Lo fece poco prima di morire, falciato da un'auto. A otto anni. Un altro fratellino di Francesco aveva pochi giorni, quando fu ucciso da una malattia fulminante. Il «morbo» della madre Chiara  deve affondare buona parte delle proprie radici in questi dolori: la moglie di Giuseppe, per decenni sarta e andata in pensione dopo un periodo trascorso in segreteria al Maggiore, è disabile al cento per cento per  problemi nervosi (anche se lo scorso anno non le è stato riconosciuto l'accompagnamento). L'orologio della cucina scandisce i suoi appuntamenti con le pastiglie: dieci ne deve prendere ogni giorno. Altrettante Francesco. Giuseppe se la «cava» con sei. Ventisei pastiglie al giorno che danno una misura minima dei problemi di questa famiglia. «Eppure - dice un'amica di vecchia data - la dignità e la ricchezza morale che avverti varcando la soglia di questo appartamento sono enormi». Peccato che oltre a quella morale altri intravvedano una ricchezza d'altro tipo. Di chi, insomma, non ha problemi di soldi. «Così sarebbe, grazie alle tre pensioni e ai due accompagnamenti - prosegue l'amica -    se non fosse che le spese sono altissime. Ogni mese, Chiara  spende 210 euro per la cooperativa Aurora per le compere, il bagno quotidiano e le piccole faccende; 252 le spende Giuseppe, per  essere alzato e messo a letto e per essere a sua volta lavato. Per questioni d'età, le spese di questo tipo per Francesco sono invece a carico del Comune. Ora, però, i Servizi sociali vogliono che si assuma una badante, almeno per tenere la casa in ordine e perché ci sia la certezza che le medicine siano prese correttamente». Una spesa necessaria, così come quelle per mettere insieme la colazione con la cena. Come necessario era l'ascensore, per aprire un varco sul mondo a questa famiglia «murata viva». «Nessun altro nel condominio ha partecipato alla spesa - prosegue l'amica -. E' costato 45 mila euro, ma alla fine siamo riusciti a costruirlo». I risparmi di famiglia non sono bastati: una parte dei soldi è stata messa dai parenti. «Ci sono stati vicini. Avevamo chiesto un prestito: loro ci hanno fatto un dono». Ma resta il problema bollette, che bussa alla porta ogni paio di mesi. La lavatrice viene accesa almeno una volta al giorno, per ovvie ragioni, e chi la carica lo deve fare nella fascia diurna, la più costosa. Di acqua ne serve parecchia. E il gas, d'inverno, viene consumato in gran quantità, perché altrimenti Giuseppe e ancora di più Francesco sono preda di tremiti convulsi. «Abbiamo installato le doppie finestre, per migliorare l'isolamento, ma la caldaia deve stare accesa un bel po'» dice Giuseppe. «Ho provato a stare con due calzamaglie, ma il freddo si fa sentire lo stesso» gli fa eco il figlio. E ora c'è l'ascensore, per il quale è stata aperta una porta nel muro esterno della stanza nella quale il letto di Chiara è accanto a quello da ospedale di Giuseppe: una sbarra corre tra loro, ma dopo 50 anni di vita insieme non basta a separarli. Basta vedere come ancora si guardano, per capirlo. «Fossero stati in Trentino Alto Adige - aggiunge l'amica - la piattaforma elevatrice l'avrebbero avuta gratis. Invece, qui avranno seimila euro di contributo dalla Regione, oltre a un  rimborso del 36 per cento spalmato su cinque anni». L'ascensore aspetta solo il collaudo. Ma il contatore della spesa s'è già «sintonizzato» sulla tariffa da 4,5 chilowatt. «Abbiamo chiesto a Iren di accedere al bonus, alle tariffe agevolate - ricorda l'amica di famiglia - ma c'è stato risposto che il reddito della famiglia non lo permetteva. Lo sconto sulla luce lo fanno a chi vive attaccato a una macchina. A noi no. Ma, a questo punto, non c'è nessuno che si metta una mano sulla coscienza? Nessuno che voglia investire in buon senso i soldi di un bonus?» Troppo alte le entrate. Come se le uscite non le fossero.
 

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  • franca

    28 Luglio @ 11.08

    Dispiace tanto leggere queste storie, in primo luogo perché sono ammalati e soffrono. Auguro loro ogni bene. Certo però, leggendo la storia da fuori, uno si chiede: perché investire tanti soldi in un ascensore invece di vendere e comprare un appartamento a piano terra, magari con un giardinetto dove anche in maniera autonoma i signori potevano respirare un po'. ma mi scuso se ho detto una bestialità, solo che a volte lasciare una casa, anche se ci si è vissuti tutta la vita, in cambio di comodità e risparmio, può essere saggio. Comunque rinnovo auguri e solidarietà.

    Rispondi

  • Nocciola

    27 Luglio @ 20.13

    che storia straziante. Mi fa specie che nessuno del condominio abbia partecipato alla spesa. Saranno mica tutti giovani e sani? Ma con che coraggio possono guardare negli occhi questa famiglia?

    Rispondi

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