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Bimbi partoriti e abbandonati: rinati grazie all'adozione

Bimbi partoriti e abbandonati: rinati grazie all'adozione
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di Margherita Portelli

Ci sono ancora oggi bambini che vengono al mondo senza mamma. Spesso amati, ma rifiutati. Dietro, scelte compiute da madri lacerate da un dolore che non se ne andrà mai. Sono 400, in Italia, ogni anno. 36, a Parma, dal 2000 ad oggi.
Sono le «madri segrete», donne che decidono di dare alla luce il proprio bambino ma di non riconoscerlo, affidandolo alle cure di medici e infermieri in ospedale: scelgono il distacco, spinte dalla ricerca di una vita migliore per il loro piccolo, nel tentativo di piegare un destino meschino che le ha condotte alla decisione più penosa. Queste donne si avvalgono del «parto anonimo»: la legge italiana protegge i minori e le madri e consente (senza conseguenze civili o penali) a qualsiasi donna, che si reca in una struttura pubblica in prossimità del parto, di essere seguita e curata senza alcun obbligo di fornire le proprie generalità o altre informazioni che ne permettano l’identificazione.
Circondate dai fiocchi colorati, nelle corsie gioiose del luogo in cui si viene al mondo, queste mamme operano una scelta di rinuncia: lo portano dentro per nove mesi e poi hanno dieci giorni di tempo, quelli garantiti dalla legge per dichiarare una nascita, dopodiché basta. Il loro bambino non lo potranno vedere mai più, non sapranno il suo nome né il colore dei capelli. Rimarrà nella memoria il suono acuto del primo pianto, il primo respiro, ma lui sarà svanito, dissolto nell’abbraccio di un’altra famiglia.
«Sono straniere, perlopiù, la maggior parte di loro ha un’età compresa tra i 28 e i 35 anni, legate a una precarietà esistenziale che non permette loro di poter dare una vita dignitosa al figlio - spiega Laura Bompani, assistente sociale di Ginecologia, che in questi anni ha seguito i casi di parti anonimi dell’ospedale di Parma -. Oggi sono, sempre di più, donne consapevoli, la cui scelta non è in alcun modo legata a un discorso di inaffettività, abbandono o noncuranza, ma guidata solo dalla ferma volontà di voler dare al proprio bambino una vita migliore».
Immigrate, che scelgono di portare avanti la gravidanza perché spinte da convinzioni religiose o etiche, ma che sanno di non poter garantire un avvenire al nascituro. «Spesso sono donne che nel proprio Paese d’origine hanno già una famiglia, dei figli da mantenere, o che qui non hanno l’appoggio del compagno» continua la Bompani. Il fenomeno non sembra essere in aumento: «C'è una media di tre o quattro casi all’anno nella nostra città (60 a Roma nel 2010, ndr) - racconta l’assistente sociale -. Solitamente queste donne arrivano alla decisione del non riconoscimento mesi prima del parto, e noi siamo in grado di accompagnarle in questo percorso. Le conosciamo prima, la sala parto e l’ostetrica, al momento del parto, sono informate. Le dimissioni, poi, vengono concordate con loro».
Per un immenso dolore, però, c'è un’immensa gioia. Quella delle famiglie che accolgono in adozione i neonati non riconosciuti. «I bambini che nascono con parto anonimo nella maggior parte dei casi vengono dati in adozione nell’arco di 15 o 20 giorni al massimo - racconta la Bompani -. Per una giovane famiglia che ha avviato l’iter di adozione, solitamente un neonato è il massimo che si possa desiderare».
I nuovi genitori sono travolti da una gioia improvvisa, perché vengono a sapere dell’adozione solo pochi giorni prima. «La cosa buffa è che con alcune di queste famiglie rimango in contatto e, quando mi vengono a trovare, tempo dopo, mi sembra di notare somiglianza tra i genitori e i piccoli» aggiunge l’assistente sociale.
Le mamme naturali non hanno modo di ripensarci: «Lo sanno, che una volta presa la decisione, del bimbo, loro, non potranno mai più sapere niente - continua -. Gli è consentito sapere se stava bene al momento della dimissione, ma nulla di più. Anche con alcune di loro mantengo i rapporti. Mi vengono a trovare. Capisco che vorrebbero sapere qualcosa, ma non chiedono mai niente».
 

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