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Robinson Crusoe di casa nostra

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Margherita Portelli

Vietati i cellulari. Banditi gli orologi. Lo specchio non serve, e delle cose golose si fa a meno senza fatica. Ci sono gli alberi, il cielo di un’estate spiritosa che muta di continuo e l’acqua del fiume che scorre gelida. È un ritorno alla necessaria essenzialità: tu e la natura. Tu e gli altri: quelli che ti circondano, e a cui non serve mandare sms ma basta fare un fischio.
 Gli scout del reparto Pegaso Parma 9 sono accampati a più di un’ora di macchina dalla città. A Case Fazzi, proseguendo oltre Bedonia, c'è un angolo di verde che costeggia il Taro, tutt'intorno boschi e silenzio. È solo per pochi metri, ma si è già in Liguria. Questo è il campo estivo del gruppo scout che abbiamo deciso di raggiungere: una giornata insieme per farci raccontare un mondo che chiama a sé sempre più ragazzi, che affascina e che non tutti conoscono.
Loro sono esploratori, più grandi dei lupetti hanno un’età compresa tra i 12 e i 16 anni. Il reparto è diviso in tre squadriglie da sei: Lupi, Puma e Panda. Due capi scout e tre rover, giovani in servizio mandati da altri gruppi scout. Sono qui da qualche giorno e il campo ha un aspetto così ordinato da rendere difficile credere che, in poco più di 48 ore, i ragazzi lo abbiano tirato su dal nulla. Le tende rialzate fatte di travi, pali e giri di corda interminabili, farebbero invidia al più scafato Robinson Crusoe: l’area completamente decespugliata, il rubinetto collegato alla corrente del fiume e quattro galline chioccianti in gabbia danno l’idea di quanto l’uomo sia ancora in grado di fare tanto, con poco.
Ore 7.30. La vita al campo scout comincia alle 7.30: sveglia collettiva, ginnastica mattutina e colazione. Ci si lava con una saponetta nel fiume e via di uniforme. Il momento solenne dell’alzabandiera, la preghiera e infine i giochi pensati dai ragazzi. Quando è ora di pranzo ogni squadriglia arrangia un pasto, invitando i capi a banchettare insieme. I cambusieri, due giovani esterni chiamati in aiuto della squadra, «spadellano» solo i primi due giorni, poi tocca ai ragazzi: su le maniche e con i pochi ingredienti a disposizione si fa galoppare fantasia e spirito di sopravvivenza.
 Si mangia insieme, seduti a cavalcioni su travi collocate sotto le tende rialzate. Si può star lì per ore. Perché il tempo non ha fretta al campo. Nelle diverse attività gli esploratori si mettono in gioco davanti ai compagni, vengono responsabilizzati. «Come nelle missioni - ci spiega Giacomo Rozzi, 24 anni, capo scout -: i ragazzi vanno soli all’avventura, insieme ai componenti della propria squadriglia, con un obiettivo. Che ad esempio può essere quello di trovare ospitalità per la notte in cambio di servizi dagli abitanti della zona, il tutto ovviamente in piena sicurezza, perché costantemente collegati con noi grazie alle ricetrasmittenti. E poi tutti i giorni qualcuno prepara delle attività, oggi ad esempio una delle ragazze, Confidence, ha preparato i giochi d’acqua, organizzandoli in completa autonomia».
 In ogni campo giunge anche il momento del totem, una sorta di cerimonia iniziatica molto importante nel percorso di formazione di uno scout. Quando è sera e la luce svanisce, ci si raduna tutti intorno a un grande fuoco: si canta e si mettono in piedi scenette, che, come tante altre cose, vedranno l’elezione di un «migliore». Le gare di cucina, pionieristica, stile ed espressione permettono ad ogni squadriglia vincente di aggiudicarsi un trofeo (semplicemente un brandello di stoffa) da fissare al guidone, il bastone che distingue il capo squadriglia.
Al campo si abbandonano le comodità: non c'è un letto, una sedia, un lavandino o un gabinetto. La luce elettrica è un ricordo, così come le merendine o i gelati (anche se i capi assicurano di trovare ogni tipo di leccornia, nascosta qui e là nel bosco). Quindici giorni così, a chi non l’ha mai fatto, potrebbero sembrare problematici. In realtà bastano poche ore e tutto finisce per essere normale: al punto che in molti ci assicurano che una volta a casa, riabituarsi agli agi è impresa ben più ardua che non imparare a farne a meno.
 Tornare nella propria cameretta e preferire un modulo sul pavimento al materasso, in fondo, la dice lunga.
 

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