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Perché questo libro

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di Pino Agnetti
 Chi di noi o di voi non ricorda dove si trovava quel giorno? Cosa stava facendo? Come e da chi apprese la notizia? E cosa provò di fronte alle prime immagini trasmesse in diretta mondovisione? Dieci anni dopo il più grave attentato terroristico della storia, l’umanità intera si appresta a “ricordare”. E anche Parma non poteva sottrarsi all’esercizio, mai come stavolta necessario e doveroso, della memoria. Per questo ho scritto questo libro. Non per raccontare “il mio” 11 settembre. Ma per dare spazio e voce a quello della città in cui sono nato e sono tornato a vivere proprio dieci anni fa. Ed è per me motivo di ulteriore orgoglio che, a pubblicarlo e a diffonderlo, sia il giornale su cui mi onoro di scrivere da quasi altrettanto tempo. E ai cui lettori il libro è dedicato, nella speranza che essi possano non solo rispecchiarsi nelle sue pagine, ma anche trarne lo spunto e lo stimolo per ricordare “insieme”. Come comunità di uomini e di donne dai mille e più svariati “accenti”. E tuttavia unita – oggi come allora – dal rifiuto “senza se e senza ma” della ferocia umana e della negazione radicale della vita, non importa sotto quale veste o motivazione ammantate.
Se questo è dunque un libro “sulla nostra storia”, lo è maggior ragione in virtù delle testimonianze dei tanti personaggi di Parma che ho intervistato e che ringrazio di cuore per l’immediatezza e lo slancio con cui hanno accettato di rispondere al mio invito a rivivere e a raccontare “il mio 11 settembre”. Quel giorno in cui, di colpo, ci scoprimmo  e ci sentimmo “in guerra” tutti: chi la guerra l’aveva vissuta per davvero; chi ne aveva sentito parlare solo attraverso i ricordi dei genitori e dei nonni; chi infine l’aveva vista al massimo al cinema o per Tv. Tutti, dicevo, tranne forse chi si affrettò a liquidare l’11 settembre come un affare “privato” fra l’America e Bin Laden. Gli attentati di Madrid e Londra, come e ancor di più le guerre in Iraq e in Afghanistan, lo avrebbero successivamente smentito nella maniera più tragica e brutale. Alzando purtroppo a dismisura il bilancio, già di per sé mostruoso, delle vittime dell’attacco alle Torri Gemelle e al Pentagono di dieci anni fa. Una pagina attorno a cui è scontato che si continuerà a dibattere all’infinito. Ma che, nel caso di “Parma ricorda”, mi sono sforzato di tenere ancorata il più possibile alle innumerevoli storie “comuni” di chi, in quella mattina piena di sole, entrò come faceva ogni giorno nel World Trade Center di New York per non uscirne mai più. Se non gettandosi a capofitto nel vuoto dai grattacieli divorati dal fuoco come “The falling man” (l’uomo che cade), il cui tragico volo fa parte della dolorosa testimonianza anche per immagini del libro.
Quel giorno, a perire a migliaia come “The falling man” e come le tante vittime di cui ancora oggi non è stato possibile ricostruire l’identità, furono persone di ogni razza, sesso, credo religioso e nazionalità. Ed è anche questo che fa di Ground Zero e della memoria ivi custodita qualcosa di indissolubilmente “universale” e “nostro”. “Nostro” riferito in modo particolare a quanti non accettarono allora (e a maggior ragione si rifiutano di farlo oggi) di arrendersi al terrore e di diventare schiavi della paura. Non a caso, il libro si apre con l’immagine di due Vigili del Fuoco di New York mentre alzano la bandiera a stelle e strisce nel cratere ancora fumante di Ground Zero. E’ una scena che, nonostante lo sfondo inequivocabile di distruzione e morte, ci parla con una forza straordinaria di coraggio e di rinascita. E che, quindi, ci sollecita a “ricordare” nell’unico modo autenticamente credibile e degno: facendoci trovare anche noi pronti a rimboccarci le maniche e a fare sempre la nostra parte. Esattamente come fece quel giorno il pompiere di New York, ma originario di Borgo Val di Taro in provincia di Parma, Luigi “Louie” Cacchioli. Uno dei personaggi che ho intervistato nel libro. Uno al quale l’11 settembre ha cambiato sul serio la vita. Uno di quegli eroi assolutamente comuni ma “non per caso”  che, dieci anni dopo, ci fanno percepire ancora il confine fra il bene e il male. E che, quando le forze del secondo sembrano ormai sul punto di prevalere, ci mostrano che non abbiamo altra scelta per riuscire a salvarci che dire ai nemici di Dio e dell’umanità: “Non abbiamo paura!”.

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