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Sara Lusardi e quei ricordi di vecchi sapori

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Mara Varoli
Signora Lusardi, ma se ora avesse vent'anni, che donna sarebbe? «Sarei una contro. Sempre, contro tutto». Certo, come nel suo cammino, tra i boschi e sotto la pioggia. Una donna che sa ancora stupirsi, di una femminilità senza tempo. Che sa il fatto suo: la prima in Valtaro a portare i pantaloni.  Persino in chiesa. La porta della casa di via Cairoli si apre. E Sara Raffi Lusardi ci invita a una chiacchierata in cucina, mentre la dolce Zewedi prepara il caffè. Sul tavolo, alcuni dei libri che la signora Lusardi ha scritto a Montarsiccio. E tra le copertine, la ristampa  de «La cucina della tradizione in Valtaro e Valceno», voluta dall'Accademia italiana della cucina, da Giorgio Orlandini, edita e distribuita da «Gazzetta di Parma»: un volume che è andato esaurito i primi giorni di vendita con il giornale. E che ora torna in edicola con una ristampa, viste le richieste dei lettori. Un libro di ricette, di piccole storie che ci appartengono, ma anche ricco di profumi, sapori e di ritratti di un passato stretto alle vallate nel Dopoguerra. E lei, Sara Raffi Lusardi, quei ritratti li ha ricomposti con cura. E con tutta l'emozione per quella terra. Tant'è che alla domanda più ovvia, «perchè questo libro?», è subito pronta, rileggendo certi appunti «pasticciati» su un foglio a quadretti:    «Invecchiando vivi sempre più di ricordi - dice -. Ritornano le figure delle persone care scomparse e le rivedi in quell'ambiente che fu pure tuo. Negli anni Settanta, essendo andato in pensione anche mio marito i soggiorni al villaggio si fanno quasi stabili. Ed è allora che, osservando l'habitat circostante esso medesimo ti fa riaffiorare  vivi i ricordi e ti porta a un raffronto tra ieri e il presente. Un raffronto triste: evidente è il degrado degli usi e costumi del villaggio. Ieri, quello della mia infanzia, un'infinità di suoni e di colori che stanno scomparendo. E allora nasce il desiderio di ascoltare le persone anziane, quelle che hanno vissuto il villaggio anche prima di te. Argomento privilegiato di questi incontri è l'alimentazione, proprio perchè il cibo è uno degli elementi essenziali per la vita e il divenire medesimo dell'uomo. Gli usi e i costumi ad esso legati sono rivelatori. Le ricette, anche se può non sembrare, sono rivelatrici di quali siano le risorse e i limiti di un territorio e, soprattutto rivelano, di volta in volta, le capacità sì di adattamento attuate dall'uomo, ma soprattutto la sua sagacia, le doti di intraprendenza, addirittura di inventiva. Scopri le radici di una cultura, la nostra, su cui costruire il futuro». E il racconto coinvolge, diventa specchio di una realtà in cui il lettore può riconoscersi, con modi e parole diversi. La signora Lusardi ha due fedi al dito, con quella del marito Riccardo. Gli affetti sono il filtro per rileggere la storia, per interpretare un mondo che è molto cambiato da quando lei era bambina. «I primi sei anni della mia vita, sono stata allevata dalla nonna materna Jenny, che era emigrata in America, per seguire l'amore, contrariamente a quello che avrebbero voluto i genitori. Mia madre Matilde Molinari era nata nel New Jersey, poi insieme alla famiglia tornò a Bedonia, dove conobbe mio padre Giovanni. Non so - si ferma improvvisamente - le sto creando confusione?». Poi riprende: «A sei anni mi passano alla nonna paterna, la nonna maestra, Aurora, che insegnava a Montarsiccio. Arrivata in quinta elementare sono andata a scuola dalle Salesiane, a Parma. Quindi sono passata alle magistrali. Piglio il diploma, concorro per l'Università del sacro Cuore, vinco, ma rimango a casa. Un lutto famigliare mi impedisce di proseguire gli studi. Quindi mia madre mi tiene accanto a lei. Finchè non scappo». Nella sua eleganza, in quel corpo esile, in quella sensibilità fine e intelligente, trova il coraggio, di vivere una vita impegnata. «Nel 1938,  il fascismo apre una scuola di avviamento agrario a Bedonia. E cercavano per l'insegnamento studenti universitari. Io, di nascosto, mi ero iscritta a Ca' Foscari a Venezia, e così presi la cattedra di educazione domestica e ritornai in famiglia, abbracciata alla madre. Diventai pure preside. In realtà avevo altri sfizi, soprattutto per quel tempo: mi piaceva fare l'attrice comica, ma ho tradito la mia vocazione». Imprevedibile, in questi suoi «canti» dell'Appennino. A 91 anni, con l'ironia di sempre. Nel 1940 si innamora di Riccardo. E lo segue a Noceto, dove il marito lavora in banca. Ma lo richiamano a militare e Sara torna a Bedonia. Nel '43 fugge e va come partigiano in montagna. Sara lo segue nuovamente, a Montarsiccio con il piccolo Sergio, di appena due anni. «Qui si sta mezzi nascosti, mio marito va e viene». Diretta, come «Racconti del tempo di guerriglia», il libro scritto nel 1978. Capace di arrivare al punto, tant'è che il partito comunista le chiede di andare in Parlamento. «Tu ci vai, mi dissero. Ma poi mio marito mi dissuase dall'idea. Così uscì dal partito». Con Riccardo e con i figli Sergio e Fabio visse per un po' a Roccabianca, quindi a Collecchio, dove mise in piedi una scuola, l'attuale media, mettendo d'accordo quei compagni comunisti e i preti. Lì, come segretaria e insegnante, fino al pensionamento del marito e al ritorno a Montarsiccio: la casa, la famiglia e un tavolo per scrivere. Dal 1986 ovvero dalla nascita del suo primo nipote, viene a vivere a Parma: ora con la fedele Zewedi. Durante il giorno guarda i tigì, «per arrabbiarsi», dice, mentre alla sera ci sono i film: «Adoro il cinema». Cattolica ma non troppo praticante, per colpa di una gamba che fa le bizze, a volte in San Giovanni e a volte nella cripta del Duomo. Si ritrova con gli amici sulla panchina del Battistero e ogni tanto cucina: «Mi piace preparare la torta di patate con pane grattugiato o con il semolino: ai miei nipoti piace tanto. D'altronde i sapori sono quelli legati ai ricordi d'affetto». Esattamente come la sua colazione, la stessa di nonna Jenny: il caffè con la panna scremata fresca, poi pane burro e fettine di pomodoro. E come l'odore dell'intingolo di funghi di nonno Felice. E ancora quel brodo un po' unto, per via della gallina, e il ripieno, la salsina di prezzemolo e aglio di nonno Bigio. «Bigio poi era bravissimo a preparare lo zabaglione con i savoiardi e le amarene sottospirito. Io lo mangiavo tutto, nonostante il Marsala». Infine la polenta, simbolo di socialità, quasi al pari del pane: oggi nella cucina di via Cairoli, ieri nel tinello della casa di Montarsiccio, cucinando sopra la grande stufa. E Sara appartiene ancora a quel mondo lì, mosso da angeli del focolare, al tempo stesso donne forti, che portavano i recipienti d'acqua sulla testa, lungo le mulattiere, e il concime nelle ceste di vimini. «A me - interrompe - ha giovato l'amicizia con Giorgio Torelli, con Flaminio Musa, Giannino Agazzi e Claudio Mazzadi: amici che mi hanno sempre sostenuta e compresa». A lei ha giovato la famiglia, Montarsiccio, Segarino, dove è nata e dove si è costruita una seconda casa, in mezzo a quel prato, scelto per ricordare e per scrivere «La cucina della tradizione in Valtaro e Valceno». Un libro buono per le scuole, per dare una mano ai ragazzi di oggi: non è vero signora Lusardi? «C'è chi lo aveva già adottato con i propri alunni - risponde -. Comunque sì, è un invito alla sobrietà. Un invito a usufruire del tempo, diversamente dal consumismo, con la consapevolezza, per non sperperare le nostre risorse, di essere parte di un ecosistema».

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