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Addio al sorriso di Felice da Parma

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Gian Luca Zurlini


Parma  si è risvegliata più «povera» e più triste. Nella notte fra mercoledì e ieri si è infatti spento per sempre a 86 anni il sorriso inconfondibile di Felice da Parma, al secolo Felice Bonazzi.  E   il suo ultimo passo, quasi come un segno inequivocabile del legame indissolubile con la «citè pù béla dal mond», per usare una sua definizione, lo ha compiuto nella clinica «Città di Parma», a poche centinaia di metri in linea d'aria dalla zona dei «capanón dal Castlèt» in cui era cresciuto.    Perché Felice da Parma era, anzi è, il prototipo delle definizioni del vero «pramzan» a tutto tondo:  «dal sas», «capanón»,  «strajè»,   «cór in man», «inamorè äd Verdi» e via andando.   Nato nel cuore dell'Oltretorrente popolano nell'allora borgo dei Minelli (nella zona dove oggi si trova via Costituente), poi demolito per volontà del regime fascista, «traslocò» ai «capannoni del Castelletto» ancora ragazzino e amava dire che «jén stè la mè Universitè».  E la sua vita sembra uscita dalle pagine di  un romanzo: il papà si chiamava Amonasro come il padre di Aida e la nonna paterna, Gisella Adorni, era analfabeta ma conosceva a memoria tutte le opere liriche di Verdi. Un'«impronta» che gli è rimasta per sempre nel Dna. Dopo i «capanón» finisce per sette anni anche all'orfanotrofio Vittorio Emanuele di via Imbriani («par podér magnèr dò volti al dì») e appena finita la guerra sposa  la donna che gli è stata accanto fino all'ultimo, la «sua» Rina.  Per trovare lavoro lascia Parma per fare lo strajè-lavapiatti all'Isola d'Elba («prendevo mille lire di paga per 4 mila piatti al giorno») e poi ancora in giro per l'Italia, prima a Sanremo e poi a Milano, dove nasce il soprannome che lo accompagnerà per tutta la vita, Felice da Parma, perché «dappertutto parlavo sempre della mia città». Ma «l'inamorè äd Pärma», come lui stesso amava definirsi, deve aspettare la fine degli anni Sessanta prima di tornare sotto «il tõri di Pavlot», che per lui erano il vero simbolo della città. In mezzo, una parentesi a Bologna come gestore nientemeno che di un night club chiamato «Bonnie and Clyde».  A casa ci ritorna grazie alla chiamata di Renzo Fornari, fondatore e all'epoca proprietario della Scic,  che lo ingaggia per la «réclame» dell'azienda durante le gare ciclistiche e le manifestazioni sportive. Da quel momento in poi la storia di Felice e quella di Parma tornano a coincidere e la sua personalità vulcanica lo fa diventare un personaggio «a tutto campo» della vita sotto «l'angiolén dal Dom».  Gestisce per alcuni anni un ristorante in via Gramsci, dove lui era «il maestro di sala» e la «sjòra Rina» la «rezdóra» tra i fornelli dove trionfavano, ovviamente le specialità parmigiane.   Alla gastronomia Felice abbina altre due passioni che più parmigiane non si può: il dialetto e la lirica. Per «la sò léngua», che non ha mai smesso di parlare anche quando era «strajè», si fa in quattro e così «inventa» una trasmissione radiofonica che per più di 30 anni, su varie emittenti, darà la sveglia ai «pramzàn». «A la maten'na bonóra», questo il titolo, con Felice che si alzava sempre all'alba per andare «a parlèr con la mè genta». Con la neve o con il solleone lui era sempre lì, sulle onde dell'etere, fra una romanza della sua infinita collezione di dischi e cd e una notizia letta dall'amata «Gazzetta» inframmezzate da battute in dialetto.  L'unico «stop» in agosto, quando Felice si trasferiva armi e bagagli in un camping della Partaccia a Marina di Massa e per un mese  «parmigianizzava» il mare della Toscana.   Ma la migliore espressione del suo carattere solare e aperto è stato il «Cor Pramzan», il sodalizio di volontariato in cui si è formata la celebre coppia con la Lidia e che per quasi trent'anni, dagli anni Settanta fino ai primi anni Duemila, ha «addolcito» le domeniche degli anziani di Parma («i nòstor vec») ospitati nelle case di riposo e raccolto fondi per opere di solidarietà. Tutto con il sorriso sulle labbra, la battuta sempre pronta e «sensa ciapèr gnan na ghinea», come ricordava orgogliosamente lui stesso.   Ma Felice è stato anche un «nonno vigile», un marito, un padre e un nonno e bisnonno affettuoso, un testimonial perfetto per alcuni riuscitissimi spot su tv e radio locali (chi non ricorda quello di un supermercato reso famoso proprio dall'irresistibile duetto fra lui e la Lidia?).  E poi ancora un tifoso di calcio, juventino fino a quando il  Parma è arrivato in A e poi crociato senza dubbi di sorta. Per anni è stato il presentatore-animatore del «Battistero d'oro», la festa dello Juventus club Parma che si teneva al San Marco di Pontetaro e con la sua sfacciataggine riuscì a far sorridere persino l'altezzoso Michel Platini.  «Padrone di casa» lo è stato anche alla festa del Parma Club Fidenza Amore per il Parma di Giuliano Baroni, in cui ha sempre portato una nota di allegria e di colore. Il sorriso sulle labbra  gli si è spento una sola volta: quando era andato all'Heysel di Bruxelles per assistere alla finale di Coppa Campioni  tra la «sua» Juventus e il Liverpool ed era tornato a casa  con le lacrime agli occhi per i morti e la tragedia che avevano sconvolto la serata. Per farlo tornare in uno stadio c'era voluta la promozione in A del Parma,  ma il ritorno era stato per una fede gialloblù e non più bianconera.   Nella primavera scorsa aveva anche «confessato» di essere l'autore di quel «W Adorni» che per decenni ha campeggiato sulla campata di un ponte ferroviario alla Crocetta. E a giugno aveva fatto «la réclame», come diceva lui, per una rubrica dialettale di Enrico Maletti.   Alla «sua» Parma lascia in eredità un patrimonio fatto di genuinità e di schiettezza e l'amore senza risparmio che le ha dedicato fino all'ultimo istante di vita..
E ai figli Maurizio «Lillo», ex dipendente del nostro giornale, e Valeria  e alla moglie Rina si stringe in questo momento di dolore con affetto  tutta la grande «famiglia» della «Gazzetta».

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  • jreed

    29 Aprile @ 09.33

    Che dire, una bella persona che se ne va, condoglianze alla famiglia e a quanti gli hanno voluto bere.

    Rispondi

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