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Licia, studiosa di Parma negli scavi in Libia: "Preoccupati per colleghi e amici: da mesi non abbiamo notizie"

Licia, studiosa di Parma negli scavi in Libia: "Preoccupati per colleghi e amici: da mesi non abbiamo notizie"
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di Andrea Violi

Ogni anno Licia prendeva tre settimane di ferie e da Parma volava in Libia, per lavorare in una missione archeologica. Fino al 2010: c'è la guerra e non si può più partire per studiare i reperti dell'antica città romana di Leptis Magna. Licia e i colleghi sono in pensiero per gli amici e collaboratori libici: da quando si è iniziato a sparare, nessuno del gruppo è riuscito a stabilire un contatto dall'Italia. Ora Licia spera che i libici riescano a superare i problemi che la guerra porta con sé. E come studiosa desidera di tornare fra le rovine di uno dei siti archeologici più belli del Nordafrica. Un'area che i libici stessi hanno difeso dalle bombe: negli ultimi anni si era creato un movimento di turisti e un indotto. Insomma, le rovine di Leptis Magna danno lavoro.
Lei si chiama Licia Usai, ha 41 anni, vive in città e ha accettato di raccontare la sua esperienza a Gazzettadiparma.it. Lavora come tecnico di radiologia al Maggiore ma una volta all'anno prende le ferie per unirsi a un'équipe di archeologi dell'Università di Roma Tre impegnati in una missione di studio in Libia. La prima laurea di Licia Usai infatti è in Scienze Naturali, con dottorato in Paleoantropologia. Se si trovano ossa umane in un'area archeologica, il suo compito è quello di capire se si tratti di adulti o bambini, uomini o donne, se abbiano segni di malattie, in quali condizioni siano stati cremati o sepolti e così via.
La prima volta in Libia da paleoantropologa è stata fra il 1995 e il 2000, impegnata con un dottorato dell'Università di Pisa. Licia è diventata tecnico di radiologia nel 2004 e l'anno dopo si è trasferita a Parma. Il suo primo lavoro però le è rimasto nel cuore, tanto che nel 2006 ha colto l'opportunità di unirsi a una missione archeologica guidata dalla professoressa Luisa Musso. Una decina di persone, compresi alcuni studiosi libici, che devono classificare e studiare i reperti di una necropoli romana. Per chi si occupa di scheletri, il lavoro non manca di certo.

IN PENSIERO PER GLI AMICI IN NORDAFRICA. Secondo la tabella di marcia iniziale, il gruppo di Roma Tre sarebbe tornato a Leptis Magna nel 2011 e nel 2012, sempre fra ottobre e novembre. La guerra ha fermato tutto, anche se già fra un anno la situazione potrebbe sbloccarsi. Intanto c'è preoccupazione per la sorte delle persone che a Leptis lavoravano con gli italiani dal mattino alla sera.
«Da quando è iniziato il conflitto, non abbiamo notizie dei nostri colleghi in Libia - spiega Licia Usai -. I canali di comunicazione ufficiali si sono completamente persi. Ai cellulari non rispondono; un altro è iscritto a Facebook ma non aggiorna la pagina da tempo. È normale che tutto sia sospeso... ma non sapere come stanno i nostri amici ci fa un po' preoccupare. Speriamo di riuscire a sapere qualcosa. E di poter tornare a proseguire il lavoro iniziato».
Su Gazzettadiparma.it Licia ha letto un articolo dell'inviato Ansa, secondo cui Leptis Magna è intatta ma abbandonata. Sul web ha visto anche un video girato di recente che avvalora questa tesi, ma lei non è convinta. «Sembra che a Leptis sia rimasto tutto come prima - rassicura la Usai -. Anche prima della guerra se qualcuno voleva razziare, poteva cercare di farlo. La pulizia c'era però Leptis Magna è enorme e anche prima nelle zone in cui i turisti non andavano c'erano erba alta e sabbia. Con le loro forze, i libici facevano comunque un gran bel lavoro».
La paleoantropologia e l'archeologia in genere appassionano molto Licia. Uno dei suoi ricordi più emozionanti? Essere la prima persona entrata in una tomba della necropoli di Leptis rimasta chiusa per migliaia di anni.

COME VIVONO GLI ARCHEOLOGI ITALIANI IN LIBIA? Le missioni archeologiche a Leptis Magna si sono svolgono su invito del Dipartimento delle Antichità del governo di Tripoli. Entro maggio arriva l'invito, poi gli studiosi inviano i documenti all'ambasciata di Libia a Roma, in modo da avere il permesso di lavoro e partire per ottobre-novembre. Un volo diretto, dopo il 2003... Ma quando c'era l'embargo, si atterrava a Djerba, si aspettavano lunghe ore di controlli delle guardie di frontiera della Tunisia e poi della Libia e dopo altre ore di strada su un pulmino del Dipartimento si arrivava a Leptis Magna.
Di fronte alle rovine romane c'è una “casa delle missioni”, un edificio costruito dagli italiani negli anni '30: ha quattro appartamenti, una cucina e un salone da pranzo, utilizzati a turno per tutto l'anno dai gruppi provenienti da diversi Paesi. Ci sono anche i laboratori, il magazzino e gli uffici.
La giornata degli studiosi è così scandita: colazione alle 7, alle 8 si è già nel sito archeologico. Dopo la pausa pranzo, si lavora dalle 15 fino alle 18 o alle 19. «Alla sera, dopo cena, facciamo vita fra noi: grandi chiacchiere, partite a carte... un po' di tv di recente, grazie al satellite - racconta Licia Usai -. Lì di fianco c'è un bar ristorante, dove si può prendere un tè. Niente alcolici, d'altronde bisogna sempre avere rispetto, anche evitando scollature e abiti attillati, ad esempio. I libici che lavorano con noi si sentirebbero a disagio e non sarebbe giusto non rispettare queste cose». La Usai rimarca più volte l'importanza del rispetto. Un concetto che in Libia comprendeva che si evitasse di parlare pubblicamente di politica.

LA LIBIA PRIMA DELLA GUERRA ERA SICURA. MA DI POLITICA NON SI DOVEVA PARLARE. La fine dell'embargo, nel 2003, aveva fatto germogliare il movimento turistico a Leptis Magna. I grandi numeri erano di là da venire, ma i risultati erano incoraggianti: «Iniziava ad esserci un movimento di turisti, occidentali ma anche locali. Al venerdì la città era piena di libici, cosa difficile da vedere durante l'embargo. Hanno messo un cancello, si pagava il biglietto... C'erano i bar, i negozietti di souvenir... per la gente l'indotto era importantissimo». Ecco perché Licia Usai non è affatto stupita di chi riferisce che la popolazione ha subito pensato di proteggere l'area antica
Un Paese povero ma in cui la gente vive con quello che ha, senza il nostro superfluo. Un Paese dove puoi trovare colori, profumi e gente disponibile. Un Paese dove tutto sommato puoi girare tranquillamente. Basta non occuparsi di politica. Così Licia Usai ricorda la Libia dell'epoca di Gheddafi. «Il venerdì andavamo a Tripoli, normalmente al museo e al suq, il mercato - spiega la studiosa parmigiana -. Era divertente immergersi in questo folklore: le contrattazioni, gli scambi dentro un negozio per decidere il prezzo di un souvenir... Andandoci per anni, ormai i venditori ci aspettavano e ci conoscevano. Avevamo anche un nome arabo: io ero Jamila, che vuol dire la bella».
Vista da qui, ci si può immaginare la Libia come un posto non molto sicuro anche prima del conflitto. Ma Licia Usai assicura che non era così: «No, non era pericoloso e comunque noi non facevamo politica. Sai che ci sono abitudini diverse e devi rispettarle: fatto questo, non hai problemi. I libici non parlavano del Capo - di Gheddafi - ma scherzavano molto su Berlusconi».

 

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  • Hadi Ghellali

    01 Ottobre @ 13.46

    la setuasioni in Libia Misurata e Lipts Managa e tripoli fine al confine di tunis anche cerenaica l VITA NORMLE CALMA SIETI BUON VENUTI MA NON ADESSO IN QUESTO PERIODo tante care salute e buonana fine settemana

    Rispondi

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