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L'intervento del presidente di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza

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L'intervento integrale del presidente nazionale di Legambiente Vittorio Cogliati Dezza sul rapporto "Ecosistema urbano".

Paura di innovare?
Il pregio di indagini che si ripetono annualmente è che, nella serie storica che via via si va costruendo, è possibile leggere, anno dopo anno, le tendenze , le svolte, i rallentamenti sullo sfondo di un’idea, di un disegno, di una prospettiva. Se c’è.
Ecosistema Urbano risponde in pieno a questo compito. Alla sua 18^ edizione sta proprio qui, forse, il suo significato più pregnante, perché Ecosistema Urbano evolve e man mano che emergono nuovi problemi si dota degli strumenti più adeguati per registrare le novità.
Quest’anno la novità principale è il dimensionamento delle classifiche secondo tre grandi categorie: 15 grandi città, sopra i 200.000 abitanti, 44 medie città, tra 200.000 e 80.000 abitanti, e 45 piccole città sotto gli 80.000 abitanti. Ad ognuno secondo le sue difficoltà, si potrebbe dire. Così la classifica si fa più trasparente e il confronto tra esperienze e risultati raggiunti sarà più fruttuoso. Ma sarà anche più difficile nascondere le proprie responsabilità o inettitudini. Perché è proprio questo che preoccupa Legambiente. Al di là della posizione in classifica, se si va a guardare il punteggio di ogni città, salta agli occhi che non ci sono sostanziali variazioni rispetto al 2009, e se ci sono, nella maggioranza dei casi, sono in negativo, vale per Varese come per Reggio Calabria. Un vero e proprio stallo. Perché? Non c’è innovazione, le amministrazioni locali hanno avuto paura di cambiare passo e di imboccare con determinazione la strada del cambiamento nelle politiche per le risorse idriche, dove eccesso di consumi e dispersione della rete rappresentano una drammatica costante,  come nel governo della mobilità, dove non solo le pedonalizzazioni, ma persino le corsie preferenziali per i mezzi pubblici, che sono a costo zero, sono bloccate, o ancora nelle politiche per abbattere le emissioni di CO2 e sviluppare la riqualificazione energetica in edilizia, nonostante i regolamenti edilizi siano spesso strumenti ben fatti. Qui, in particolare, se qualcosa si è fatto è stato grazie ai singoli cittadini che con il 55% hanno investito nella propria abitazione, mentre, al contrario di quello che sta succedendo in Europa, non vediamo ecoquartieri, ma neanche edifici a zero emissioni, se non in pochi casi isolati, spesso più diffusi nei piccoli comuni che nelle città medio grandi.
Manca una capacità politica di pensare, di immaginare, prima ancora di realizzare,  un altro modo di muoversi in città, di consumare, di usare l’energia, un’idea diversa del modo di essere comunità urbana. Il modello è sempre quello della dispersione energetica, del trasporto privato, dello spreco di acqua. E poi si interviene con misure tampone, iniziative spot, incapaci di rispondere alle direttive europee. Manca la politica, a livello nazionale, perché non ci sono standard, obiettivi, obblighi a cui rispondere sul territorio e mancano le esperienze innovative. La riprova, paradossalmente, ce l’abbiamo là dove qualcosa sta cambiando: il mondo dei rifiuti, l’unico settore dove modelli organizzativi sperimentati hanno fatto impennare la raccolta differenziata, al nord come al sud. Negli altri settori la situazione è stazionaria, anche iniziative innovative come l’ecopass o il car sharing, segnano il passo, non hanno alcuna espansione virale. Sempre più somigliano a cattedrali nel deserto, in cui i lavori si sono interrotti a metà e non hanno creato intorno a sé nessun tessuto virtuoso. Esperienze positive, ma isolate che non riescono a crescere, che non fanno tendenza.
Quest’anno, poi, con Ecosistema Urbano vogliamo accendere i riflettori su un aspetto che nelle tornate elettorali degli ultimi anni ha attirato l’attenzione dei mass media e la propaganda politica: il tema della sicurezza. Troppo spesso ridotta solo alla sicurezza nei confronti della delinquenza, di origine italiana o straniera. Eppure in città ci sono altri rischi, ben più consistenti, e se si dovesse tracciare una mappa del rischio per gli abitanti delle nostre città scatterebbero in cima alla classifica il traffico automobilistico, il lavoro, lo smog, la siccità e la saltuarietà dell’approvvigionamento idrico. Per non  parlare del rischio sismico o di quello provocato dalla presenza di grandi impianti industriali. Se si volesse davvero avviare una nuova stagione di politiche urbane bisognerebbe cominciare da qui per costruire una città a misura dei suoi abitanti. Per affrontare le tante emergenze con idee nuove, con tecnologie avanzate, con nuove forme di partecipazione e coinvolgimento degli abitanti.
Il persistere dello stallo emana ombre inquietanti sul futuro prossimo delle nostre città. Come sarà possibile in una situazione di pesanti ristrettezze economiche avviare le politiche innovative di cui parliamo da qualche anno? Se nel 2012 le risorse regionali per il trasporto locale saranno ridotte al 25% di quelle del 2010, se servono 60 mld per risanare il sistema idrico, che in gran parte coinvolge anche i centri urbani, se le finanze locali sono già allo stremo, se l’evasione fiscale e l’illegalità organizzata mettono a repentaglio il futuro del Paese, se l’unica prospettiva è quella di vendere i gioielli di famiglia e gli oneri di urbanizzazione continuano ad essere l’unica fonte per ripianare i debiti e provare a riempire le casse esauste dei comuni, se tutto ciò procede lungo il pendio così avventuristicamente imboccato, cosa succederà alle politiche urbane? Eppure da qui passa gran parte della risposta alla crisi economica. Dai nuovi stili di vita e dalle domande di nuovi prodotti che verranno dalle città e dai suoi abitanti c’è la possibilità di sostenere e sollecitare nuove filiere industriali, nuovi consumi,a partire dalla riqualificazione urbana. Perché non vincolare, ad esempio, gli oneri di urbanizzazione solo al recupero del patrimonio esistente?
Non spetta ad Ecosistema Urbano il compito di ragionare di proposte, ma certamente Ecosistema Urbano continua ad essere una grande fotografia delle politiche ambientali urbane. E’ quindi questa un’occasione per segnalare non solo cosa non si fa, ma anche le potenzialità che oggi si intravedono nel rispondere contestualmente alle emergenze delle città e alla crisi economica. Un buon termometro della qualità delle nostre città che quest’anno deve registrare l’irrompere della questione etica. Non abbiamo indicatori che diano la misura di questa deriva, ma certamente Legambiente non può rimanere in silenzio davanti al degrado di quanto successo nel Comune di Parma. Una città che nel corso di questi anni è riuscita a costruire un livello invidiabile di qualità urbana, nonostante gli indicatori negli ultimissimi anni non abbiamo registrato alcun miglioramento. La tempesta giudiziaria che ha investito la Giunta comunale ci obbliga e collocare Parma fuori classifica. Anche se i dati ambientali continuano a rimanere buoni rispetto al resto d’Italia, pensiamo che l’etica pubblica sia un valore sovraordinato a cui non possiamo rinunciare. Con estrema trasparenza, in attesa che la giustizia faccia il suo corso, vogliamo segnalare pubblicamente il rischio del degrado nella vita civile del Paese, là dove anche il solo sospetto di corruzione e irregolarità offuschi il governo del bene pubblico.
 
Vittorio Cogliati Dezza
Presidente Nazionale
Legambiente

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • el loco

    18 Ottobre @ 09.22

    il grande moralizzatore. è iniziata la campagna delle elezioni 2012.

    Rispondi

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