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In via Burla 90 detenuti tossicodipendenti

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Margherita Portelli
C'è chi, in carcere, è rinchiuso in una doppia gabbia: quella tangibile della cella, e quella psichica (e spesso fisica) della dipendenza da droghe.
I carcerati da sempre sono considerati una popolazione a rischio per quanto riguarda la tossicodipendenza. Alla fine degli anni Ottanta ci si era resi conto che un terzo dei reclusi, in Italia, aveva problemi di droga: questo, ovviamente, perché la dipendenza da sostanze facilita i comportamenti delinquenziali, e quindi l’incarcerazione.
Ecco perché da tempo, anche a Parma, esiste l’«Equipe carcere», un team multidisciplinare, afferente alla Sanità penitenziaria, preposto all’assistenza dei detenuti con problematiche di dipendenza, operante all’interno della casa di detenzione. Da poco ribattezzata Nart (Nucleo assistenziale riabilitazione tossicodipendenza), questa realtà opera all’interno delle mura carcerarie della nostra città dagli anni Novanta, assistendo, al momento attuale, circa 90 persone.
Quasi tutti dipendenti da droga (solo una decina gli alcolisti), i detenuti in questione vengono seguiti da una squadra che comprende 3 psicologi e 2 educatori (a rotazione), un medico e un infermiere (a 30 ore), e un coordinatore.
L'importanza di trasformare la detenzione in un momento utile a motivare il cambiamento, ce la spiega Paolo Volta, coordinatore del Nart e direttore del Programma di dipendenze patologiche dell’Ausl di Parma. E il paragone che utilizza, calza a pennello: «Se un fumatore si trova un’intera giornata forzatamente senza sigarette, quando finalmente alla sera riesce a procurarsele, non solo fuma, ma magari se ne accende 2 o 3, una dietro l’altra».
Ecco perché un tossicodipendente che finisce in carcere, e magari passa dei mesi senza assumere sostanze, non può considerarsi «fuori dal giro», ma, anzi, si avvicina a un momento, quello del ritorno alla libertà, potenzialmente molto pericoloso, perché a rischio overdose. L’astinenza forzata della detenzione non ha valore se non è supportata da un percorso di ripresa nel quale si tenta di accompagnare il tossicomane alla coscienza e all’intenzione.
«Esserne fuori non è una questione di tempo, ma di convinzione» puntualizza Volta. «Tra le persone che seguiamo c'è un forte turn-over, perché solitamente i tossicodipendenti si macchinano di reati minori, e in poco tempo vengono rimessi in libertà - continua -. A Parma, poi, le percentuali sono più basse rispetto ad altre carceri, e questo si spiega con il fatto che nel nostro penitenziario ci sono i detenuti del 41 bis, che solitamente non sono dipendenti da sostanze, e vi è inoltre una sezione per paraplegici». La presa in cura da parte dell’«Equipe carcere» comporta dei benefici per i detenuti: «L'articolo 94 prevede che un detenuto (dentro per reati non gravi) la cui tossicodipendenza sia stata accertata, nel momento in cui decide di sottoporsi al programma per la tossicodipendenza, possa essere affidato ai servizi sociali dai 3 ai 4 anni prima del compimento della pena - spiega Volta -. Noi li accompagniamo in un percorso che prevede consulto psicologico e il coinvolgimento in diversi progetti riabilitativi, anche culturali o creativi».Una volta erano perlopiù eroinomani, i carcerati tossicodipendenti, «oggi ci sono anche molti dipendenti da cocaina, una droga, però, la cui dipendenza reale è più difficile da certificare» dichiara. Tra quelli che in carcere si ritrovano lontani dalle sostanze, c'è chi fa di tutto per tentare «l'evasione mentale»: «Oltre al giro di psicofarmaci, diverse volte capita che alcune persone cerchino l’alterazione psichica inalando il contenuto delle bombole di gas - spiega il direttore -. Seguire queste persone non è di certo facile: quello che si vuole fare è dare il via a un percorso che, necessariamente, dovrà continuare anche una volta liberi, quando gli ex detenuti saranno seguiti dai singoli Sert territoriali». Quando saranno - in altre parole - fuori da una delle due gabbie, chini alla ricerca della chiave per aprire anche l’altra. 

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