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Massimiliano: "Così abbiamo sconfitto i pirati"

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Stefano Rotta

Pirate attack. Attacco pirata. E un bottone di massima emergenza. Si dà così il «mayday» nel 2011, sul canale radio 16, dove sono sintonizzate tutte le altre imbarcazioni a vista d’occhio. Il comandante prende parola e senza girarci intorno informa e chiede aiuto. I bucanieri non hanno sciabole ma kalashnikov, le navi commerciali non si difendono con gli schioppi ma con professionisti allenati ad hoc come Massimiliano Sassi, parmigiano, classe 1970, reduce da pochi giorni da una brutta avventura: il 10 ottobre scorso la nave cargo Montecristo (trasporto di materiali ferrosi) è stata sequestrata da un commando di pirati somali nell’Oceano Indiano. A bordo, oltre ai quattro del team della security, diciannove membri di equipaggio: sette italiani, gli altri indiani e ucraini.
«Non posso rendere pubblico il mio curriculum – spiega alla «Gazzetta» Massimiliano Sassi, intervistato in una birreria di Felino – diciamo che è quello richiesto per eseguire professioni di questo genere». Nato a Parma, trasferito dieci anni fa a Traversetolo, da tempo Sassi gira il mondo, senza un nido in pianta stabile. Qui ha però una bellissima bambina, di cui va molto orgoglioso, tanto da metterla nella foto pubblica del profilo su Facebook.
Solo da un anno lavora a bordo di navi. Il suo addestramento si deve al centro «Cav» di Varano Melegari, specializzato nella formazione di addetti alla sicurezza. A fianco di Sassi c’è il vicepresidente della struttura, la giovanissima Monica Petrone, classe 1990. «Non siamo armati – tiene a precisare Sassi – usiamo cannoni ad acqua. E poi misure passive, come doppi giri di filo spinato per rallentare l’abbordaggio dei pirati. Il nostro ruolo è ritardare l’azione dei predoni, in attesa dell’intervento delle forze Nato». Nel caso specifico, la Montecristo è stata tratta in salvo dalla marina inglese, con una scorta nautica fino alle acque più sicure dello Yemen.
Il racconto di 36 ore in preda ai corsari somali non si fa attendere. «Ci siamo riparati nella cittadella – ricorda – la parte più sicura della nave, dove si può comunque governare con manovre d’emergenza. E’ molto più difficile, ma si fa. Sopra le nostre teste agivano i pirati, cercando di sabotare il radar e le macchine». Come vi hanno attaccati? «Con mitra, lanciarazzi e RPG (in russo sta per “Reaktivnyj Protivotankovyj Granatomjot”, lanciagranate propulse a reazione anticarro, ndr), armi da guerra». In quei momenti, che Sassi dice di ricordare a flash, «perché un po’ di emozione c’è», o si sviluppa la massima coesione dell’equipaggio, o si muore. Il capitano, Diego Scussat, veneziano, è riuscito a tenere i nervi saldi, nonostante i 50 gradi (cinquanta!) della stanza di sicurezza dove si è rifugiato con i suoi uomini. Le temperature a quelle latitudini sono elevatissime; e quel rifugio si trova vicino alla sala macchine. «Si è cercato di bere il più possibile, e tenere il livello di attenzione dormendo a turni». Di per sé, portare una nave da Liverpool al Vietnam, dice Sassi, «non è mai noioso. Il livello di attenzione è sempre alto. Ogni target sul radar potrebbe essere una nave pirata, finché non sfila via all’orizzonte. Il confine fra pescatori e pirati, in quei mari, è labile». Sono undici pirati, e non cinque come inizialmente affermato dalle agenzie di stampa, gli uomini che hanno assaltato la Montecristo, una nave di 56 mila tonnellate appena varata, con il suggestivo nome dell’isola toscana. Gli armatori D’Alesio sono infatti livornesi. Al momento questi undici soggetti (nove somali e due pachistani) sono in Italia, grazie all’azione dei carabinieri. Si sono aggiunti altri quattro somali, ritenuti i capi della banda, arrestati il 14 ottobre scorso dalle forze speciali inglesi, a bordo di una nave iraniana. Sassi parla con molto orgoglio del suo gruppo. La squadra è composta da Alessio Mascherana, Carlo Di Folco e dal team leader, Pietro Marras, un 25enne sardo di Lula, nel nuorese: lunga esperienza marinara, con natali in un paese di montagna. Prosegue: «Ci ha salvati la collaborazione dell’equipaggio, la tranquillità generale con cui è stata affrontata l’emergenza. Se fai un certo mestiere, certe cose le metti in conto. Come Simoncelli. Certo, vorresti non succedessero mai. Puoi fare quaranta attraversate tranquille. O al secondo viaggio, a sorpresa, i pirati. Perché è lì che ti battono. Con la velocità. Con l’ignoto. Con un’azione sempre un po’ diversa dalle precedenti, nelle sfumature». Si può dire che sia un marinaio, dopo una botta così, anche se il mare non l’ha vissuto da ragazzo. E dei marinai ha il linguaggio ruvido, efficace. Del capitano, Scussat, dice: «Due palle così. Non so più quanti meeting abbiamo fatto. E’ una persona valida, uno che sa prendere la decisione giusta. Con lucidità». Facile a dirsi. Non se hai undici somali – che forse addormenteranno con le loro storie i bambini del Tremila – sopra la tua testa e la tua giacca con i gradi. Nel futuro? «Continuare il mio lavoro. Il rischio c’è». La sua figlioletta è lì che si diverte con i videogiochi. Chissà quali favole le racconta il babbo, per metterla a letto.

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