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Padre Celso l'angelo dei detenuti compie 80 anni

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Andrea Del Bue

Col suo sorriso illumina le celle, allarga le sbarre. Lo fa ogni mattina, da più di dieci anni, Padre Celso Centis, cappellano del carcere. Il celebrare messa è una goccia nell’oceano del suo operato. Non c’è giorno di riposo o festività che lo trattenga a casa: il frate francescano non abbandona mai i suoi figli, quei carcerati che quotidianamente ricevono una parola di conforto. E non solo. Qualcuno, infatti, dice che il frate entra che pesa cento chili ed esce che ne pesa sessanta. Tonaca e cordone, infatti, nascondono pensieri per i detenuti: «Diciamo solo quello che si può dire – scherza il frate -. Una tasca è piena di caramelle, l’altra di sigarette. Poi ci sono dei taschini dove metto i francobolli. Ecco, basta così». Oggi, Padre Celso, originario di San Vito al Tagliamento, in Provincia di Pordenone, dove è nato nel 1931, compie 80 anni. E i tanti carcerati che assiste, nonché i volontari con cui è impegnato, gli hanno fatto un regalo, tanto semplice quanto sentito: una raccolta di ringraziamenti, di pensieri, di poesie. Sono quasi centocinquanta i detenuti che hanno voluto scrivere gli auguri a Padre Celso che, durante le visite di questi giorni, qualcosa ha captato: « Tutti mi fanno gli auguri – racconta -. Non riesco a capacitarmi di come tutti sappiano che compio gli anni, soprattutto in un luogo di segreti e silenzi come il carcere». Oggi gli verrà consegnata la raccolta, dove si leggono solo pensieri di riconoscenza. C’è chi ha fatto fatica a trovare le parole: «Cosa scrivere a te che sei sorgente che disseta ansie e paure? A te che scruti l’anima e passi da vita in vita senza far rumore?». Altri hanno trovato in Padre Celso un’ancora di salvezza: «Il freddo di queste mura gelava il cuore, mi sentii catapultato in mezzo all’oceano con il mare in tempesta, poi sei giunto tu, con il tuo lento andare e come un faro hai tracciato la via della salvezza». Il cappellano del carcere è benvoluto da tutti: tra le dediche dei detenuti non manca mai un riferimento alla persona buona, umile, altruista. C’è anche chi si sente in dovere di ricambiare tanta disponibilità con una promessa importante: «A te rivolgo i miei più sinceri ed affettuosi ringraziamenti per tutte le attenzioni che mi hai amorevolmente dedicato e che potrò contraccambiare unicamente offrendoti il segno tangibile del mio ravvedimento».
 Per molti carcerati, Padre Celso è la famiglia che non c’è più, l’amico che ha voltato le spalle: «Al vostro arrivo davanti alla mia camera avete riportato in me il calore di una famiglia, l’affetto di un amico e fatto sentire di nuovo viva questa vita». Sono persone che soffrono, i detenuti. A questo pensa il cappellano del carcere, non al giudizio: «Se uno va in ospedale dopo un incidente, non si parla di automobili, ma di guarigione – spiega il frate -. La stessa cosa deve valere per i ragazzi che sono in cella che, prima di tutto, sono persone che soffrono, che stanno male. Il mio compito è quello di rompere l’isolamento col mondo esterno, per riportare una finestra aperta, una speranza per ricominciare». E il rapporto tra il religioso e i detenuti prosegue anche dopo la libertà: «Quando escono – racconta – la prima telefonata che fanno è per me. Sono diventati la mia famiglia». Come Padre Celso non può fare a meno di loro, chi lo conosce non può fare a meno di lui, come spiega Don Umberto Cocconi, presidente di San Cristoforo, associazione che, insieme ad altre, svolge attività volontaria all’interno del carcere: «Come sarebbe più povera la nostra città senza la presenza di Padre Celso. E’ lui ancora una volta che ci sorprende facendoci lui il regalo di compleanno: ci rende importanti ed unici».

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