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El Alamein: la lunga corsa sul fronte della memoria

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Roberto Longoni
L'acqua era evaporata, la latta  rosicchiata dalla ruggine, ma la tanica era ancora lì, nella sabbia. Le bombe a mano, invece, «dormivano» su una mensola della buca: pronte a esplodere nell'ultimo  duello, all'arma bianca, degli uomini contro i  carri armati. Continuando a scavare, sono emersi bottoni e brandelli di stoffa. Anche un pugnale, dopo un po'. «E allora - racconta Walter Amatobene - abbiamo iniziato a temere che ci saremmo imbattuti pure nei resti di un uomo, perché un paracadutista il pugnale non lo abbandona mai». Nella buca poteva trovarsi uno dei 1.800 dispersi ancora abbracciati dal deserto. Invece, quel soldato non c'era più. Annientato dalla tempesta di fuoco scatenata dai cannoni di Montgomery o forse tra i 3.827 noti e i 1.100 ignoti («All'uomo, non a Dio») recuperati e sepolti anni dopo nel sacrario da Paolo Caccia Dominioni. Di sicuro, non è mai tornato a casa, perché i vivi, assediati anche da fame e sete, hanno combattuto fino all'ultimo proiettile: di loro volontà, bombe a mano a futura memoria non ne hanno lasciate dietro di sé. Di buca in buca, lungo la linea del fronte. Di corsa, per ore in pieno sole, per 114 chilometri, toccando tutti i capisaldi della Folgore, fino a risalire i decenni, fino all'ottobre del 1942, nel mondo senza tempo conservato dal deserto.  Amatobene, 52enne parmigiano titolare della Mondial Express, azienda di logistica specializzata in trasporti «estremi» (anche in Afghanistan), non poteva certo limitarsi agli allenamenti urbani in Cittadella. A lui il compito di ideare la staffetta di El Alamein. E d'indicare la rotta e battere la pista. Quasi una tripla maratona, in condizioni estreme. Ma non la si chiami sacrificio, «perché sacrificio - sottolinea lui - fu quello degli italiani che non si ritirarono né si arresero, anche se di vincere non avevano alcuna speranza. Rendere omaggio alla loro memoria è solo un onore».
   Decine di volte, Amatobene (ex paracadutista della Folgore e fondatore del sito congedatifolgore) è andato a El Alamein. Da tedoforo la prima fu nel 2008. «L'anno zero. Eravamo in quattro: accendemmo la fiaccola vicino al sacrario, ma non arrivammo dove volevamo. Poi, nel porto d'Alessandria, la affidammo al comandante di una nave della Tarros: presa in consegna a Livorno da un picchetto di parà, arrivò  per la festa della Folgore». La prima vera missione fu l'anno dopo. «Eravamo in sei. Con me c'era Pietro Del Grano - ricorda Amatobene -. Partimmo alle 20,42 del 20 ottobre, l'ora in cui sulle nostre linee iniziò il diluvio di fuoco, e arrivammo alle 5 del mattino seguente». Una corsa nella luce delle lampade frontali e, nell'ultimo tratto, guidata dalla torre del sacrario di El Alamein, alta 50 metri. «E' come un faro: lo si vede da venti chilometri».
 Quest'anno, della spedizione facevano parte 32 persone, venute da tutt'Italia. Cinque da Parma. Con Amatobene correvano Del Grano e Alfonso Fusaro; ad Angelo Pastori il compito di realizzare le immagini della missione, a Claudio Aimi quello di classificare le armi ritrovate, da consegnare al sacrario. Gli 85 chilometri iniziali sono diventati 114, perché «come mi ha sempre detto Raoul Di Gennaro, il comandante del plotone di guastatori paracadutisti che dal 21 al 23 ottobre sminò un corridoio lungo 30 chilometri e largo otto metri, l'ultimo uomo della Folgore era al passo del Cammello». Un fronte larghissimo, per le Termopili della guerra d'Africa: una difesa estrema che conquistò anche i vincitori. Churchill alla Camera dei Lord disse: «Dobbiamo inchinarci di fronte ai resti di quelli che furono i leoni della Folgore». All'Accademia di West Point si sono inventati l'El Alamein factor, per spiegare una resistenza strenua come quella degli italiani. Correre per rendere onore. Anche il maggiore egiziano assegnato di scorta agli italiani lo ha fatto, con il mitra a tracolla, coinvolto dalla commozione generale. Correre, perché la memoria resti. Questa volta, di giorno, con arrivo alle 22, perché il mattino del 23 c'era una cerimonia internazionale con 35 ambasciatori. «Nella prima staffetta m'ero accorto che la sabbia e i gipponi stavano cancellando le tracce. Nel frattempo, ho saputo dell'El Alamein Project dell'Università di Padova, che si prefigge di salvaguardare i luoghi della battaglia, facendone un grande museo all'aperto. Ho chiesto che la staffetta vi fosse inserita». Ad essa il compito di censire e mappare le buche. E di far simbolicamente rivivere lo spirito dei caduti, portando la fiaccola sulla linea del fronte. «In due anni, abbiamo fatto undici missioni, portando 196 paracadutisti. Ogni volta, al ritorno, provi la sensazione d'aver incontrato persone migliori di te». Giorni di deserto, di mosche e di vento che quasi ti mola, per come ti spara sabbia in viso. Notti di deserto, da dormire nelle buche dei soldati (dopo un'ultima verifica con il metal detector, a caccia di eventuali bombe inesplose), sotto un cielo di stelle che sembrano caderti addosso. L'area, ambita dalle compagnie petrolifere potrebbe essere obiettivo dell'offensiva non più dei carri armati, ma delle trivelle. Intanto procede la realizzazione del museo. «Dei 50 cippi, ognuno pesante 300 chili,  realizzati da un carabiniere paracadutista che ha un'azienda a Castelvetro, 30 sono già stati posti. L'obiettivo finale è la salvaguardia dei luoghi della battaglia: gli unici nei quali i cingoli del nemico non riuscirono a passare. Quel fronte è un cimelio. Nelle nostre missioni abbiamo trovato lettere, occhiali, bombe a mano a volontà, sigarette, scarpe e brandelli di divise, radio, molotov ancora con gli inneschi». Prove di un massacro, testimonianze dell'inutilità della guerra, «dell'importanza della democrazia, della pace e della sicurezza. Chi torna da El Alamein è più pacifico di prima». Il prossimo anno sarà il settantesimo della battaglia. La fiaccola passerà nei sacrari inglesi, greco, tedesco e italiano. Una fiaccola, un fronte comune, per migliaia di uomini allora costretti a massacrarsi e  che oggi si stringerebbero la mano.

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