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Il disturbo di vivere

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di Giuseppe Marchetti

 In  un solo volume della sua collana ammiraglia «La Nave Argo», l'Adelphi ci propone  una lettura di Thomas Bernhard che ci pone davanti uno dei massimi esponenti della narrativa europea contemporanea  in una specie di flusso magicamente complesso e chiaramente affascinante allo stesso tempo. Il titolo del libro  è «Autobiografia» sotto il quale Luigi Reitani ha sistemato «L'origine», «La cantina», «Il respiro», «Il freddo» e «Un bambino»: il cammino narrativo di un profondo e consapevole smarrimento attorno ad un cumulo di vicende che nella loro piatta mediocrità e umana irrilevanza  assumono il respiro e la grandezza   minacciosa di un poema doloroso e indimenticabile. Già apparsi dal 1982 in poi sempre presso Adelphi sino al '94, i cinque romanzi autobiografici formano complessivamente un tessuto registrato di «uomo senza qualità» che si aggira per l'Europa accompagnato   sia dai parenti - tutte figure pallide e sfuggenti - sia dagli amici e dai conoscenti (altrettanto quasi sempre privi di umani interessi per lo scrittore) ai quali di necessità Thomas affida quel suo incessante e faticoso bisogno di fratellanza amaramente sconfitta con la quale chiude le proprie  giornate rassegnandosi ad una perenne incertezza. Egli scrive, infatti: «Tutta la mia vita in quanto esistenza non è altro che un continuo disturbare e irritare. Giacché richiamo l'attenzione su dei fatti che disturbano e irritano. Ci sono quelli che lasciano la gente in pace e ci sono altri, fra i quali io, che disturbano e irritano.  Io non sono un uomo che lascia in pace la gente, e neanche vorrei avere un carattere del genere». L'autoritratto (da «La cantina»)  è perfetto, non si sarebbe potuto dir meglio. Il disturbo e   l'irritazione dominano tutte queste pagine, che non sono, come si potrebbe pensare, l'esito voluto di un narratore che esibisce solo se stesso   ma sono invece la testimonianza diretta di un pessimismo umoristico freddo e tagliente che cresce da una volontà esistenziale fallita  in un continuo e doloroso stato di precarietà. La quale poi, letterariamente parlando, è il sostrato provocatorio di tutti  i libri di Bernhard, il suo, come egli scrive, «voltare la faccia dall'altra parte» per non vedere e non vedersi, anche quando la fortuna sembra piegarsi affettuosamente su di lui e i suoi romanzi, che  in pratica non sono altro che biografie abilmente camuffate. Una doppia identità regge dunque l'opera bernhardiana: da una parte «Tutte queste figure, con i loro tratti peculiari e le loro maschere, come artisti di una compagnia di giro cui spetta calarsi in sempre nuove parti e trame»  -  osserva Reitani. Dall'altra, «il complesso  dell'origine» che è il dolore, la ferita, la commedia e «l'infausta tragedia» dell'esistenza dell'autore al quale proprio e solo il romanzo consente di  esistere.
«La storia  - suggerisce ancora Reitani - devia spesso da una coerente successione di episodi. Al ricordo  si affianca la riflessione  o l'emergere di un avvenimento recente in qualche modo connesso al ricordo... Non c'è, insomma, in questa autobiografia l'idea di un principio e di una fine di una storia individuale circoscrivibile con precisione». La giusta sottolineatura del curatore  ci permette, anzi ci obbliga, a considerare Bernhard scrittore dell'irrisolvibile crisi e di nessuna possibile filosofia risarcitoria, proprio come quei narratori d'inizio Novecento italiani e stranieri (da Svevo a Musil, a Joyce) che non considerano più emblematico il «caso» personale, ma lo dilatano, in una inadeguatezza cosmica, totale, più dedicata a distruggere che a proteggere   l'esistente, sia esso una persona, un ricordo, un luogo o una memoria di avvenimenti tristi o lieti. Era giunto a questo limite il grande Pirandello delle commedie («Il gioco delle parte», «Così è se vi pare»), ma Bernhard nelle sue fittissime pagine («pagine inesorabili», le definì tempo fa Citati) raccoglie «i brandelli» delle situazioni cui si riferisce  e li inchioda gli uni sugli altri, mentre la pittura degli ambienti e delle parole a fatica pronunciate (in nessuno di  questi racconti esiste un dialogo) si prospettano «insensatamente» dentro una cronaca apparentemente senza fine, poiché  - scrive Reitani con acuta precisione: «La ricostruzione del passato, per lui, è una sistematica opera di annientamento». Eppure, dice Bernhard: «Dobbiamo ammettere che non abbiamo mai comunicato nulla  che coincidesse con la verità, ma al tentativo di comunicare la verità non abbiano mai rinunciato in tutta la nostra vita». Qui,  a ben vedere, risiede gran parte dell'impegno che tutta la letteratura del Novecento ha cercato di onorare in prosa e in poesia con gli esiti incerti che conosciamo e che stiano studiando e analizzando  da almeno mezzo secolo. 

Autobiografia - Adelphi ed., pag. 631, 65,00

 

 

 

 

 

 

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