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Scala, nel segno della libertà un disinvolto "Don Giovanni"

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MILANO
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 Gian Paolo Minardi 
Tra i vari interrogativi che «Don Giovanni» pone al regista - non meno che al direttore, agli interpreti, ad ogni ascoltatore - vi è quello, essenzialmente pragmatico, dovuto ai tanti cambi di scena imposti dal libretto con un’azione che invece procede sospinta da un ritmo frenetico; problema che Robert Carsen in questo allestimento concepito espressamente per la Scala ha risolto con estrema disinvoltura insinuandosi direttamente nel teatro, che ha fatto scenicamente proprio con un gioco immaginifico indubbiamente estroso: senza apparente novità.
 Personaggi che si muovono tra gli spettatori come pure scene che coincidono con le normali operazioni di attrezzeria di palcoscenico sono ormai un espediente corrente cui si ricorre anche nei teatri di provincia, magari con l’alibi del risparmio. Tuttavia che un personaggio, guarda caso il Convitato di pietra, entri nel palco reale, tra il Presidente della Repubblica e quello del Consiglio, rimane pur sempre un colpo di teatro non comune. Per dire della scorrevolezza di uno spettacolo concepito nel segno della 'libertà', messaggio affidato al protagonista che sprigiona la sua natura indomita fin dall’inizio, appena iniziata l’«ouverture», quando - scambiato magari dal pubblico come un affannato ritardatario - attraversa la platea e salta sul palcoscenico strappando il sipario per mostrare la scena, che non è altro che quella della Scala stessa, poi in diverse angolazioni materiale di base di questo allestimento; e ancora quando nel finale riaffiora beffardo con una sigaretta in bocca dietro i sei disorientati personaggi, destinati, essi sì invece, alle fiamme infernali. Come dire, «tutti gabbati» in quanto Don Giovanni rimane, come un mito indistruttibile.
 Libertà, dunque, come filo conduttore di questa lettura disinvolta, che inizia subito con l’esorcizzare quel tormentone non poco inquietante sull'atteggiamento di Donna Anna: non 'forzata', secondo Carsen, ma pienamente consenziente viste le contorsioni appassionate sul letto della prima scena, davvero la «vis grata puellis» del diritto romano, il che cambia di non poco la prospettiva emotiva. L’inconscio, appunto, croce e delizia della infinita bibliografia fiorita attorno a quest’opera, spazzato via da un più tangibile segnale, quello dell’erotismo che Carsen sottolinea con insistita disinvoltura, attraverso quel continuo spogliarsi di Donna Elvira che appena può si mette in sottoveste, fino alla nudità della sua giovane servetta concupita da Don Giovanni travestito da Leporello.
Gestione registica e scenica disinvolta, minimalista addirittura, che è parsa trovare un riscontro in quella musicale di Barenboim, teso ad assecondare questo ritmo rappresentativo per assicurare l’immediatezza della comunicazione; sfidando qualche rischio di genericità - come del resto quando siede alla tastiera - percepibile nella non sempre esemplare precisione degli assiemi e nella stessa calibratura del suono dell’orchestra, ridotta nei ranghi secondo una misura settecentesca, non proprio trasparente. Era avvertibile, nel contrasto delle dinamiche quanto nella regolazione dei tempi (quel 'troppo lento' gridato da un loggionista, per quanto inopportuno poteva avere un senso), come l’idea di quello stile che per Mozart è un regno segretissimo, ineffabile, si stesse sfrangiando. Inevitabile e imprescindibile, del resto, il confronto con le voci: quella della Netrebko, sontuosa per ricchezza di colori, per quel suono avvolgente entro cui la parola pareva affogare; non proprio mozartiana. Lo era di più, anche se non esente da qualche difficoltà Barbara Frittoli, Donna Elvira appassionata e esagitata. Accattivante per spregiudicata eleganza il protagonista, Peter Mattei ,affiancato da un doppio di segno più pittoresco, efficace, il Leporello di Bryn Terfel. Misurato il Don Ottavio di Filianoti, bel fraseggio, trasparente pronuncia, anche se un po' povero di sostanza. Nella norma il Commendatore di Kwangchul Youn e la Zerlina aggraziata di Anna Prohaska, troppo ruvido il Masetto di Stefan Kocan.
Un successo comunque annunciato (solo alla fine qualche brivido di Bareiboim e Carsen), anche grazie alla sapiente 'suspence' creata furbescamente dalle anticipazioni del regista e dalla disinvolta disponibilità di quel grande comunicatore che è Barenboim, ormai non più 'maestro scaligero' ma più consolidato 'direttore musicale' del nostro massimo teatro.

 

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    11 Dicembre @ 09.37

    una esecuzione nuova e meravigliosa

    Rispondi

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