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Cinquant'anni fa la bomba che sfregiò il Partigiano

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Enrico Gotti

Cinquant'anni fa l’attentato al monumento al Partigiano in piazza della Pace, compiuto con una bomba a orologeria. Sfregio alla memoria della Resistenza, ad opera di un ragazzo di 18 anni, studente liceale: Ettore il suo nome di battesimo, che oggi vive nel Parmense.
«Quel fatto ha segnato tutta la mia vita», racconta. «Sono stato al confino per tre anni, non potevo stare in Emilia Romagna. Hanno cercato di farmi la pelle. Nel luglio del ‘62 ero a Taranto - ricorda, nella sua casa, fra centinaia di statue e oggetti raccolti nel continente africano, dove ha lavorato come corrispondente in zone di guerra -. A Taranto un uomo mi aspettava davanti a casa. Avevo notato che mi seguiva, il viale era vuoto, c’eravamo solo io e lui. Allora ho fatto retromarcia. Mi sono infilato in un cantiere, sono corso incontro a dei muratori. Ho telefonato alla polizia e poi sono tornato verso la palizzata. L’uomo che mi seguiva ha nascosto una Beretta calibro 9 ed è venuto verso di me. Gli sono andato incontro, mi hanno seguito i muratori, quando lui li ha visti se n'è andato. Ho ancora la sua faccia stampata in mente».
La bomba scoppiò l’8 novembre 1961, alle 20.45. La statua del partigiano fucilato, opera dello scultore Marino Mazzacurati e dell'architetto Guglielmo Lusignoli, fu sollevata dal suolo, scardinata e bucata. Non ci furono vittime. Erano gli anni del boom economico, ma anche di scontri e di una guerra mai spenta. Il presidente della Repubblica, Gronchi e l’Anpi offrirono 10 milioni di lire di ricompensa a chi avesse trovato i dinamitardi, una cifra che all’epoca valeva qualche appartamento. Dopo un mese, il primo dicembre, la polizia arrestò il diciottenne liceale del Maria Luigia, reo confesso. Unico responsabile, ma in realtà l’attentato fu eseguito da due persone, l’altro era un ex ufficiale ungherese, che aveva preso parte alla rivolta a Budapest ed era stato condannato a morte.
«Eravamo in due ma hanno preso solo me. La taglia, che faceva molta gola, quasi sicuramente è stata intascata da un personaggio della cultura parmense, che era amico di questo ungherese. Entrambi non ci sono più oggi». Tre anni di confino, nove mesi di condanna per l’attentato. «Se tornassi indietro, ci penserei due volte a fare l’attentato. Ma allora avevo un motivo. Il monumento al partigiano era ai miei occhi l’elogio della guerra civile, l’esaltazione della lotta fratricida», dice Ettore, che era stato espulso dall’Msi, già prima della dinamite, per dissidenza politica estremista.
Usa quella definizione, «guerra civile», che alle associazioni partigiane pare riduttiva per raccontare una battaglia che ha portato alla liberazione dall’occupazione nazifascista. «Oggi non c’è più la battaglia fra fascisti e antifascisti. Noi eravamo quattro gatti, avevamo a che fare con le masse, con piazze intere», ricorda Ettore.
«Io avevo iniziato a 13 anni, nel ’56, dopo la rivolta in Ungheria repressa dalle truppe sovietiche. Non è venuta dalla mia famiglia. Mio padre era apolitico, mio nonno era socialista. Le contrapposizioni di oggi non sono assolutamente paragonabili a quelle di ieri. Chi non è vissuto in quegli anni non può capire. Lo scontro è finito con il crollo delle ideologie: noi avevamo illusioni, che nel tempo non hanno avuto riscontro nella realtà, ma per noi erano vere. Le nuove generazioni sono state svuotate, non hanno più illusioni».
 

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  • lele

    10 Dicembre @ 21.07

    Quanti morti assassinati hanno fatto i partigiani anche dopo la guerra?Conoscete i fratelli Govoni?No lo so,informatevi!

    Rispondi

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