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Amoretti, l'Oscar del mare agli armatori della collina

Amoretti, l'Oscar del mare agli armatori della collina
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Roberto Longoni
Il mare lambisce il cancello al 22 dello Stradone. Qui, anche seduti a una scrivania, si sente la voce delle onde. O  si è scossi dalla loro furia. Oggi, è uno di questi giorni. «Abbiamo una nave che s'è rifugiata a Oristano per una tempesta» allarga le braccia Mariella Amoretti. Come a dire: incerti del mestiere, se il mare decide di caricare a testa bassa con un «forza 10» non puoi certo impedirglielo. Sorride al suo fianco la sorella Rina. Due donne alla plancia di comando dell'Amoretti Armatori Group, la compagnia che fu varata dal padre Odoardo, Cavaliere di Gran Croce, premio Sant'Ilario e chissà quanti altri, mai ritirati, perché «per queste cose ci vuole il tempo». E il tempo, l'«ammiraglio delle colline», uomo schivo, tenace e lungimirante scomparso nel 2008 a 87 anni, lo dedicò fino alla fine al navigare,  più necessario dello stesso vivere.
OSCAR DELLO SHIPPING
Le figlie non potevano che prendere da lui. Così, Mariella d'istinto rispose che non poteva, quando qualche settimana fa le chiesero di andare a Roma. All'altro capo del filo ci fu uno sbalordito silenzio, prima della ripetizione dell'invito per la serata di consegna dei Lloyd's List Italian Shipping Awards. Gli organizzatori del prestigioso evento ci tenevano alla presenza di un rappresentante della compagnia di navigazione targata Parma. Non si poteva dir di no. Pochi giorni dopo, dalla Capitale, Mariella Amoretti  (partita senza sapere nemmeno della nomination) è tornata con  quell'Oscar della marineria italiana che ora fa bella mostra di sé nella palazzina in viale Martiri della Libertà, quartier generale di un gruppo che conta una quarantina di dipendenti a terra e 400 imbarcati. A metà strada tra le altre due sedi, Augusta e Rotterdam, Parma, terragno «porto delle nebbie» dove ci si affaccia sul  mare, tra modellini e foto di cisterne nel  Mediterraneo e di prue che fendono i ghiacci canadesi.
 Parmigiani che hanno preso il largo, gli Amoretti, ma restando con i piedi ben ancorati alla terra dalla quale discendono. Per quanto sia scritta nell'acqua, da milioni di miglia di scie, la loro è una storia che resta. Mentre le prue delle loro navi - sulle quali il nome di famiglia scritto in  caratteri cubitali incede a testa alta tra le onde - continuano a parlare al mare con verbi coniugati al futuro. Il Lloyd's Award è una boa luminosa su rotte che non cessano a dipanarsi. 
DA FELINO AGLI OCEANI
«Armatori di campagna», li ha chiamati qualcuno, perché la loro sfida partì da Felino.  Cervello fino e scarpe grosse, adatte ai piedi palmati di chi si muove a proprio agio da una  costa all'altra, di mezzo mondo. Tra le burrasche del meteo e della crisi. «Facciamo i conti con entrambe, oltre che con un'agguerrita concorrenza. Non è certo una passeggiata: ogni giorno ci sono decisioni importanti da prendere» dicono le  sorelle Amoretti. A volte ci si mettono di mezzo anche i cannoni. E' successo di recente, con  una nave cisterna che attracca in Libia proprio  quando iniziano i bombardamenti. «Solo quando sapemmo che l'equipaggio era uscito dal golfo della Sirte, tirammo un sospiro di sollievo».
Altre rotte sono meno a rischio, anche se per poterle seguire bisogna combattere dure «battaglie navali». Come  per il Baltico, mare da sempre piuttosto chiuso per gli armatori italiani: qui la flotta Amoretti è presente con sei cisterne, impegnate in un contratto di noleggio di lungo periodo  per una multinazionale del settore. Poi, l'Atlantico, verso i porti del Nordamerica. E il mare nostrum, l'Adriatico, il Tirreno. Tra le vie marine, anche quella che riempie di cherosene i serbatoi dell'aeroporto di Fiumicino.  In tutto, le  navi  del gruppo trasportano 151 mila tonnellate di prodotti chimici e petroliferi raffinati. Su gomma, ci vorrebbero 7.650 autobotti, per fare altrettanto. Non ci vuole molto, per immaginare i pericoli tolti dalle strade, il Co2 risparmiato all'ambiente.
L'EPOPEA DI ODOARDO
Eppure, proprio sulle ruote viaggiano i primi anni della storia degli Amoretti. All'inizio, a bordo di un calesse trainato da cavalli: i genitori di Odoardo, Priamo e Angelina, impiegano un giorno a raggiungere Milano, per consegnare il carico di salumi. Un giorno a tornare. Alla fine della guerra, è un giovanissimo Odoardo ad accendere i motori. Sulla foto di uno dei suoi camion, datata 1945, si legge, scritto a penna, forse di suo pugno: «Monti supera e valli».  Lui supera le colline di Felino nel 1949, per fare di Parma la sua base. Gestisce le  autobotti e sulla via Emilia apre una stazione di servizio (ancora funzionante). Serio, tenace, di poche parole: nel 1958 avvia la distribuzione di prodotti per il riscaldamento. Apre depositi in provincia. Nel 1960 ne costruisce uno a Boretto. S'affaccia sul Po e ci vede un'autostrada.
E' nel 1963 che Odoardo baratta il volante dei camion con il timone di una bettolina di 71 metri. La chiama Mary, unendo le iniziali delle figlie. Presto, le navi che fanno su e giù da  Porto Marghera diventano tre. Poi sei. A disegnarle (a matita) è lo stesso «ammiraglio di collina». Ognuna ha sette uomini d'equipaggio e trasporta il carico di 50 autobotti, per le quali servirebbero cento uomini. Notti vissute con il radiotelefono per cuscino o in piedi sui ponti a seguire i passaggi tra le secche. Le domeniche? Passate a studiare il fiume. «Nostro padre - raccontano le figlie - non ha mai avuto bisogno di vacanze, perché la passione non gli faceva vivere come un lavoro ciò che faceva».
Una «piena» d'entusiasmo che porta naturalmente al mare. E' il 1970, quando l'Angelina Amoretti viene adattata alla navigazione in Adriatico. Altre la seguono. Passa una ventina d'anni e, con largo anticipo sugli altri, Odoardo fa costruire le prime due cisterne a doppio scafo. E' il sigillo dell'attenzione per la sicurezza, per  quale è fondamentale anche il fattore umano. «Per questo applichiamo una politica molto restrittiva, che tiene costantemente monitorati i marittimi sui fronti dell'alcol e delle droghe» dicono Mariella e Rina Amoretti.
Il doppio scafo: allora ci voleva un bel radar, per vedere ciò che oggi è diventato obbligatorio ovunque per questioni  di sicurezza. I primi riconoscimenti vengono da oltre confine. Le due petrolchimiche costruite in Germania vincono i premi «Great Ship» 1997 e 1998.  Nel 2002, il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, motu proprio, nomina Amoretti Cavaliere di Gran Croce. Nel 2007 è il Comune di Parma a premiarlo, con il Sant'Ilario.
TRE GENERAZIONI AL TIMONE
E' alla sua morte, nel 2008, che le figlie prendono in mano il timone del gruppo. Entrambe da  anni si sono fatte largo in un mondo che per tradizione non ama tingersi di rosa. Rina è la prima donna eletta in Europa nel comitato che gestisce il fondo di solidarietà degli armatori sul fronte dei rischi ambientali; Mariella è la prima presenza femminile nel board della Confederazione italiana degli armatori. Accanto  a loro, sulla tolda della compagnia parmigiana, c'è anche la terza generazione degli Amoretti «naviganti». Costanza, figlia di Mariella, si occupa della gestione degli equipaggi; Francesco, figlio di Rina, segue l'ufficio acquisti. Anche Maria Laura, studentessa universitaria, sembra voler impostare la bussola sulla rotta di famiglia.
Intanto, alle undici navi della flotta, in questi giorni se n'è  aggiunta un'altra.  Doppio scafo, doppia timoneria, doppio apparato propulsivo, con motori common rail, per abbattere  le emissioni:  140 metri di cisterna sui quali batte la bandiera della sicurezza e del rispetto dell'ambiente.  A prua, scritto in grande, il nome:  Odoardo Amoretti. Superati monti e  valli, fiumi e oceani, il pioniere doveva riprendere il mare: guardando avanti, come sempre.

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